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Polemiche sul volgare tra Muzio, Cesano e Trivulzio su Machiavelli e Boccaccio e su toscanizzazione e fiorentinizzazione

By Gennaro Tallini on 15/07/2018

1531-1545
Polemiche sul volgare tra Muzio, Cesano e Trivulzio su Machiavelli e Boccaccio e su toscanizzazione e fiorentinizzazione

La polemica sul volgare trova rinnovato vigore nel pensiero di Girolamo Muzio, in particolare nelle lettere indirizzate da un lato a Gabriello Cesano e Bartolomeo Cavalcanti sulla superiorità di Giovanni Boccaccio rispetto a Niccolò Machiavelli e dall’altro in quella indirizzata a Renato Trivulzio in cui, invece, attaccando in particolare Claudio Tolomei, discute delle differenze tra toscanizzazione e fiorentinizzazione

La polemica tra Muzio, Cesano e Trivulzio sul volgare e le dicotomie Machiavelli/Boccaccio e toscanizzazione/fiorentinizzazione (1531-1545).

All’interno delle polemiche che contraddistinguono il volgare cinquecentesco un posto non secondario è occupato delle polemiche condotte da Girolamo Muoio contro Gabriele Cesano tra 1531 e 1545 quando, riconosciuto unanimemente come studioso della lingua volgare, permaneva alla corte di Ferrara. Le due missive, poi raccolte nell’edizione delle proprie Battaglie (titolo eclatante e chiarificatore dei suoi intenti letterari e della vis polemica che lo cratterizzava) sono importantissime perché non solo danno un quadro esauriente delle polemiche del tempo, ma anche perché rappresentano una visione critica diversa e per certi versi anche moderna rispetto ai suoi contemporanei in particolare sulla nozione di toscanizzazione e suo corrispettivo “fiorentino”. Per Girolamo Muzio, non è tanto il fattore linguistico a prendere il sopravvento nella polemica, quanto la valenza di lingua ormai normalizzata che influisce sulla composizione della materia letteraria diventandone simbolo caratterizzante e uniformante («Loderò io sempre chi giudiciosamente si assecurerà di usar qualche parola tirata dal latino, la quale non perciò sia diforme e tanto diversa dalla favella d’Italia che a quel suono la orecchia incontanente si abbia da risentire: sì come è stata quella che pur dianzi ho detta io, elocuzione, la quale se ben dal vulgo o dalle femine non è intesa, non importa nulla, che né la cosa che si tratta è intesa da loro, e chi intende la materia, intende la parola»). Muzio considera inutile la discussione mirata alla superiorità del volgare o del latino, al punto che non accenna minimamente, mentre invece considera centrale il problema stilistico della scrittura volgare, la comparazione degli stili di ognuno degli autori volgari citati (Machiavelli e Boccaccio su tutti), la qualità dell’ornato (lingua, dolcezza, altezza del dire) e la capacità, da parte dei curatori di opere volgari (Dolce e Ruscelli ad esempio) di rendere completamente il testo in una lingua letteraria accessibile, comprensibile, dotata di proprie regole condivisibili e possibilmente, al pari del latino, passibile di scientificità («Troppo sarei lungo se io volessi di una in una andar mostrando le cose ch’hanno bisogno di correzione. […] Non mancano per avventura di coloro che dicono: “Mentre la lingua è in corso non si ha da ristringere in tante regole et in tante osservazioni”. Quando Salustio scriveva, quando scriveva Cicerone, quando scriveva Cesare, quando scriveva Livio, la lingua latina era pur in corso? E Salustio fu notato che avesse usate parole, sì bene latine, non così usate: e se fu notato di parole che pur erano della lingua, perché vorremo noi usar quelle di una altra lingua? Dannò Ciceron Marco Antonio che avesse accompagnate due parole non secondo l’uso della lingua; e scrisse Cesare i libri ne’ quali regolava il parlar latino; e fu notato Livio forse per una parola che aveva non so che del padovano. Era la lingua in corso allora, e nel suo più glorioso corso, e tanto studio e tanta