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La polemica cinquecentesca sulla Donazione di Costantino: Agostino Steuco e i luterani

By Federica Congedo on 20/12/2017

1547-1600
La polemica cinquecentesca sulla Donazione di Costantino: Agostino Steuco e i luterani

Cento anni dopo la pubblicazione del De falso credita et ementita Constantini Donatione, Agostino Steuco cercò di confutare l'opera del Valla, riscuotendo successi, ma anche molteplici critiche da parte dei Luterani.

A distanza di poco più di un secolo dalla pubblicazione nel 1440 del De falso credita et ementita Constantini Donatione di Lorenzo Valla, il dibattito sul Constitutum Constantini si era tutt’altro che spento. Tanti, nel sec. XVI, furono gli interventi in merito, soprattutto da parte di giuristi che tentarono, in maniera piuttosto sterile, di confutare le argomentazioni addotte dal Valla e, pochi anni prima di lui, da Niccolò Cusano (1433) e Leonardo Teronda (1435).

Nessuno però aveva provato a contrastare il Valla sul terreno su cui meglio l’umanista si era destreggiato: quello dell’analisi filologica. Un secolo dopo, nel 1547, avremo, però, il primo, e per certi versi l’unico, tentativo di confutazione filologica delle teorie del Valla: il Contra Laurentium Vallam de donatione Constantini libri duo di Agostino Steuco (1497/1498 - 1548), canonico regolare lateranense, nominato nel 1538 vescovo titolare di Kìsamos (Creta) e prefetto della Biblioteca Vaticana dal 1542 al 1548. L’importanza dell’opera di Agostino Steuco è legata a diversi fattori. Innanzitutto, se si tiene conto della tradizione greca del Constitutum, egli è l’unico umanista ed erudito a conoscere ben due traduzioni greche (il Constitutum infatti venne scritto in lingua latina) della Donazione. La prima, quella di Teodoro Balsamone (sec. XII), fu tradotta durante il regno di Manuele I Comneno, tra il 1169 e il 1177 e inclusa nel suo Commento al Nomocanone di Fozio, un catalogo di decreti imperiali ed ecclesiastici, nel Titolo 8, capitolo I, sezione incentrata sui ruoli e i doveri del clero e dei vescovi. Il manoscritto della Donazione di Costantino nella versione del Balsamone conosciuto da Steuco era un codice, per stessa ammissione dell’intellettuale, proveniente dalla biblioteca di S. Antonio in Castello di Venezia e il testo venne inserito dallo Steuco nell’Adversus Lutheranos del 1530. Quando lo Steuco però divenne bibliotecario della Biblioteca Apostolica Vaticana ebbe modo di far conoscenza di un ulteriore documento in greco del Constitutum Constantini, la versione, attribuita da Petrucci a Demetrio Cidone, risalente al 1369 e tuttora inedita. Tale traduzione è, per certi versi, ancora più importante di quella del Balsamone dal momento che è l’unica a presentare il testo integrale della Donazione di Costantino. Quest’ultimo è, difatti, costituito dalla confessio (ossia la professione di fede pronunciata dall’imperatore Costantino, in cui egli spiega le cause della sua conversione) e dalla donatio vera e propria. Nessun intellettuale, neppure Lorenzo Valla, adoperò mai la redazione integrale del Constitutum, nonostante, ad esempio, l’abbondanza di manoscritti delle Decretali Pseudo-Isidoriane che, nella loro recensio maior, presentavano la versione completa e dal cui testo fu estratto quello del Constitutum inserito nel Decretum Gratiani adoperato da tutti gli umanisti e i giuristi che si interessarono della questione. Prima dello Steuco, solo un intellettuale aveva avuto conoscenza dell’Editto di Cidone: Bartolomeo Picerno da Montearduo (secc. XV-XVI) che aveva reperito un codice greco presso la Biblioteca Vaticana e lo aveva tradotto, donando poi, verso il 1504-1505, il frutto del proprio lavoro a papa Giulio II (pontefice dal 1503 al 1513). La sua traduzione ebbe grandissima fortuna tanto che nel corso del Cinquecento fu pubblicata ben quindici volte, sia in ambiente luterano che cattolico, e fu tradotta in tre lingue moderne: inglese, tedesco e italiano. Tuttavia l’operazione dell’umanista si limitò ad una semplice traduzione, senza alcun tipo di analisi del testo greco né di invettiva critica contro il Valla. A questo pensò pochi anni dopo Agostino Steuco, che operò in un campo in cui nessuno, prima di lui, si era cimentato: la filologia. Egli, infatti, adoperando il testo greco del Constitutum cercò di smentire, da un punto di vista filologico, le argomentazioni del Valla presenti nel De falso credita et ementita Constantini Donatione. Per far comprendere la novità del suo intervento mi limiterò a presentare un caso emblematico: Valla muove una critica al passo del Constitutum «Utile iudicavimus […] cum cuncto populo imperio romano ecclesiae subiacenti» ritenendo impossibile che il popolo romano possa essere sottomesso alla Chiesa. Steuco dimostra come il manoscritto di cui si servì il Valla fosse errato e che nel testo greco tale affermazione del Constitutum non era presente. C’è scritto infatti nel documento di Cidone: «Τῷ τῆς ῥωμαικῆς βασιλείας μεγαλότητι ὑποκειμένῳ λαῷ», e in un altro codice: «καὶ τῷ δήμῳ τῷ τῇ δόξῃ ῥωμαικῆς βασιλείας ὑπείκοντι», quindi il popolo è sottomesso alla grandezza dell’impero romano e non alla Chiesa.Se da una parte Steuco si differenzia da tutta la sterile disputa Quattro-Cinquecentesca, denotando grande erudizione e competenza filologica, dall’altra non riesce a discostarvisi completamente e così giunge ad adottare la dottrina ierocratica, tanto cara ai giuristi quattro e cinquecenteschi. Difficile stabilire le cause della stesura di quest’opera.

