Analisi del sonetto
In principio era buio, e buio fia
di Luigi Pulci





TESTO E COMMENTO





Si riportano i testi e i commenti delle edizioni Dolci e Orvieto [vedi Sigle].





DOLCI, CXLIV, p. 123


[TESTO]


Luigi Pulci a Benedetto Dei [1].

T: XXVI, Lui[gi] Pul[ci] a Benedetto Dei.

      1     In principio era buio, e buio sia.
      2  Hai tu veduto, Benedetto Dei,
      3  come sel beccon questi gabbadei,
      4  che dicon ginocchion l'ave Maria!
      5  Tu riderai in capo della via,
      6  chè tu vedrai le squadre de' Romei
      7  levarsi le gallozze e gli agnusdei [2]
      8  e tornare a cercar dell'Osteria.
      9  Ma il piacer fie di queste capperucce,
     10  e di certe altre ave Marie infilzate,
     11  che biascion tutto dì come bertucce.
     12  O pecorelle mie, zoppe e sciancate,
     13  che credete lassù salire a grucce,
     14  e nespole parer poi 'ncoronate,
     15                 le porte fien serrate,
     16  e tutte al buio indietro torneranno,
     17  e in bocca al Drago tuo si troveranno.
     18                 E fia ben male il danno
     19  ma, a mie' parere, ancor peggio le beffe.
     20  Torbo, accia, accia, e mazeri bizeffe. [3]

[APPARATO]

v. 5, T: tu vedrai. - v. 6, T: venir le grande squadre de Romei. - v. 7, T: et lassar. - v. 8, T: et cercar di trovar l'ostaria. - v. 9, T: la festa fie di certe capparuccie. - v. 10, T: e l'altre tante... infilate. - v. 11, T: che biascian per la via. - v. 12, T: e spincate. - v. 13, T: credete colà su. - v. 14, T: e nespole parete. - v. 20, E: Thaibo accia accia e nasseri bizzeffe.

[COMMENTO]

[1] In occasione del Giubileo, per deridere i pellegrini... e non solo loro. [2] Le gallozze sono forse le corone e i rosari; gli agnusdei medaglie di cera consacrata, con una immagine del santo Agnello. [3] Accetto la lezione di T: dalla quale può cavarsi un senso: i Romei invece delle gioie del Paradiso avranno le pene dell'Inferno: Buio (torbo), stoppa (accesa), e bastonate. Mazzera vuol dire bastone pannocchiuto. (Crusca).

[NOTA AL TESTO] (p. 11)

I sonetti del Pulci e del Franco furono stampati l'ultima volta in Lucca nel 1759 di su un «accuratissimo testo a penna di Carlo Dati», ma non senza errori, specialmente tipografici. i primi 83 sonetti si ristampano oggi da un ms. inedito, che è in possesso del compilatore di queste note [indicato con la sigla D].

I sonetti, dopo l'83 , sono ristampati, corretti i più evidenti errori, seconda l'edizione del 1759. Ho creduto opportuno segnare via via le più importanti, o per significato o per singolarità di grafia, varianti, e rispetto all'edizione del 1759 (E) e rispetto al Codice Trivulziano 965, che la gentilezza di S. E. il principe Trivulzio ha messo a mia disposizione (T).[1]

La grafia è ammodernata convenientemente, in modo però da non far perdere agli scritti il loro sapore primitivo; e così la punteggiatura.

nota [1]: Il Cod. Trivulziano n. 965, del sec. XV, cartaceo, contiene 103 sonetti, il cui ordine e la cui intestazione apparirà via via nella notazione delle varianti.





ORVIETO, II, p. 198


[TESTO]

      1  In principio era buio, e buio fia.
      2  Hai tu veduto, Benedetto Dei,
      3  come sel beccon questi gabbadei,
      4  che dicon ginocchion l'avemaria!
      5  Tu riderai in capo della via,
      6  ché tu vedrai le squadre de' romei
      7  levarsi le gallozze e gli agnusdei
      8  e tornare a cercar dell'osteria.
      9  Ma il piacer fie di queste capperucce,
     10  e di certe altre avemarie infilzate,
     11  che biascion tutto dì come bertucce.
     12  O pecorelle mie, zoppe e sciancate,
     13  che credete lassù salire a grucce,
     14  e nespole parer poi 'ncoronate,
     15     le porte fien serrate,
     16  e tutte al buio indietro torneranno,
     17  e in bocca al drago tuo si troveranno.
     18     E fia ben male il danno
     19  ma, a mie parere, ancor peggio le beffe.
     20  Thaibo, accia, accia, e nasserì bizeffe.