diligenza si usava da que’ buoni letterati […] ma trovandomi tanta novità di voci, di elocuzioni, e di composizioni, e di improprietà di dire, non mi sono potuto contenere che a beneficio degli studiosi della lingua non sia uscito a liberamente doverne ragionare»). La lingua che si evolve, dunque, ha comunque bisogno di norme che regolino il buon andamento della scrittura e del parlato; non a caso, per Girolamo Muzio la purità della lingua si conferma solo se si rispettano le regole date e se novità e varietà delle voci che gli appartengono si confermano sempre all’interno del rispetto delle proprietà della lingua stessa. Muzio, insomma, considera il volgare come lingua “italica”, non passibile di regionalizzazione ulteriore (riconducibile cioè ad una data matrice comunale e campanilistica) e tale perché soprattutto Boccaccio, nella stesura delle proprie opere, non ha inteso la lingua usata come “fiorentina”, bensì come sua “propria”, scevra cioè da influnenze campanilistiche e improntata soltanto alla sua volontà di «buono scrittore» («Mi risponderà alcuno che in Fiorenza delle cotali parole ne sono in uso. Et io risponderò che adunque il Boccaccio, che altramente scrisse, non scrisse in volgar fiorentino; oltra che le più di quelle che dette ho non sono in uso, né pur intese dal popolo fiorentino: e di tutte queste che ho recitate sono securo che rare sono quelle che si trovino appresso buono scrittore, massimamente di prosa. I modi poi dello scrivere e le costruzioni sono di lui proprie e non di altro scrittore. […] Maggior grandezza che forse molti anni innanzi avesse posseduta: molti anni a dietro era da dire, ché innanzi è del futuro. Et innanzi si movesse vuole stare avanti che si movesse: vero è che egli ha questo che per molto suo nimico, e tuttavia lo fugge. Non dico che non sia lecito alcuna volta, e che eziandio non possa esser meglio lasciarlo che metterlo: ma egli il fa eziandio con fastidio di chi legge. Gran speranza vi trovo anche scritto, dovendosi dir grande speranza. Percoter con la artigliaria la rocca: perché non batter la rocca? Fece correr i cavalli per aver notizia de’ nimici: fece correr i cavalli mostra che corressero tutti i cavalli; fece correr cavalli poteva dire, o meglio mandò corrieri per aver notizia de’ nimici, e scrivendo cose di milizia usar parole militari. Per dar la facultà e per impedir la facultà in luogo di dir modo o commodità: dal Boccaccio per facultà si intende avere, o vogliam dir ricchezze. Consentir le domande e le deliberazioni usa egli di dire: et il diritto è alle domande et alle deliberazioni. Poi quel di già, e per ancora, e per il dovendosi dir per lo, et in oltre, e dargnene sono pur cose che non senza molestia feriscono le mie orecchie»). Muzio propone una toscanizzazione non forzata, non dettata da leggi politiche e scelte di parte, ma dall’imitazione dei modelli (Petrarca, Dante e Boccaccio) e capace di essere pienemente rispondente e adeguabile alla tipologia di scrittura utilizzata: «dico che io non intendo con qual ragione sia detto che delle novelle ad iscriver altro che novelle non ci possiam servire» scriverà, infatti, in un passo della lettera a Cesano e Cavalcanti sulla presunta superiorità dello stile di Machiavelli o di Boccaccio. Il primo momento in cui tali problemi si esplicano è, dunque, proprio la lettera sulla controversa superiorità dello stile adottato dal Secretario fiorentino rispetto all’autore del Decameron. I due interlocutori, pur se la lettera è indirizzata a Gabriele Cesano e Bartolomeo Cavalcanti, sono soltanto lo stesso Muzio e Cesano e la discussione parte da un’affermazione del secondo in merito a quel tra i due stili sia da reputarsi «più leggiadro». Muzio sceglie i due personaggi perché entrambi rappresentativi in ambito letterario e artistico; Cesano, infatti, è il protagonista dell’omonimo trattato di Claudio Tolomei (1555), mentre Cavalcanti è autore di una