Analisi del sonetto
In principio era buio, e buio fia
di Luigi Pulci





RETORICA







FIGURE IN ORDINE ALFABETICO


ANADIPLOSI:
   1 In principio era buio, e buio fia.
ANAFORA:
   16-18 e... / e... / e...
ANTITESI:
   18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
      le beffe
APOSTROFE:
   2 Hai tu veduto, Benedetto Dei [...]
   12 O pecorelle mie...
CHIASMO:
   1 In principio era [A] buio [B], e buio [B] fia [A].
INCREMENTUM:
   18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
      le beffe
IPERBOLE:
   11 che biascion tutto dì come bertucce
ISOCOLIA:
   18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor peggio
      le beffe
METAFORA:
   2 Hai tu veduto, Benedetto Dei, / 3 come sel beccon questi
     gabbadei
   5 Tu riderai in capo della via, / 6 ché tu vedrai le squadre
     de' romei / 7 levarsi le gallozze e gli agnusdei / 8 e
     tornare a cercar dell'osteria.
   7 levarsi le gallozze e gli agnusdei
   9 Ma il piacer fie di queste capperucce, / 10 e di certe
     altre avemarie infilzate, / 11 che biascion tutto dì come
     bertucce.
   12 O pecorelle mie, zoppe e sciancate, / 13 che credete lassù
      salire a grucce
   14 e nespole parer poi 'ncoronate
   17 e in bocca al drago tuo si troveranno
METONIMIA:
   7 levarsi le gallozze e gli agnusdei
   9 Ma il piacer fie di queste capperucce
POLISINDETO:
   15 le porte fien serrate, / 16 e tutte al buio indietro
      torneranno, / 17 e in bocca al drago tuo si troveranno, //
      18 e fia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor
      peggio le beffe.
SENTENZA:
   1 In principio era buio, e buio fia.
SIMILITUDINE:
   9 Ma il piacer fie di queste capperucce, / 10 e di certe
     altre avemarie infilzate, / 11 che biascion tutto dì come
     bertucce.
   14 e nespole parer poi 'ncoronate


FIGURE IN ORDINE TOPOGRAFICO


 1 - In principio era buio, e buio fia.
         [SENTENZA] [ANADIPLOSI] [CHIASMO]
 2 - Hai tu veduto, Benedetto Dei, / 3 come sel beccon questi gabbadei
         [APOSTROFE] [METAFORA]
 5 - Tu riderai in capo della via, / 6 ché tu vedrai le squadre 
     de' romei/ 7 levarsi le gallozze e gli agnusdei / 8 e tornare
     a cercar dell'osteria.
         [METAFORA] [METAFORA]
 7 - levarsi le gallozzee gli agnusdei
         [METAFORA] [METONIMIA]
 9 - Ma il piacer fie di queste capperucce, / 10 e di certe altre
     avemarie infilzate, / 11 che biascion tutto dì come bertucce. 
         [METONIMIA] [METAFORA] [METAFORA] [IPERBOLE] [SIMILITUDINE]
12 - O pecorelle mie, zoppe e sciancate, / 13 che credete lassù
     salire a grucce
         [APOSTROFE] [METAFORA]
14 - e nespole parer poi 'ncoronate!
         [SIMILITUDINE] [METAFORA]
15 - le porte fien serrate, / 16 e tutte al buio indietro
     torneranno, / 17 e in bocca al drago tuo si troveranno, /
     18 efia ben male il danno / 19 ma, a mie parere, ancor
     peggio le beffe.
         [POLISINDETO] [ANAFORA] [METAFORA] [ISOCOLIA]
         [INCREMENTUM] [ANTITESI]


OSSERVAZIONI


Il complesso di figurae che risulta più consistente appartiene al campo dell'analogia, con ben 11 metafore (beccarselo, squadre, gallozze, avemarie infilzate, biasciare, pecorelle, a grucce, 'ncoronate, in bocca al drago tuo) e 2 similitudini (certe altre avemarie infilzate, / che biascion tutto dì come bertucce; nespole parer poi 'ncoronate). Il rilievo numerico è pari al rilievo semantico: non c'è dubbio che proprio ai procedimenti analogici il sonetto affidi le sue principali chances espressive. Infatti il sistema analogico che governa il testo produce una metodica degradazione di cose e persone che è l'arma principale del dileggio: dedicarsi a pratiche di devozione diventa un beccarsi il cervello ('aggirarsi pazzamente in cose vane'); le sante schiere dei romei appaiono manigolde squadre militari; i grani del rosario si trasformano in turpi gallozze (in cui interviene anche una componente fonetica deteriore); le pie donne sono trattate senz'altro da avemarie infilzate (dove è addirittura la sacra immagine della Vergine, trafitta dalle spade del dolore, ad essere avvilita da un verbo degradante); il devoto mormorio delle preghiere si trasforma in un ripugnante e animalesco biasciare (con l'aggravante dell'iperbole tutto dì, applicabile piuttosto a ruminanti che ad umani); la metafora evangelica delle pecorelle è malignamente contaminata dal contesto, che trasforma la gloriosa ascesa al cielo (lassù) nell'arrancare affannoso di una turba di deformi e d'invalidi; l'aureola che incorona i beati intristisce in un'ignobile orlatura vegetale; persino il tragico precipitare dei dannati nella bocca dell'inferno (che l'iconografia tradizionale raffigura in forma di mostro dalle spaventose fauci spalancate) si ridicolizza nel finire in bocca al drago (ma in realtà coccodrillo imbalsamato) che Benedetto Dei aveva riportato dalle sue esotiche peregrinazioni. In questo pervasivo sistema metaforico si incastrano perfettamente le due similitudini, che incrementano la degradazione: animalesca, l'una (le beghine biasciano preghiere come bertucce), vegetale, l'altra (gli eletti sono incoronati sì da parere nespole).

Al sistema della degradazione metaforica si connettono (oltre all'iperbole del v. 11: tutto dì) le metonimie del v. 7 (che spaccia sbrigativamente le immagini sacre per agnusdei) e del v. 9 (che designa irrisoriamente le pinzochere [o i frati] dai cappucci, anzi dalle spregevoli capperucce). E una degradazione si coglierà nell'antitesi danno/beffe dei vv. 18-19, che sviluppa un negativo incrementum: «e fia ben male il danno / ma, a mie parere, ancor peggio le beffe».

Le figurae in verbis coniunctis mostrano come la sintassi prediliga svilupparsi in forme di regolarità (parallela o simmetrica) e di iterazione. La regolarità simmetrica si coglie nella sentenza del primo verso, dislocata in forma di chiasmo («In principio era [A] buio [B], e buio [B] fia [A]») e a voler essere pignoli di anadiplosi, assumendo come unità di riferimento i due emistichi del verso e come elemento di ripetizione la parola buio. La regolarità parallela si manifesta nell'isocolia che caratterizza i vv. 18-19: «e fia ben male il danno / ma, a mie parere, ancor peggio le beffe». L'iterazione modella la sintassi dei vv. 15-19, caratterizzata da un polisindeto variato nella sua ultima occorrenza (si passa dalla congiunzione copulativa e all'avversativa ma): «le porte fien serrate, / e tutte al buio indietro torneranno, / e in bocca al drago tuo si troveranno, / e fia ben male il danno / ma, a mie parere, ancor peggio le beffe». Per la sua sistematica collocazione ad inizio di verso la replicazione della congiunzione e si può considerare una tenue forma di anafora.

Il valore strutturale delle due apostrofi (vv. 2 e 12) si troverà illustrato nella parte dedicata alla struttura.



[25 settembre 1995]


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