[COMMENTO]

  • 1. Cfr. l'inizio del Genesi e, quindi, della Bibbia, ma con conclusione parodica («In principio Dio creò il cielo e la terra ... le tenebre ricoprivano l'abisso ... Dio disse: "Sia luce!", e luce fu»).
  • 2. Benedetto Dei: su questo bizzarro personaggio del '400 cfr. il mio articolo Un esperto orientalista del '400: Benedetto Dei, in «Rinascimento», XX, 1969, pp. 205-75.
  • 3. sel beccon: si sottintenda «il cervello», «corrono dietro a vane fantasie» (cfr., anche con implicazioni oscene, Sonetti contro Matteo Franco, XXI 17). gabbadei: ipocriti, bacchettoni; cfr. BURCHIELLO, Sonetti inediti (a c. di M. MESSINA, Firenze 1952, p. 56: «O falsi gabbadei, o colli torti, / o ipocriti diabolici incarnati»), PULCI, Lettere, p. 938 («l'un gabbadeo torce il collo all'altro»).
  • 6. romei: i fedeli che si recavano in pellegrinaggio a Roma.
  • 7. gallozze: letteralmente grosse ghiande (cfr. Giostra, LXXII 2), qui probabilmente il rosario che portavano intorno al collo. agnusdei: cfr. Sonetti contro Matteo Franco, X 8.
  • 9. capperucce: letteralmente piccoli cappucci o cuffie monacali (cfr. BURCHIELLO, Sonetti, p. 50), qui «bigotte, santarelline».
  • 10. avemarie infilzate: dalle rappresentazioni iconografiche della Vergine infilzata dalla spada, sinonimo del precedente capperucce, cfr. ARETINO, Sei giornate, a cura di G. AQUILECCHIA, Bari 1969, p. 55 («Ella era una avemaria infilzata, una graffia-santi e una scopa-chiese»).
  • 11. biascion: biascicano (orazioni), sull'«orazione della bertuccia» cfr. Morgante, XVI 78 7-8 («ed ogni volta con Cristo si cruccia / e dice l'orazion della bertuccia»), 89 8 («dicevi il paternostro della scimia»), VARCHI, Ercolano, p. 102 («Dire il paternostro della bertuccia ... è ... bestemmiare e maladire, come pare che facciano cotali animali, quando acciappinano per paura, o per istizza dimenano tosto tosto le labbra»).
  • 13. a grucce: con le stampelle.
  • 14. E parere dei martiri incoronati: cfr. Morgante, XXVI 22 8 («come nespola in capo la corona»), e relativo commento dell'Ageno («si paragona la corona del martirio a quella corona che ha la nespola, perché cosí la rappresentavano i pittori»).
  • 15. le porte: del cielo, del paradiso.
  • 17. al drago tuo: a Satana, oppure, essendo il drago un grosso serpente (cfr. Morgante, XIV 81 2), si fa riferimento al coccodrillo che Benedetto Dei aveva portato con sé dall'oriente (cfr. PULCI, Lettere, p. 955).
  • 19-20. Peggio del danno che riceveranno sarà la beffa, di aver creduto di raggiungere il paradiso «biascicando» qualche orazione.
  • 20. Thaibo, accia, accia: accolgo la lezione dell'edizione dei sonetti del 1759 (a cura di F. DE' ROSSI), sistematicamente respinta perché apparentemente non dà senso; si tratta, con ogni probabilità, di parole «moresche» (come del resto anche «nasserì bizeffe»), a cui Pulci ricorreva o per ottenere effetti comici (cfr. Ciriffo, III 131 3-5: «Peroché intorno a lui gran cerchio fassi / di giannizzi, d'essapi o suoi galuppi, / "Iuri caurri - gridando - ieremassi"»), o per polemicamente «sbattezzarsi» cfr. Lettere, pp. 938-39: «.. io ho apostato Cristo a' Farisei. ... Et poi che sarò nella Mec, così in lingua moresca ti manderò qualche verso; poi che sarò nello 'nferno, se potrò te ne manderò quassù per qualche spirito», p. 940: «io verrò costì in su le fonte a sbattezzarmi dove fui in maladetta hora et punto indegnamente battezzato; che certo io ero più tosto distinato al turbante che al cappuccio». Pulci contrappone la propria fede musulmana a quella cristiana o, meglio, ad un certo tipo di bigotteria cristiana. nasserì bizeffe: monete (nassèr, antica moneta araba d'argento) in abbondanza, a bizzeffe (per nasiri bizzaf cfr. «Lingua nostra», XXX, 4, 1969, p. 99, e Morgante, XVII 68 8-69 4: «dicendo tutti: "Nasserì bizeffe" ... I mamalucchi voglion per vantaggio / per ogni bastonata un nasserì / da ogni peccator che fanno oltraggio»). Quindi: questi ipocriti peccatori si meriterebbero un sacco di bastonate.