Retorica di forte orientamento aristotelico (1559). Le due posizioni espresse, la prima pisana e orientata alla toscanizzazione linguistica secondo Claudio Tolomei e la seconda fiorentina, portatrice invece di istanze fiorentinizzanti, sono due riferimenti necessari e aggiuntivi alle polemiche cinquecentesche sul volgare poiché racchiudono nelle proprie posizioni visioni linguistiche e stilistiche al momento antitetiche e non concilianti. In tema di normalizzazione linguistica poi, i due destinatari sono fondamentali perché permettono al Muzio di esporre le differenze tra toscanizzazione e fiorentinizzazione con tutto ciò che ne consegue in termini di uso della lingua, lessici e formule espressive. I due personaggi, dunque, sono quanto di meglio uno studioso di lingua potesse trovare per discuterne e diffondere le proprie posizioni. Lo stesso incipit della lettera, basato com’è sulla querelle tra quale delle due tipologie di volgare (Machiavelli o Boccaccio) sia migliore, sembra essere solo un punto di partenza, poiché ciò che interessa all’autore è a possibilità di far sì che, alla fine, dal procedimento comparativo applicato agli stili di entrambi, si giunga alla definizione del valore della novella e della scrittura del certaldese («dite il dir del Macchiavelli essere dell’altro senza comparazion più bello: le quali parole vostre, se io voglio dire il vero, più mi hanno fatto maravigliare che mutar sentenza») prescindendo dai tecnicismi di genere (lo stile umile e dimesso di Boccaccio contro quello machiavellico) e con un forte riferimento proprio alla dolcezza (laddove s’intende la piacevolezza del dire e l’accorto uso delle parole) e all’altezza dello stile di Giovanni Boccaccio («Il parlar vostro adunque è stato che lo stilo del Macchiavelli è senza comparazione più bello di quello del Boccaccio, conciò sia cosa, che avendo il Boccaccio scritto novelle in istilo, come egli dice, umilissimo e rimesso, quella maniera di dire per iscrivere novelle è conveniente, ma ad altra scrittura uomo non se ne può servire. Et avete aggiunto che il Boccaccio non ebbe giudicio nelle cose sue. Anzi, che avendo scritto il Decamerone e degli altri libri, et ispecialmente il Filocolo (che così chiamerò io pur quel libro), egli si credeva che il Filocolo dovesse esser tenuto dal mondo in maggior pregio; di che si vede quanto egli della sua credenza si ingannasse. […] Che se ciò fosse vero, sarebbe eziandio conseguente che delle orazioni di Cicerone non ci dovessimo potere aiutare in iscrivere se non orazioni. E che de’ commentarii di Cesare non potessimo trar cosa che si confacesse ad altra scrittura che a’ commentarii […]. Il che quanto sia lontano da quello che è in effetto, io mi persuado che egli sia chiaro vie più che si convenga dirne molte parole, dovendo essere manifesto ad ognuno che delle medesime voci con la forma e con la composizione si fanno i diversi stili […]).

Secondo Muzio, Boccaccio ha meglio utilizzato la lingua volgare perché, all’interno della propria produzione, «ha tutte rinovate, molte parti ne ha mutate, e molte tolte via; alcune ve ne ha aggiunte: e tutte le ha scritte con altre parole, con altro filo, e con altro stilo. Et il tutto si vede essere stato fatto giudiciosissimamente», con ciò contribuendo all’ammodernamento della lingua e alla sua istituzionalizzazione come lingua pura (usa, infatti, termini come «purezza» e «nettezza»), capace perciò di «leggiadria di dire» che dimostrano come il certaldese non abbia scritto i testi a caso e senza progettazione preliminare («Il Filocolo scrisse egli di minor età che le novelle. […] E per farvi non solo con la ragione, ma ancora con la testimonianza del medesimo Boccaccio conoscere quale fosse il giudicio suo di que’ due libri, vi dico, che avendo esso nel Filocolo scritto due assai lunghe novelle, quelle furono appresso da lui nel Decamerone trasportate. Ma quali? Rivedetelevi voi, e fate