Banca Dati "Nuovo Rinascimento" http://www.nuovorinascimento.org immesso in rete il 13 ottobre 1995 SALVATOR ROSA Satire a cura di Danilo Romei SONETTO CONTRO QUELLI CHE NON LO CREDEVANO AUTORE DELLE SATIRE Dunque perché son Salvator chiamato crucifigatur grida ogni persona? Ma è ben dover che da genía briccona 4 non sia senza passion glorificato. M'interroga ogni dì più d'un Pilato se di satiri tóschi ho la corona; più d'un Pietro mi nega e m'abbandona 8 e più d'un Giuda ognor mi vedo a lato. Giura stuolo d'ebrei perfido e tristo ch'io, tolto della Gloria il santuario, 11 fo dell'altrui divinitade acquisto; ma questa volta, andandoli al contrario, lor fan da ladri, io non farò da Cristo, 14 anzi sarà il mio Pindo il lor Calvario. SATIRA PRIMA LA MUSICA Abbia il vero, o Priapo, il luogo suo: se gl asini a te sol son dedicati 3 bisogna dir ch'il mondo d'oggi è tuo. Crédemi che si son tanto avanzati i tuoi vassalli, che d'un Serse al pari 6 tu potresti formar squadroni armati. S'ergano al nome tuo tempii ed altari, ché ne le corti a i primi onori assunti 9 da un influsso bestial sono i somari; ché, s'io non erro al calcolar de' punti, par ch'asinina stella a noi predòmini 10 e 'l Somaro e 'l Castron si sian congiunti. Il tempo d'Apuleio più non si nomini, ché s'allora un sol uom sembrava un asino, 15 mill'asini a i miei dì rassembran uomini. Magino e Tolomeo la causa annàsino che in domicilio de' moderni Giovi 18 fa che tanti somari oggi s'accàsino. Italia, il nome che ti diêro i bovi, or che d'asini sei fatta sentina, 21 necessario sarà che tu rinovi. È così folta omai quest'asinina turba, ch'ovunque in te gl occhi rivolgo 24 Arcadia raffiguro e Palestina. Quando 'l pensiero a contemplargli io volgo, col gran numero lor fan ch'io trasecolo 27 gl asini del senato e quei del volgo. Su le cronologie più non ispecolo: mi forza a dire il paragone e 'l saggio 30 che questo mio di Balaam è il secolo. Multiplicato è il marchegian linguaggio, e per dirla in pochissime parole 33 l'anno s'è tutto convertito in maggio; più che in Leone arde in Somaro il Sole e, a ciò che meglio inasenisca il mondo, 36 s'apron per tutto del ragliar le scuole. Quanto gira la terra a tando a tondo luogo alcuno non v'ha che di schiamazzi 39 e di solfe non sia pieno e fecondo. E pur si vedon ir peggio che pazzi i prencipi in cercar questa canaglia, 42 scandolo de le corti e de' palazzi. Virtute oggi né meno ha tanta paglia per gettarsi a giacere, e a borsa sciolta 45 spende l'oro de i re turba che raglia; né si vede altra gente andare in volta che puttane e castrati innanzi e indietro, 48 e le regge un di lor volta e rivolta; e tale influsso è sì maligno e tetro che s'infettò di questa pestilenza 51 il bel cielo di Marco e quel di Pietro: chiama in Roma più gente alla sua audienza l'arpa d'una Licisca cantatrice 54 che la campana de la Sapienza. Ad un musico bello il tutto lice: di ciò ch'ei fa, che brama ottiene il vanto, 57 ch'un bel volto che canta oggi è felice. Io non biasimo già l'arte del canto, ma sì bene i cantori viziosi 60 ch'hanno sporcato a la modestia il manto. So ben ch'era mestier da virtuosi la musica una volta, e l'imparavano 63 fra gl uomini più grandi i più famosi; so che Davide e Socrate cantavano e che l'arcade, il greco e lo spartano 66 d'ogni altra scienza al par la celebravano, e Temistocle già, l'eroe sovrano, fu stimato assai men d'Epaminonda 69 per non saper cantar come il tebano; so che fu di miracoli feconda e che sapea ritôr l'anime a Lete 72 ben che fussero quasi in su la sponda; so che di Creta discacciò Talete la peste con la musica, e Peone 75 guaría le malatie gravi e secrete; so ch'Asclepiade con un suo trombone i sordi medicava, e de' lunatici 78 l'agitante furor sopía Damone; so ch'Anfione a gli uomini selvatici con la lira insegnò l'umanità 81 e ch'un altro sanava i mali acquatici; ma chi m'adita in questa nostra età un cantor che a Pittagora simíle 84 la gioventù riduca