OSSERVAZIONI


TESTO

Il Dolci ripropone il testo dell'edizione del 1759, a eccezione dell'ultimo verso che accoglie la lezione del Cod. Triv. 956 (cfr. nota 3). Le varianti grafiche da lui proposte sono tutte da respingere: quelle dei vv. 4 (ave Maria) e 10 (ave Marie) perché la scrizione sintetica appare preferibile; quelle dei vv. 6 (Romei), 8 (Osteria), 17 (Drago) perché la capitale appare ingiustificata; quella del v. 6 (chè) perché non ortofonica; quella del v. 19 (mie' ['mio']) per l'assenza di qualsiasi sottrazione alla parte finale della parola che giustifichi l'apostrofo. Ugualmente da rigettare appaiono le varianti sostanziali: al v. 1 fia risulta preferibile a sia per la coincidenza con la citazione di Morgante XXVIII 42 8 e per la maggiore prossimità al testo scritturale (fiat lux ecc.) (cfr. anche CARRAI Confessione n. 38 pp. 180-181); al v. 20 Torbo e mazeri, che hanno il vantaggio di restaurare il senso ('Buio, stoppa, stoppa [accesa] e mazzate a bizzeffe'), rischiano però di introdurre una lectio facilior, assolutamente da evitare in uno scrittore linguisticamente 'difficile' come il Pulci.

Si accoglie pertanto il testo dell'Orvieto (benché egli non ne indichi la fonte). Si ritiene necessario, tuttavia, introdurre capoversi indentati all'inizio delle quartine e delle terzine e una più accentuata indentatura ai primi versi delle code. Si propone inoltre di modificare largamente i segni di interpunzione. Alla fine del v. 4 si reputa necessario un punto interrogativo anziché esclamativo. Alla fine del v. 14 si preferisce collocare un punto, per isolare sintatticamente la seconda terzina, che si intende trasformare in locuzione esclamativa difettiva del verbo, per ovviare all'incongruenza dell'attuale situazione, che introduce al v. 12 un vocativo («o pecorelle mie») al quale fanno seguito ai vv. 16-17 due verbi alla 3ª persona plurale. Il polisindeto dei vv. 16-18 (e... e... e...) non può essere interrotto alla fine del v. 17 con un punto fermo; ad esso sarà preferibile sostituire una virgola. Per uniformare la punteggiatura alla sintassi si introdurrà una virgola alla fine del v. 18.

Ecco dunque il testo secondo la nostra interpretazione:

      1     In principio era buio, e buio fia.
      2  Hai tu veduto, Benedetto Dei,
      3  come sel beccon questi gabbadei,
      4  che dicon ginocchion l'avemaria?
      5     Tu riderai in capo della via,
      6  ché tu vedrai le squadre de' romei
      7  levarsi le gallozze e gli agnusdei
      8  e tornare a cercar dell'osteria.
      9     Ma il piacer fie di queste capperucce,
     10  e di certe altre avemarie infilzate,
     11  che biascion tutto dì come bertucce.
     12     O pecorelle mie, zoppe e sciancate,
     13  che credete lassù salire a grucce,
     14  e nespole parer poi 'ncoronate!
     15                 Le porte fien serrate,
     16  e tutte al buio indietro torneranno,
     17  e in bocca al drago tuo si troveranno,
     18                 e fia ben male il danno,
     19  ma, a mie parere, ancor peggio le beffe.
     20  Thaibo, accia, accia, e nasserì bizeffe.