comparazione come elle compariscano in uno, e come in altro luogo: e potrete ravvedervi quale sia stato più sincero giudicio, o il vostro di lui, o il suo delle cose sue. A ciascuno è agevole a discernere quanta differenza vi sia. Egli le ha tutte rinovate, molte parti ne ha mutate, e molte tolte via; alcune ve ne ha aggiunte: e tutte le ha scritte con altre parole, con altro filo, e con altro stilo. Et il tutto si vede essere stato fatto giudiciosissimamente. Di che si può fare argomento quale openione fosse allora la sua del suo Filocolo: che se egli tornato fosse a quel tempo a scriverlo, così l’averebbe tutto rifatto e rassettato, come fece quelle novelle. E se egli non reputava le cose scritte in quel libro degne del libro che egli scriveva, non so con qual ragione vogliate dire che egli il men degno al più degno abbia nella sua openione anteposto»). Discusso lo stile di Boccaccio, Muzio procede nel discutere di Machiavelli e del perché secondo lui la sua opera non meritra l’attenzione che invece Cesano e cavalcanti gli danno: il linguaggio è scadente e per nulla elegante; le argomentazioni trasudano di «ammaestramenti di crudeltà, di tirannia, e di infidelità», lo stile è sin troppo scarno, senza ornamenti e nell’utilizzo di verbi e lessici («Se riguardo alla forma del dire, non so come dir si possa più bassamente. Se cerco degli ornamenti, non ne trovo niuno: anzi mi pare egli esser tutto secco, e digiuno di ogni leggiadria. Poi nella lingua egli è tale, che oltra l’usar molte parole latine, là dove non men belle ne averebbe avute delle volgari, e nella variazione e nella proprietà de’ verbi egli è tutto cieco; usa male i nomi, e peggio i pronomi; non sa ben collocare né articoli né adverbii: et in somma tanto sa delle osservazioni della lingua, quanto chi non ne sa niente»). La questione, perciò, non si deve porre sulla lingua, ma sullo stile e sull’uso linguistico, altrimenti sarà impossibile determinare le vere differenze tra gli autori e determinarne la vera valenza rispetto alla normalizzazione e agli sviluppi della lingua volgare. Dividersi in Toscani e Fiorentini (o Senesi) non ha senso perché si scadrebbe immediatamente in una diatriba infinita che non condurrebbe che a una diversificazione di usi linguistici i quali, invece che ammodernare la lingua, la costringerebbero nelle pieghe dei regionalismi: «E per ragionare alquanto di questo errore de’ Toscani: i Fiorentini vogliono essere essi i padri della lingua; i Senesi no ‘l consentono, e dicono che la loro è più leggiadra; gli Aretini dannano l’una e l’altra, e dicono tra loro essere il fiore e la purità di quella; né delle altre città di Toscana è una medesima la opinione. Quale sia quella di tutto il rimanente d’Italia mi taccio al presente: questo dirò bene, che universal consentimento è che gli uomini toscani fra tutti gli altri uomini italiani parlino leggiadrissimamente; e che i letterati, e quelli i quali vanno da torno et usano le corti parlino molto più ornatamente che non fanno gli idioti e quelli che delle loro città non sono mai usciti»). Che il tosco sia più “leggiadro” e piacevole e “ornato” è un fatto assodato che però non deve trarre in inganno perché l’essere nati in Toscana, di per sé, non implica una superiorità letteraria e linguistica sulle altre lingue. L’essere toscani però, dal punto di vista della produzione letteraria, è invece un fattore positivo poiché, chi toscano non è, da quella lingua può prendere le parole più adatte (per numero e varietà) per arricchire il proprio dire e scrivere in maniera più idonea e ricca («et in questo modo gli altri italiani che per nascimento toscani non sono, dagli scrittori le parole prendendo, doveranno più puramente scrivere che que’ toscani i quali della lingua del popolo sono contenti»). Il passo riecheggia quanto Orazio Lombardelli scrive nella nota Ai lettori che apre il proprio trattato Della pronunzia toscana edito