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FALLIMENTO DEL RIFACIMENTO
(Ipotesi)

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DEL TESTO

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TESTI



 

STUDI



 

ROMEI Introduzione



Sembra che il Berni abbia reputato il rifacimento un'operazione nella sostanza fallimentare, "tanto da non effettuare la stampa per cui aveva già ottenuto i privilegi" in diversi stati italiani (p. 18)
 

ROMEI Orlando



     Tenendo presenti le contraddizioni che sono alla base delle sue opere, "non si può fare a meno di pensare che il Berni vero sia quello dei capitoli della Peste e non quello delle edificanti omelie dell'Innamorato rifatto, quel poeta impudico e beffardo piuttosto che questo predicatore di maniera.
     D'altronde non ci mette lui stesso sull'avviso, vanificando alla fine del poema tutti i buoni esempi profusi in precedenza?
     Tra i cavalieri ospiti delle ninfe della Fonte del Riso (LXVII [III vii]) il Berni mette anche se stesso. Ma non coinvolto negli spassi che rallegrano il tempo delle creature del Boiardo, bensì in uno stato che sconfessa tutta la buona volontà, tutta la saggezza, tutta la cristiana operosità dispiegata nel poema. Uno stato che corrisponde a una fuga dal mondo. Ma non in un eremo ascetico, scorciatoia per la santità, bensì in una sorta di condizione fetale (o limbale). [...] Tutti i problemi, tutte le complicazioni, tutte le ansie e le pene della vita sono chiuse fuori.
     Questa regressione totale, fino al grembo materno, è il segno di una rinuncia, di una sconfitta, che coinvolge il rifacimento" (p. 18)

     "È difficile sottrarsi all'impressione che l'Innamorato rifatto sia un'opera maledettamente ipocrita. [...]
     D'altra parte il poema s'iscrive nel ciclo di Verona, dove il Berni, fatto 'teatino e romito' e votato ai 'digiuni in pane et in acqua', ha seguito il vescovo Giberti per vedere se l'esempio di un uomo dabbene può farlo diventare un uomo dabbene" (p. 18)

     "Quello che è certo è che l'impressione d'ipocrisia è falsa e dipende dalle contraddizioni reali, vissute, di una persona incerta e tormentata. Il Berni in quei principi e in quegli impegni ci ha veramente creduto (o ha cercato di crederci). Il fallimento dell'Innamorato è un aspetto del fallimento dell'esperienza evangelica nel suo complesso. L'abbandono del poema (non pubblicato) si connette con quella sorta di apostasia che è il ritorno a Roma al servizio del cardinale Ippolito dei Medici. Ma secondo me il Berni ci ha provato davvero, e coscienziosamente (o non avrebbe riscritto quegli interminabili 69 canti). Non era questa la sua strada e la sua vocazione, e a un certo punto e io credo con pena e autentica delusione ha dovuto prenderne atto.
     Si ricordi, del resto, quello che ha detto in una delle sue ultime lettere: 'Non ho fatto mai alli dì miei cosa buona' [Lettera a Luigi Priuli, da Firenze, s.d. [ma 1534], in BERNI Poesie e prose, p. 353].
     È un'ammissione amara e coraggiosa" (p. 18)
 

VIRGILI



     In seguito alla stampa dell'Orlando furioso, che era artisticamente perfetta, l'opera boiardesca dovette essere messa, in poco tempo, in secondo piano. Fu forse questo uno dei motivi che spinsero il Berni al rifacimento, in modo da elevare la prima parte al livello della seconda inserendoci ciò che le mancava, cioè la fine, l'arte, la forma. 
     A quei tempi (e successivamente) girò anche la voce che il Berni si fosse impegnato in questa impresa per voler competere con l'Ariosto e forse superarlo. Se questa gara ci fu, non ci fu certo dal punto di vista dell'invenzione ma da quello "della lingua, della forma e dello stile". Infatti, il rifacimento fu compiuto prima dell'edizione del 1532 dell'Orlando furioso, che è, dal punto di vista stilistico e linguistico, notevolmente superiore delle precedenti (pp. 306-310)

     Uno dei motivi per cui il Berni decise di non stampare il rifacimento potrebbe essere stato il fatto che, venuto a conoscenza di una nuova edizione dell'Orlando furioso, questa volta veramente perfetta (stilisticamente e linguisticamente), la competizione con l'Ariosto non avrebbe lasciato più alcuna speranza per l'opera bernesca (p. 325)

     I motivi della mancata stampa del rifacimento possono essere stati svariati: privati e personali, letterari, politici o religiosi. È interessante, a questo proposito, il Capitolo primo della Peste dove il Berni s'interrompe nel discorso come colto da qualche scrupolo:

Ma questo par che sia contro la fede:
Però sia detto per un verbigrazia,
Che non si dica poi: "Costui non crede".
               (127-129)

     La stessa cosa accade in un altro famoso componimento, il Capitolo a fra Bastian dal Piombo:

Ma questi son ragionamenti vani,
però lasciàngli andar, ché non si dica
che noi siam mamalucchi o luterani.
               (52-54)

