INDICE

PIETRO BEMBO
(Venezia, 1470 Roma, 1547)

PREMESSA

GUIDA

INDICE
DEL TESTO

NOTA AL
TESTO

BIBLIOGRAFIA

SIGLE

PERSONE

SOGGETTI

Rime


 

 

TESTI



 

STUDI



 

ROMEI Introduzione


   Una delle forme poetiche predilette dal Berni è la parodia. La maggior parte della produzione parodica si ha nel triennio compreso fra 1524 e il 1527, ma è "anticipata già nel 1523 [con il Sonetto al Divizio] (XX)". Essa "implica la questione dell''antipetrarchismo' bernesco. [...] Non all'intangibile Petrarca si volta il veleno del Berni, ma alla rimeria meccanica dei petrarchisti [...] di contro all'aspra e dolorosa poesia di Michelangelo ('tacete unquanco, pallide vïole / e liquidi cristalli e fiere snelle: / e' dice cose e voi dite parole' [LXV.29-31]). I bersagli puntuali sono d'eccellenza: il Castiglione (XX), il Bembo (XXX, XXXI). [...] 
   La magra poesia di questi anni, dunque, se non è estemporanea e occasionale e non ha finalità diverse da quelle proprie dell'arte [...], è un'antipoesia, una poesia negativa - sia pur raffinatissima quanto si voglia -, che non si discosta troppo dall'impegno di 'spoetarsi' assunto nel Dialogo" (pp. 11-12) 
 

VIRGILI


   Nel 1531 divampò a Padova una disputa fra Pietro Bembo e Antonio Brocardo, studente di legge della locale università, amante della letteratura. L'imprudente Brocardo osò parlare con disprezzo dell'autorevolissimo Bembo, notando perfino degli errori nelle Rime, alle quali ebbe il coraggio di contrapporre le sue. L'indignazione di quest'ultimo fu immediata e violenta. 
   Questa disputa è importante per noi in quanto il Berni, che si trovava proprio a Padova in quei mesi (ospite della famiglia Cornaro), la ricorda in un proemio del rifacimento (XIII 1-7). Con questi versi sembra che voglia mettere, in questa "lotta disuguale e accanita, una parola di pace" disinteressata. È sorprendente come, questa volta, cerchi la massima cautela e prudenza: il nome del Bembo rimane celato e vi si allude solo con perifrasi encomiastiche. La volontà di ammansire il luminare della letteratura lo porta addirittura all'adulazione; ma forse proprio la mancanza di spontaneità che traspare in questi versi fa intendere come la bilancia del consenso pendesse dalla parte del Brocardo: il Berni sembra mantenere una certa distanza nelle lodi al Bembo, mentre si avverte una calorosa partecipazione nel lodare lo spirito 'virtuoso' del giovane amico. 

[N.B.: In realtà le lodi sono tutte per il Brocardo. L'obiezione del Virgili, per cui sarebbero esagerate e incomprensibili se rivolte a un giovane scrittore semi-sconosciuto, è poco credibile: lo stile della lode nel Cinquecento era quello e non si curava della proporzione tra lode e oggetto lodato; inoltre proprio la passione polemica (anti-bembesca) poteva indurre a strafare]
Come spesso accadeva a quei tempi i letterati si schierarono da una delle due parti. Non mancò in questo neppure l'Aretino, che decise, forse per convenienza, di prendere le parti del Bembo, accanendosi, con forte violenza verbale, contro il malcapitato Brocardo. Poiché questi ebbe ad ammalarsi e morire giovanissimo poco dopo, l'Aretino si vantò addirittura di averlo ucciso con i suoi sonetti. Certo il Berni dovette sentire una forte indignazione per il tragico avvenimento; probabilmente ne sono una prova le prime ottave del canto XIV del rifacimento (pp. 229-238) .
[N.B.: Ciò che afferma il Virgili è impossibile: nei versi del Berni il Brocardo è vivo (proprio per questo quei versi sono un elemento di datazione, individuando un terminus ante quem nella morte del Brocardo)] 
   I Cornaro si schierarono dalla parte del Brocardo, loro amico, contro il Bembo (con il quale, benché fosse loro parente, avevano in sospeso vecchi rancori, legati ad interessi economici e benefici ecclesiastici) e di conseguenza contro il suo sostenitore, Pietro Aretino. Costui molto probabilmente si dolse non poco di questa inimicizia. Infatti, i Cornaro, essendo ricchi patrizi veneziani, avrebbero in seguito avuto un posto nel Senato di Venezia e ciò poteva preoccupare l'Aretino, che, se disse male di tutti, non osò mai dir male dei veneziani e di Venezia (pp. 245-246).