COMMENTO

  • 1. In principio... fia: Non si dovrebbe omettere di citare l'esordio del Morgante: «In principio era il Verbo appresso a Dio, / ed era Iddio il Verbo e 'l Verbo Lui: / questo era nel principio, al parer mio, / e nulla si può far sanza Costui. / Però, giusto Signor benigno e pio, / mandami solo un degli angeli tui, / che m'accompagni e rechimi a memoria / una famosa, antica e degna storia» (Morgante I 1), con il suo puntuale rinvio al vangelo di San Giovanni: «In principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est [...]» (Ioann. I 1-3). Alla luce di questo rimando interno l'esordio del sonetto assume il senso non solo di una blasfema parodia, ma anche di un'irriverente ricantazione (da correlare con la chiusa del sonetto Costor che fan sì gran disputazione: «Noi ce n'andrem, Pandolfo, in valle buia / sanza sentir più cantare alleluia!» [vv. 22-23]). La ricantazione della ricantazione verrà, com'è noto, in Morgante XXVIII 43 («In principio creò la terra e 'l cielo / Colui che tutto fe' qual sapïente, / e le tenebre al sol facevon velo; / non so quel ch'e' si fia poi finalmente / nella revoluzion del grande stelo: / basta che tutto giudica la Mente; / e se pur vane cose un tempo scrissi, / contra hypocritas tantum, pater, dissi») e in Confessione 55-66 («Che colpa ho io se quella madre antica / ci creò con peccati e con defetti? / (Però pur la speranza mi nutrica). // E la natura par che si diletti / varie cose crear, diversi ingegni: / a me dette per dote i miei sonetti. // S'io ho della ragion passati i segni, / m'accordo colla Bibbia e col Vangelo, / pure che tu [Madonna] per le chioma mi sostegni. // In principio creò la terra e 'l cielo / Colui che tutto fe', poi fe' la luce / e levò delle tenebre il gran velo...»).
  • 9. capperucce: cfr. CARRAI Confessione 185: «dal v. 9 in poi il poeta se la prende piuttosto con altri e ben più responsabili "gabbadei", vale a dire con i frati (chiamati "capperucce"), per i quali il pellegrinaggio si rivelava veramente un "piacer" o, secondo la variante del ms. Trivulziano 965, una "festa". Cosicché i vv. XXVIII 43 7-8 del Morgante "e se pur vane cose un tempo scrissi, / contra hypocritas tantum, pater, dissi" - che sembrano ispirarsi a tutta una tradizione di pamphlets antimonastici, dall'Oratio in Hypocritas del Bruni al dialogo Contra Hypocritas di Poggio - andranno interpretati come una difesa del sonetto: 'se un tempo ho composto poesie poco pie, l'ho fatto soltanto per colpire la falsità dei religiosi'. Non senza alludere, probabilmente, anche al fatto che se aveva messo alla berlina le dispute circa l'immortalità dell'anima - indirizzando a Pandolfo Rucellai il citato Costor che fan sì gran disputazione - l'aveva fatto non per contestare la validità di quel dogma, bensì per colpire la setta dei neoplatonici». Si concorda invece con Orvieto (e con la voce del GDLI alla quale patentemente Orvieto s'ispira [vedi Lessico]) per la maggiore congruità con il successivo avemarie infilzate, che pare difficile possa applicarsi a persone di sesso maschile. Conseguentemente anche festa andrà riferito non all'oggetto del discorso (frati o bigotte che siano), ma al soggetto parlante e al suo interlocutore e sarà da intendere: 'il divertimento saranno...', 'ci sarà da divertirsi con...', in congruità col «Tu riderai...» del v. 4.
  • 13. che credete lassù salire a grucce: 'che credete che la strada del paradiso sia così facile e piana che vi si possa salire comodamente, anche da parte di invalidi'; il verso va connesso con i vv. 15-17 del sonetto Costor che fan sì gran disputazione: «Mi dice un che v'è stato / nell'altra vita e più non può tornarvi, / che appena con la scala si può andarvi», con la conclusione: «Noi ce n'andrem, Pandolfo, in valle buia / sanza sentir più cantare alleluia!» (vv. 22-23).


[25 settembre 1995]


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