     Questi versi fanno supporre che uno dei motivi per cui il Berni si ritrasse dal pubblicare il rifacimento fosse proprio il timore di essere frainteso, il timore che qualcuno potesse dubitare della sincerità della sua fede. Fra l'altro questi erano tempi (1531) in cui non esisteva ancora guerra dichiarata fra le due parti, tra le quali esisteva ancora il dialogo, nel quale si ritrovavano anche alcuni punti in comune. L'argomento principale di discordia era invece il rapporto "tra la fede e le opere" e "l'autorità mediatrice della Chiesa e del papa" (p. 400). Nel rifacimento, quale oggi ci è giunto, non si scorge niente che possa aver fatto dubitare della fede del Berni; anche il proemio di sei stanze al ventesimo canto non ha niente di scandaloso, in quanto opinioni simili contro i frati (ma anche contro i preti o addirittura i pontefici) erano alquanto frequenti in Italia. Può invece aver creato dei problemi al Berni il canto LXVII, dove si condanna il concubinato dei preti, si esalta lo stato coniugale e si sottolineano "le difficoltà del perfetto stato cristiano nel celibato, raccomandato pur senza imporlo dall'Apostolo Paolo, per venir poi da tutto ciò, a quel che sembra, ad invocare il matrimonio dei preti" (p. 402). A questo punto è interessante vedere se il rifacimento sia stato uno dei libri proibiti dalla chiesa. Sicuramente non fu proibito nel 1531, ma successivamente il rigore e la severità andarono crescendo con il crescere dell'asprezza della guerra fra le due fedi. Nell'Indice del 1559 compare, infatti, il nome del Berni, ma non è chiaro per quali opere (il rifacimento non è esplicitamente citato). In un altro Indice del 1564 (sotto lo stesso papa, Pio IV) il nome del Berni non compare affatto. Sembra quindi che, nonostante tutto, il rifacimento non sia mai stato proibito (pp. 398-406)
 

WEAVER



     Come sappiamo, il rifacimento non fu mai stampato dal Berni per motivi che oggi purtroppo ci sfuggono. Forse è possibile dedurre qualche indizio da due capitoli che il Berni scrisse al cardinale Ippolito De' Medici nel 1532-33. Uno dei capitoli in questione è il Capitolo di Gradasso, nel quale un encomio paradossale è rivolto al nano del cardinale, paragonato al guerriero pagano della poesia cavalleresca. "Nel capitolo il poeta dichiara che il nano vince il paragone con quell'altro Gradasso e con tutti gli eroi dei romanzi, e allo stesso tempo forse Berni vuol dire anche di aver abbandonato lui questi personaggi [...]. Gli eroi dell'epopea di Orlando si scartano come le carte da gioco, si abbandonano nel confronto con il nuovo Gradasso. [...] Allo stesso tempo, e coerentemente con i soliti doppi sensi della poesia giocosa berniana, si tratta molto probabilmente di un riferimento personale del poeta ai paladini del Rifacimento, metonimia per il poema, anch'esso abbandonato proprio in quel periodo" (p. 121). L'altro, e forse il più interessante, è il Capitolo al cardinale De' Medici, nel quale, "oltre all'allusione alla rinuncia, vi è qualche indicazione delle opposizioni alla pubblicazione del poema che Berni avrebbe incontrato. Il poeta si scusa di non poter fare un elogio adeguato al cardinale, dicendo di aver capito, per una prova recentemente fallita, di essere negato alla stile aulico:

Provai un tratto a scrivere elegante,
in prosa e in versi, e fecine parecchi,
e ebbi voglia anch'io d'esser gigante;

Ma messer Cinzio mi tirò gli orecchi,
e disse: - Bernia, fa pur dell'Anguille,
ché questo è il proprio umor dove tu pecchi:

arte non è da te cantar d'Achille;
ad un pastor poveretto tuo pari
convien far versi da boschi e da ville -.
               [LVII, 37-45]

     Il tentativo di 'scrivere elegante', di 'cantar d'Achille' deve essere il Rifacimento" (p. 121), come ci chiarisce anche l'esplicitato desiderio "d'esser gigante", ripreso sia dal rifacimento (II iii 44), sia dal Morgante maggiore (XVIII.113.6) e riferito alle stesse aspirazioni epiche.
     Al verso 40 e seguenti si legge che sarebbe stato "messer Cinzio" a far desistere il Berni dalle aspirazioni auliche per un più consono ritorno al verso umile. Questo passo virgiliano, nel quale "Cinzio" non è altro che Apollo (il Dio della poesia), "starebbe ad indicare l'autocritica del poeta, la sua decisione, forse non del tutto autonoma, di ritirare la sua opera".
     "Nei versi che seguono nello stesso Capitolo al cardinale De' Medici il poeta forse accenna a un ostacolo di carattere più pratico, un'insufficienza di natura economica e non artistica, e, forse, all'opposizione del potente nemico, Pietro Aretino:

Ma lasciate ch'io abbia anch'io denari,
non fia più pecoraio ma cittadino,
e metterò gli unquanco a mano e' guari;

&com'ha fatto non so chi mio vicino,
che veste d'oro e più non degna il panno,
e dassi del messer e del divino.

Farò versi di voi che fumaranno,
e non vorrò che me n'abbiate grado;
che s'io non dirò il ver, sarà mio danno
               (vv. 46-54)" (p. 122)

     Tuttavia le motivazioni che spinsero il Berni alla rinuncia non possono essere altro che di natura congetturale (pp. 120-123)