a Firenze, nella stamperia Ducale, 1568 cc. 8-12; in esso, il teorico della lingua volgare, volendo «censurare quegli autori» che o sono legati all’uso «mero di tre scrittori» o vogliono « insegnare quel che […] non seppe mai» o scrivono più per «cerimonie» che «per precetti», dichiara che «non esser più quasi possibile, ch’uno habbia facultà d’insegnar l’intrinseco di questa lingua e porgerne il vero e natural succo». Per poter parlare davvero di lingua volgare, al di là che essa si chiami Tosca o Italica, l’affermazione di Lombardelli è chiara: le fonti (Dante, Petrarca e Boccaccio, ma anche i moderni: Bembo, Aretino, Atanagi, Tolomei) da sole non possono essere esaustive, né possono assolvere agli obblighi comuni della lingua stessa, tant’è vero che anche solo per insegnare o scrivere, quando non se ne ha avvedutezza della sua enorme forza espressiva, la lingua non è completa e anzi, fondamentalmente inutile. Come Muzio («a me pare che nella Toscana sia avvenuto quello che suole avvenire in que’ paesi dove nascono i vini più preziosi: che i mercatanti forestieri i migliori comperando quelli se ne portano, lasciando a’ paesani i men buoni»), anche Lombardelli polemicamente, censura chiunque non abbia dimestichezza e cognizione del valore raggiunto dall’idioma che sta utilizzando in chiave letteraria. Per questi motivi, chi non identifica il proprio scrivere con quei pochi accorgimenti e regole («chiunque senza osservazione stende in carte i suoi concetti»), avrà sempre difficoltà nel riconoscere e applicare il bello stile che caratterizza invece i veri autori («E se voi con la analogia vorrete esaminar gli scritti del Macchiavelli, e di chiunque senza osservazione stende in carte i suoi concetti, quegli troverete non pur non leggiadri, non fioriti e non limati, ma ancora non puri, non netti, e non toscani. E questo sia al presente detto della opinion mia del Boccaccio e del Macchiavelli e del toscanamente scrivere»). Il toscanamente scrivere richiama necessariamente la polemica che Muzio condusse contro Benedetto Varchi e il suo Hercolano, colpevole di difendere una lingua fiorentina mentre il nostro propugna un’idea di lingua più ampia, “italiana” non per provenienza geografica, ma perché identitaria e normalizzata per usi e funzioni; non a caso, la polemica con Caro si sviluppa e s’indirizza poi verso Ludovico Castelvetro e soprattutto Girolamo Ruscelli. Direttamente collegata alla lettera a Cesano è quella indirizzata a Renato Trivulzio, nella quale, ricorrendo a uno stile di composizione simile a quello polizianeo (che ripropone in apertura il recupero dei temi trattati precedentemente così da offrire all’interlocutore una sorta di riassunto degli argomenti della missiva precedente), si continua ad affrontare la questione della lingua toscana analizzando, su posizioni completamente critiche personali, proprio il Cesano di Claudio Tolomei. Anche qui, la figura dell’interlocutore è ancora una volta dirimente in quanto a obiettivi della lettera e scopi e teorie espresse: Trivulzio, infatti, oltre che dilettarsi di pittura, era anche poeta e uomo di lettere («Al signor Renato Trivulzio. Signore, io ho veduto il Cesano di M. Claudio Tolomei, il quale mandato mi avete, et a me avereste fatta non picciola grazia se contentato vi foste che io veduto lo avessi, senza più avanti darmi altra fatica. Ma voi pur volete ch’io ne dica quello che io ne sento. E già detto vi ho che egli è cosa stata scritta da uno toscano. E voi non di tanto sodisfatto, mi richiedete che distintamente vi esponga in che io conosca questa sua, dirò così, toscanità, e tuttavia mi stimolate a dovervene alcuna cosa scrivere. Laonde io sono ridutto a termine che mi pare con men fatica poter sodisfare alla vostra voluntà che negarvi una cosa che con tanta istanza mi domandiate. Vi dirò adunque con più parole quello che con un solo motto a me pareva di avere a bastanza espresso»).