a castità? È la musica odierna indegna e vile, perché trattata è sol con arroganza 87 da gente viziosissima e servile: gente albergo d'obbrobio e d'ignoranza, sordida turcimanna di lussurie, 90 gente senza rossor, senza creanza. Di sì fatta genía non son penurie, sol di becchi e castrati Italia abbonda 93 e i cornuti e i cantor vanno a centurie: turba di saltinbanchi vagabonda, fatta vituperosa in su le scene, 96 d'ogni lascivia e disonor feconda; sol di Sempronie le città son piene, che con maniere infami e vergognose 99 danno il tracollo agli uomini da bene. Dove s'udiron mai sì fatte cose? Dirsi il canto virtude e le puttane 102 il nome milantar di virtuose! Arrossite al dir mio, donne romane! Le di voi profanissime ariette 105 han fatto al disonor le strade piane; le vostre chitarriglie e le spinette de' postriboli son base e sostegni, 108 aperti ruffianesmi a le brachette. Io sgrido, io sgrido voi, maestri indegni, voi che il mondo insegnate a imputtanirsi, 111 senza temer del ciel l'ira e gli sdegni! Da l'opre vostre ognor miro ammolirsi anche i più forti, e l'anime relasse 114 languire al sospirar di Filli e Tirsi. Musica, freggio vil d'anime basse, salsa de' lupanari, ond'è ch'io strillo, 117 arte sol da puttane e da bardasse! Questi han trovato il candido lapillo con cui veggio segnar sin dalle culle 120 felicissimi i dì Taide e Batillo; questi so' i ciurmator di tue fanciulle, Roma, che fan cangiar a i dì nostrali 123 le Porzie in Nine e le Lucrezie in Lulle; questi, o padri, son quei ch'a le vestali di vostra casa tolgono il primiero 126 preggio de' sacri fiori verginali; questi son quei ch'insegnano il mestiero di popolare e d'erudire i chiassi, 129 mascherar da virtude il vituperio. Agamenone mio, se tu lasciassi oggi per guardia a la tua moglie un musico, 132 quanti Egisti cred'io che tu trovassi! Dal peruano suolo al lido prusico alcun non è ch'abbia avvezzato il cuoio 135 più di costoro a l'ago del cerusico: da le risa talor quasi mi muoio in veder divenir questi arroganti 138 calamita del legno e del rasoio; e non di meno son portati avanti e favoriti da la sorte instabile 141 per la dolce malía de' suoni e canti. Solo in un caso un musico è prezzabile, ché quando intuona a i prencipi la nenia 144 se ne cava un diletto imparegiabile; ma del restante poi già l'antistenia sentenza grida ch'ha per impossibile 147 che sia buon uomo e sia cantore Ismenia. Fanno il mezzano a la concubiscibile senza temer di Dio gl occhi severi, 150 ché il cielo appresso lor fatto è risibile. Son lenocinî i canti a gl adulterî e le vergini prese a quest'inganni 153 si fan bagasce almen co i desiderî: van sempre uniti e serenate e danni, perché son giusto il canto e l'onestade 156 il carbonar d'Esopo e 'l nettapanni. Di Gnesippo oggidì calca le strade il musico lascivo, e son promossi 159 solo i canti del Nilo e quei di Gade. Io non dico buggie né paradossi: corre dietro al cantar l'incontinenza 162 come farfalla al lume e cane a gli ossi. Chi ha prattica di questi e conoscenza può dir se de la musica è compagna 165 la gola, l'albagía, l'impertinenza. Per questa razza nulla si sparagna: i suditi s'agravano e i vassalli 168 per aprire a i cantor grassa cuccagna; per costoro non ha spazi o intervalli una grazia dall'altra, e versa il corno 171 la copia in grembo al fomite de' falli. Non si terrebbe di corona adorno se non avesse un re più d'un Iopa 174 che tutto il dì le gorghegiasse attorno, ed è cotanto imbrodolata Europa di questa feccia, che a nettarne il guazzo 177 in van Catone adoprería la scopa. Era l'odio di Roma e lo strapazzo la musica una volta: or mira il Lazio 180 se dietro a quella è divenuto pazzo! Quanti Tegelii contarebbe Orazio in questo secolaccio iniqui e sciocchi, 183 che non han mai di mal l'animo sazio! E fin dentro a le chiese a questi alocchi s'oprano i nidi; i profanati tempî 186 scemano in parte il vituperio a i socchi; e pur è ver che con indegni esempi