INDICE
ACCADEMIA DEI VIGNAIUOLI

PREMESSA

GUIDA

INDICE
DEL TESTO

NOTA AL
TESTO

BIBLIOGRAFIA

SIGLE

PERSONE

SOGGETTI

Rime


 

 

DOCUMENTI


  • BERNI Poesie e prose, lettera XXIX, A messer Giovan Francesco Bini
  • BERNI Poesie e prose, lettera XXXIII, A messer Giovan Francesco Bini
  • BERNI Poesie e prose, lettera XLVI, Al magnifico messer Carlo Gualteruzzo da Fano mio molto onorando, in Roma

 

STUDI



 

LONGHI



     L'Accademia dei Vignaiuoli sorse a Roma divenendo, fin dai primi anni '30 del '500, "un centro di incontro e di verifica, un banco di prova per la poesia burlesca. Il Berni vi [rientrò] di giusta misura; ne [furono] membri il Mauro, il Bini, il Firenzuola, il Casa, il Molza, insomma tutti i 'burleschi' della prima ora". L'illustre Umberto Strozzi fu il promotore delle riunioni che dell'Accademia si svolgevano in quegli anni (pp. 43-44)
 

ROMEI Berni e berneschi



     L'epistolario bernesco comprende tre lettere nelle quali viene nominata l'accademia romana dei "Vignaiuoli" e vengono citati alcuni suoi componenti. Le lettere in questione sono indirizzate rispettivamente a Giovan Francesco Bini, in data 27 dicembre 1533 e 12 aprile 1534, e a Carlo Gualteruzzi da Fano, in data 7 maggio 1535, nella quale il Berni chiede (a pochi giorni dalla sua morte) di essere raccomandato al Molza, al Della Casa, nonché all'intera Accademia (p. 51)

     Dai documenti attendibili a nostra disposizione risulterebbe che il nome dei "Vignaiuoli" non sia propriamente legittimo; tuttavia, poiché ormai è entrato nell'uso, si può conservare come "un'etichetta di comodo, convenzionale ed inesatta" (p. 55). La data di fondazione dell'Accademia nata forse da un'ormai disgregata Accademia Romana - potrebbe risalire al 1532; la sua attività, che sembra durare fino al 1537 (nonostante l'assenza di documenti certi posteriori al 1535, non fu regolata da nessun tipo di statuto, ma caratterizzata da una sorta di libera aggregazione di persone, con comuni ideologie ed intenti letterari. Per quanto riguarda i rapporti del nostro autore con essa è possibile affermare che furono saltuari e sporadici, poiché il Berni fu a Roma solo nel 1533 (per pochi mesi) e di passaggio nel 1534; "il suo epistolario, del resto, rivela un'evidente familiarità con il gruppo di quei letterati, ma anche una distanza che non è soltanto fisica" (p. 55).

     La rosa dei membri sicuri dell'Accademia comprende il Molza, il Gualteruzzi, il Caro, Gandolfo Porrino, Trifone Benci, Mattio Franzesi, il Mauro (p. 56); ricordiamo inoltre quali altri frequentatori il Della Casa, il Bini, Agnolo Firenzuola (p. 58).

     Analizzando la cronologia delle opere degli eredi del Berni ci rendiamo conto che la nascita del bernismo è circoscrivibile ad una precisa fascia di anni e legata a due luoghi in particolare: essenzialmente Roma, trovando un punto saldo nell'Accademia dei Vignaiuoli, ma anche Firenze. La maggiore attività dei primi berneschi, non a caso, si emerge verso il 1532 e prosegue certamente per qualche anno oltre il 1535.
     L'attività bernesca a Firenze, madrepatria della poesia giocosa, è da collegare soprattutto, più che alla presenza del Berni negli ultimissimi anni della sua vita, ai notevoli scambi con Roma, iniziati fin dal papato di Leone X. In generale, infatti, è palese la matrice prevalentemente romana del filone bernesco, sia dal punto di vista qualitativo che da quello quantitativo. Insomma la "diffusione del modello poetico offerto dal Berni" è dovuta in gran parte a quegli autori che ruotarono intorno all'Accademia e con i quali il Berni instaurò un rapporto di reciproca "interferenza". Se si pensa, poi, all'inizio della sua attività poetica e all'isolamento in cui si sviluppò e si pensa invece agli anni in cui divenne simbolo e modello di una folta schiera di letterati, si conclude che il Berni stesso fu trascinato, ed influenzato a sua volta, in questa nuova "coralità". Il fallimento del periodo gibertino, la frustrazione e l'estrema insofferenza che ne scaturirono furono certamente stimolati anche dal fermento romano, dalla complicità degli uomini nuovi della corte romana. Non a caso il Berni, ritrovando, in coincidenza con la fondazione dell'Accademia (1532), il familiare ambiente romano, ritorna ai suoi capitoli di lode, ai suoi paradossi (fra l'altro, alcuni componimenti di questi anni risultano evidentemente influenzati dal Bini e dal Mauro). In realtà, poi, quella solidarietà si rivelò fondamentalmente illusoria, precaria e comunque insoddisfacente, poiché il Berni decise in breve tempo di tornare a Firenze (pp. 66-67).