Muzio, sottolineato che l’opera è scritta in toscano e non in fiorentino e aspettandosi che il suo interlocutore chiarisca meglio le sue premesse, critica apertamente l’errore in cui incorre (a suo dire) Tolomei: la dichiarazione cioè, di toscanità della lingua malgrado le iniziali formule di distacco teorico e pratico («E per cominciare da questo capo: egli dovendo raccontare una disputa la quale si finge che sia passata fra alcuni dotti uomini sopra il nome di questa materna lingua, se ella si debbia chiamare, o volgare, o italiana, o cortigiana, o fiorentina, o toscana, nel proemio di quel libretto dice che molto malagevole cosa è da giudicare qual di que’ nomi veramente le si convenga. E nondimeno ne fa egli incontanente giudicio, che il titolo di quel volume è Della lingua toscana. […] Non italiana, che i Toscani sospinti da giusto sdegno non dicano come non è onesta cosa arricchir se stesso con involare i beni altrui; […] Non cortigiana, che molti, i quali corti mai non videro, non vogliano che ella loro sia»). Muzio parte direttamente dal titolo per dimostrare il proprio assunto, chiarendo che i diversi nomi con cui s’identifica il volgare altro non sono che motivazioni preliminari alla scrittura del dialogo, di per sé già negativi se invece si vuol discutere delle proprietà di esso e della sua funzionalità nel parlato e nello scrivere. Oltretutto, esiste un problema ben difficile da risolvere poiché Tolomei, nel definire i contorni della lingua detta toscana, si limita a rimanere nelle zone comprese tra Pisa, Siena e Firenze, mentre Muzio fa notare che allora Cino da Pistoia non potrebbe dirsi toscano poiché la zona linguistica del pistoiese e dell’Appennino Tosco-modenese non sempre viene ricordata dagli studiosi della lingua («Né so che mi abbia a pensare che debba dire il buon M. Cino, da che la auttorità sua non è stata da tanto che da’ moderni Toscani la sua patria Pistoia in Toscana sia stata compresa»). Questo conduce alla diversificazione delle zone linguistiche toscane tra quelle che parlano «più fiorentinamente» e le altre che invece devono apprendere “intoscanendosi”. Tale soluzione a Muzio non piace e perciò, molto sarcasticamente, assimila Tolomei a Dio che dispone delle lingue così come (aggiungiamo noi) confuse le lingue nel noto episodio della torre di Babele. Perciò, unica e seria proposta rimane quella di chiamarla “italica”, unica forma espressiva comune a tutti i dialetti e unica lingua capace di permettere una conversazione comune. Di converso, invece, è quanto meno poco elegante e correttop, ridurre tutta la penisola ad una sola regione levandole «il nome del tutto per dargliele di una poca parte». Le invasioni barbariche, i cambiamenti stessi della lingua nei secoli, la trasformazione subita a contatto con altre influenze linguistiche hanno permesso che la lingua si evolvesse autonomamente dalla latina grazie anche e soprattutto alla mescolanza di dialetti e lingue barbare e perciò, definire in un unico senso una lingua non ha senso perché solo la produzione dei suoi autori e di tutti quelli che si sono espressi in quella stessa lingua, ne hanno potuto accrescere il valore e la caratura. La proposta di Girolamo Muzio, quindi, va nel senso di una lingua toscana che è tale perché essa è il «fiore della italiana» (traslando l’Yllustre di Dante nel dVE) ed è lingua «pura e leggiadra» al pari della greca e della latina. Anzi, come gli ateniesi non consideravano disdicevole esprimersi nella lingua Attica, così i fiorentini non devono ritenere sbagliato esprimersi in una lingua che «italicamente parlano» anche «toscana appellandola» («Che ella si chiami volgare non ho io per cosa così disonorevole come pare altrui, ché avendo Franceschi, Spagnuoli, e Tedeschi, e le altre nazioni le loro lingue volgari, sotto nome di volgare di questa nostra come di più eccellente si abbia da intendere. Sì che, o sia per eccellenza volgare nominata, o abbia nome da Italia tutta, a me pare che in una et in altra guisa ella se ne possa andare onorata e gloriosa. Io ho detto brievemente il parer mio di quel libretto»).

L’assunto finale, se mira a codificare una nuova nominazione, certifica soprattutto la validità di una lingua che ha conosciuto anche la sua dimensione politica attraverso l’espressione letteraria; non basta più chiamare toscana qualcosa che per sua stessa natura non è più tale, ma si è innalzata a un livello superiore: lingua europea «onorata e gloriosa». Girolamo Muzio coglie qui l’esatta distanza tra le proposte linguistiche del suo tempo e le scavalca proponendo una lettura identitaria della lingua che il frutto di una serie di influenze che solo nel loro unificarsi in una lingua unica si normalizzano e si trasformano in lingua “alta”, espressiva, dotata di proprie caratteristiche e regole e sovra-regionale nella stessa maniera in cui lo possono essere solo le arti.


Citare la voce
Gennaro Tallini (15-07-2018).
Polemiche sul volgare tra Muzio, Cesano e Trivulzio su Machiavelli e Boccaccio e su toscanizzazione e fiorentinizzazione. PoLet500 - Polemiche Letterarie del Cinquecento. Firenze, Edizioni CLORI, 2016-in corso.
ISBN: 978-88-942416-8-6; DOI: 10.5281/zenodo.881970.
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