diventano bestemmie a i giorni nostri 189 di Dio gl'inni et i salmi in bocca a gli empi. Che scandalo è il sentir ne' sacri rostri grugnir il vespro et abaiar la messa, 192 ragliar le gloria, i credo e i paternostri! Apporta, d'urli e di mugiti impressa, l'aria agli orecchii altrui tedî e molestie, 195 che udir non puossi una sol voce espressa; sì che pien di baccano e d'imodestie il sacrario d'Idio sembra, al vedere, 198 un'arca di Noè fra tante bestie, si sente per tutto a più potere (ond'è ch'ogn'uom si scandalizza e tedia) 201 cantar su la ciaccona il miserere, e con stili da sfarze e da comedia e gighe e sarabande a la distesa: 204 e pure a un tanto mal non si rimedia. Chi vide mai più la modestia offesa? Far da Filli un castron la sera in palco 207 e la matina il sacerdote in chiesa? So che un sentier pericoloso io calco, ma in dir la verità costante io sono, 210 né ci voglio adoprar velo né talco. A l'orecchio d'Idio più grato è il tuono d'un cor che taccia e si confessi reo 213 che di cento Arioni il canto e 'l suono; chi vuol cantar segua il salmista ebreo et imiti Cecilia e non Talia, 216 dietro a l'orme di Giobbe e non d'Orfeo: penetra sol al ciel quell'armonia che, in vece d'intonar canto che nòce, 219 piange le colpe sue con Geremia; il ciel s'adora con portar la croce, con bontà di costumi e non di mano, 222 purità di coscienza e non di voce. Vergognosa follia d'un petto insano! Nel tempo elletto a prepararsi il core 225 si sta nel tempio con le solfe in mano; quando stillar dovría gli occhi in umore, l'impazzito cristian gli orecchi intenti 228 tiene all'arte d'un basso o d'un tenore, e in mezzo a mille armonici istromenti de' profeti santissimi una Lamia 231 mette in canzona i flebili lamenti. O del prescíto mondo atroce infamia! Vie più di Bettelem in prezzo sei 234 per l'autor delle note, isola Samia. Affermar con certezza io non saprei se il mondo sia più pien di pittagorici 237 o d'ingordi epuloni o pur d'atèi; io dico il ver senza color rettorici: tutti i canti oggimai sono immodesti, 240 e mesolidii e frigii e lidii e dorici. Musica mia, non so se sì molesti, come son ora i professori tuoi, 243 eran già quei martelli onde nascesti; tu senza colpa ne venisti a noi e s'adesso ten vai piena d'errori 246 è perché capitasti in man de' buoi. E pure a questi sol si fan gli onori, questi cercati son (le teste esperte!) 249 e pronti a i cenni lor stanno i tesori; questi trovan per tutto ampie l'offerte, gli stipendii, i salarii a man baciata, 252 erarii, scrigni e guardarobbe aperte; et a questa progenie interessata si dan le prime carriche e gli offizii, 255 tanto la vanitade oggi è stimata. E se ben servon di fomento ai vizii, lor piovon sempre mai, in grembo a i spassi, 258 entrate, pensioni e benefizii; così, fatti in un tratto e tondi e grassi, scordati de' natali e del prencipio, 261 fanno da satraponi e da gradassi. Et un stronzo animato, un vil mancipio, avvezzo a la portiera et al tinello, 264 starebbe a tu per tu con Mario e Scipio? Un baron rivestito, un bricconcello per quattro note ha tal temeritade 267 che vuol col galantuom stare a duello. Oh quanto si può dir con veritade che colla pelle del leone ardisce 270 di coprirse oggidì l'asinitade! E si gonfia e si vanta e insuperbisce, e per farla cantar si suda e stenta, 273 ma, s'incomincia, poi mai la finisce. Ciurma che mai si sazia o si contenta, quanto più se le dà, più se le dona, 276 scellerata divien, peggior diventa: plebbe ch'altro non pensa e non raggiona ch'a passar l'ore in crapole e sbadigli, 279 ch'a viver a la peggio, a la briccona. In questi tempi mutería consigli l'ape, qual disse al culice una volta 282 ch'insegnar non volea musica a i figli, poi ch'altro non si stima e non s'ascolta fuor d'un cantor o un sonator di tasti, 285 e questa razza è sol ben vista e accolta. Bella legge Cornelia, ove n'andasti, in quest'età che per castrare i putti 288 tutta Norcia, per Dio, non par che