     Nella diffusione del bernismo la "poesia dell'Accademia sembra aver funzionato da filtro tra modello e utenti successivi, divulgandone una propria angolazione di lettura e proprie scelte operative, determinanti nella codificazione del 'genere' letterario" (p. 67). Questa operazione ha inevitabilmente comportato la riduzione o l'eliminazione di certi aspetti e il mantenimento e la promozione di altri. La scelta privilegiò gli elementi più innovativi dello stile bernesco, rappresentati in primo luogo dalla metrica e precisamente dall'utilizzo del capitolo ternario; soltanto qualche autore fiorentino, più legato alle proprie radici cittadine, ha continuato a privilegiare forme di stampo burchiellesco.
     "Il Berni, dunque, finisce col funzionare, suo malgrado, come capostipite di una rinnovata tradizione che coscientemente si oppone ai suoi predecessori, così come il Bembo per il nuovo petrarchismo, garantendo una diffusione nazionale del 'genere', finora patrimonio esclusivo dei toscani appunto per privilegio di nascita; in questo ambiente composito, infatti, si avvia quel conguaglio linguistico che avrebbe rapidamente emancipato la poesia burlesca dalle imposizioni di un'espressività idiomatica che [...] ne escludeva dall'utenza i non toscani" (pp. 67-69).
     Rinunciando al sonetto, i berneschi romani rinunciavano in primo luogo alla satira politica; di pari passo si allontanavano anche dalla pasquinata, riconoscendosi in "forme di polemica diverse, anche pungenti e compromettenti [...]; ma fra la loro poesia burlesca [...] e la pratica umile della pasquinata si frapponeva un diaframma ideologico che interdiva la scarica liberatoria dell'invettiva, dell'insulto senza ritegno [...]. [Nel] bernismo romano si assiste a una generale flessione dell'impegno polemico diretto. Una generica ed innocua satira di costume [...] è tutto quanto i nostri accademici si riservano, a sfogo di un moralismo un po' gretto o alla ricerca di pretesti bizzarri. Per il resto, i motivi più acri del Berni non trovano sviluppo conseguente nei suoi imitatori: riaffiorano talvolta, immiseriti, in spunti occasionali, compromessi dal contesto evasivo che li avvolge, che toglie loro vigore in un dolce soffocamento" (p. 71).

     "L'affievolimento dello spirito combattivo e l'elusione dell'attualità sono compensati [...] da un massiccio recupero umanistico", già presente nel Berni e di fatto maggiorato dai suoi eredi (p. 72).

     Su questa linea Romei giunge a tracciare un profilo del bernismo romano, il quale risulta caratterizzato fondamentalmente  come un fenomeno collettivo e quindi inserito in una precisa dinamica sociale. La rinuncia ad un impegno reale, la presenza di un prevedibile classicismo di fondo, l'assoluta leggerezza ed inconsistenza dei contenuti sono la garanzia dell'"immobilità dell'ordine costituito". A questo punto, allora, "lo sberleffo innocuo", prodotto da questo gruppo chiuso di colti intellettuali, potrebbe acquistare una valenza liberatoria collettiva, scaturita da una vera e propria necessità storica. Può far pensare a una crisi dell'identità intellettuale, ad una sorta di alienazione, di smarrimento, che trova sfogo nella frivolezza. Ma la poesia dei "Vignaiuoli" non è solo questo. Anzitutto si tratta della letteratura di un "dopoguerra" (il terribile sacco di Roma, infatti, era avvenuto soltanto pochi anni prima), che del prossimo passato porta ancora le ferite insanabili. In secondo luogo, forse, dello svago consolatorio questa poesia rivela soltanto la pulsione, mentre è incapace di fatto di una vera e propria evasione liberatoria. Il classico tema dell'"età dell'oro", per esempio, riesumato frequentemente dal Berni e dai suoi seguaci, con il suo desiderio malcelato di fuga in un mondo di sogno, non riesce a sottrarsi al confronto con una realtà irridente: quella squallida di un presente impietoso. Il tema favoloso dell'amore risulta incrinato dal 'mal francese'; l'innocenza della natura è costantemente minacciata dalla peste o dalla carestia. Di fronte a questa crudele consapevolezza l'illusione letteraria muore irrevocabilmente, trasformando la burla e il paradosso nel sintomo angosciante di un acuto malessere (pp. 74-77).

     Ciò che il bernismo produce è una "poesia negativa", proprio per la sua natura di "opposizione a qualcosa": al petrarchismo spirituale, al classicismo umanistico, ad un impegno intellettuale che sarebbe, forse, capace di sciogliere le contraddizioni di queste anime perse, le quali nella loro negatività, appunto, non riescono (e ne sono pienamente consapevoli) a proporre alternative all'esistente. Significativo è, non a caso, il fatto che questa poesia "incroci la preistoria della contestazione ereticale" (p. 80) e che lo stesso Berni offra spunto ad interpretazioni che lo raffigurano "protestante", aspetto questo che non riguarda, fra l'altro, solo il nostro autore ma che comprende anche altri berneschi. 
     In ogni caso questa poesia non è, appunto, né eversiva né di rivolta quanto di malessere e di insicurezza. Gli autori in questione sono tutti più o meno felicemente integrati nel sistema politico-sociale, ricoprono prestigiosi incarichi di gestione e di rappresentanza, sono parte attiva della "classe dirigente". Quello che è da notare invece è che la loro poesia si sottrae agli schemi tradizionali del tributo cortigiano e del sostegno al potere e che proprio per questo cerca protezione in una solidarietà di gruppo. Tutto ciò sarebbe stato totalmente fuori dal contesto solo dieci anni prima, quando la cultura umanistica era funzione appunto del potere papale. Il sacco di Roma, travolgendo il potere, ha travolto anche la cultura ufficiale e in questi anni di transizione e di recupero di credibilità l'autorità politica non è ancora capace di esercitare un efficace controllo e si concede un atteggiamento tollerante. Ecco quindi che il bernismo si colloca proprio "tra devianza e integrazione, tra contestazione e tolleranza: prodotto di un cadente umanesimo, letteratissimo e di squisita cultura, ma che ha smarrito le sue ragioni vitali e rovescia le istanze etiche e civili, che ne avevano sorretto la formazione, in una futilità programmata nella quale [...] sarà da riconoscere una macerata impotenza" (pp. 79-83)