È poco probabile, come sostiengono alcuni, che l’opera possa essere solo una semplice risposta alle accuse in merito alle sue scarse competenze filologiche mosse da Erasmo da Rotterdam: l’intellettuale, infatti, era morto nel 1536, ben undici anni prima della composizione del Contra Laurentium Vallam. Ritengo che sia più plausibile, invece, che l’opera sia stata redatta su commissione da papa Paolo III che, proprio nel 1547, incaricò lo Steuco di dirigersi a Trento e prendere parte ai lavori del Concilio. Non può non colpire, in tal senso, la lettura pubblica di parte dell’opera di fronte a papa Paolo III che apprezzò molto le riflessioni e le analisi dello Steuco, come ci informa lo scambio epistolare tra Guglielmo Sirleto e Marcello Cervini. Inoltre, proprio nel 1547 Steuco fu incaricato dal papa di dirigersi a Trento per partecipare ai lavori del Concilio, compito che però non assolse per il sopraggiungere della morte.Qualunque sia stata la causa della composizione, l’opera ebbe grandissima risonanza e aspre furono le critiche nei suoi confronti, ma notevoli anche le lodi. Le prime furono mosse, com’è prevedibile, dai luterani che non solo avevano apprezzato il De falso credita et ementita Constantini Donatione, ma conoscevano anche il De concordantia catholica di Niccolò Cusano, che, prima di Valla, aveva smentito la veridicità della Donazione mediante argomentazioni di carattere storico. Di conseguenza lo Steuco che, attraverso la filologia, intendeva sostenere la veridicità del Constitutum fu criticato più e più volte: Calvino, nella sua Institutio christianae religionis, lo taccia di «impudentia» e definisce i suoi scritti «putidas naenias», Mattia Flaccio Illirico lo appella «adulator pontificis», Theodor Bibliander, che pure aveva apprezzato e trascritto la traduzione dal greco dello Steuco, inserisce, nella sua De summa trinitate et fide catholica, l’opinione poco lusinghiera che Giovanni Cuspiniano, molti anni prima, aveva espresso nei confronti del Picerno. Quale motivazione spingeva i luterani a condannare un’opera così innovativa e che, dopo oltre un secolo, gettava nuova luce ad una questione, quella sulla Donazione di Costantino, ancora aperta?

Oltre ai motivi facilmente intuibili, sebbene molti intellettuali fossero particolarmente interessati alla novitas della confessio presente nel Constitutum Constantini, tuttavia essi misero in evidenza come la lebbra di Costantino, la guarigione da parte di Silvestro con la successiva conversione al cristianesimo dell’imperatore presentati nella Donazione di Costantino fosse in contraddizione con la notizia molto più autorevole data da Eusebio di Cesarea, Girolamo e Agostino (ma anche Rufino e Sozomeno) che voleva l’imperatore battezzato in punto di morte dal vescovo ariano Eusebio di Nicomedia. Questa tradizione fu ampliamente conosciuta, grazie soprattutto al De concordantia catholica di Niccolò Cusano e, come naturale che fosse, i protestanti usarono tale informazione per sostenere l’inattendibilità della Donazione di Costantino e per questo motivo tacciarono lo Steuco, e prima di lui il Picerno, di esser dei falsari al soldo dei vari pontefici.


La scheda La polemica cinquecentesca sulla Donazione di Costantino: Agostino Steuco e i luterani è stata redatta da Federica Congedo in data 20/12/2017 per il sito PoLet500 .

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Federica Congedo, La polemica cinquecentesca sulla Donazione di Costantino: Agostino Steuco e i luterani (01-01-2018).
In "PoLet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento", Firenze, Edizioni CLORI, 2016-in corso. ISBN: 978-88-942416-8-6; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
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