basti? I Callicoli e i Veri indegni e brutti son ritornati a fabricar encomii 291 a questi vili e sordidi margutti. A che serve il compor volumi e tomi se in tutti i tempi inclinano le stelle 294 de gli Aristoni al canto e de gli Eunomi? La fola del monton di Frisso e d'Elle verificata io vo' mostrarvi a dito, 297 se d'oro ogni castron porta la pelle. Quindi mi disse un corteggian forbito, ch'in Roma s'era fatto il pel canuto 300 e lograto ci avea più d'un vestito, che in corte chi vuol esser[e] ben voluto abbia poco cervello in testa accolto, 303 sia musico o ruffian, ma non barbuto, di poca bile, ma livor dimolto, e fugga come il fuoco i personaggi 306 chi non ha più d'un core e più d'un volto. Son miracoli usati, entro a i palaggi, che un musico sbarbato co i suoi vezzi 309 cavalcato scavalchi anche i più saggi. O quanto degni fûro i tuoi disprezzi, gran Solimano, allor ch'a queste sporche 312 razze facesti gl'istromenti in pezzi! Tu, su l'armate al fremito dell'orche avvezzo, là sul faretrato Oronte 315 le sirene mandasti in su le forche. E Pirro ad un, che con audace fronte un musico lodò, nulla rispose, 318 ma si volse a lodar Poliperconte. Et Anafilia già disse e depose ch'al par di Libia il canto al nostro orecchio 321 manda fère oggidì più mostruose. Sia benedetto pur quel santo vecchio che di questi sacrileghi e perversi 324 in chiesa non volea l'empio apparecchio; e benedetti siano i Medi e i Persi che i parasiti, i musici e i buffoni 327 non stimârno giammai punto diversi; benedette le donne de' Ciconi che fêro al canto d'Orfeo la battuta 330 co i cromatici lor santi bastoni! Oggi nessun gli scaccia o gli rifiuta, anzi in casa de' principi e de' reggi 333 questa genía è sol la ben veduta; e cresciuti così sono i suoi preggi che per le regge serpe e si distende 336 l'arte di questi pantomimi egregi. A la musica in corte ognuno attende: do re mi fa sol la canta chi sale, 339 la sol fa mi re do canta chi scende. Usa in corte una musica bestiale: par ch'a fare il soprano ognuno aspiri, 342 ma nel fare il falzetto ognun prevale. Cantano in lei benissimo i Zopíri, l'adulatore, il pazzo e lo spione, 345 l'aiutante del letto e de' raggiri; ma mi par troppo gran contradizione ch'abbia sorte con lei solo il castrato, 348 s'ha fortuna con lei solo il coglione. Prencipi, il canto è da voi tanto amato che non vi vola il sonno al supercilio 351 se da quello non v'è pria lusingato; la quiete da voi vola in esilio senza il letto gemmato e senza il coro, 354 di Saul ad esempio e di Carvilio. Gratis del sonno il placido ristoro manda natura alor ch'il cielo è fosco, 357 e voi pazzi il comprate a peso d'oro! Letto più prezioso io non conosco che farmi di vitalbe una trabacca, 360 coltrice il prato e padiglione il bosco, e quando il sonno a gli occhi miei s'attacca un dolce oblio santo Morfeo mi presta 363 che mi tura le luci a ceralacca. Io non invidio, no, la vostra testa, che non ha requie mai quand'ella dorme 366 e tutta è sogni poi quand'ella è desta. Se voi volete un sonno al mio conforme, vegliate de la notte una gran parte 369 studiando ben di governar le norme; ma si cerchi da voi l'ufizio e l'arte che deve usare un prence e giusto e pio 372 ne' libri e non nel gioco in su le carte; in vece d'un castrato ingordo e rio tenete un usignol, che nulla chiede 375 e forse i canti suoi son inni a Dio. Quel popolo che a voi giurò la fede per le vie seminudo et a migliaia 378 mendicando la vita andar si vede, e pur gettate l'oro, e non è baia, dietro ad una bagascia, a un castratino 381 a la cieca, a saccate, a centinaia, et ad un scalzo misero e meschino, che casca dal bisogno e da la fame, 384 si niega un miserabile quattrino. A che votar l'erario in paggi e dame e spender tanto in guardie a capo d'anno 387 in un branco venal di gente infame? Non sa temere un giusto offesa o danno, ch'argomento è il timor d'occulti falli 390 e gran segno è in un re d'esser tiranno. A che serve il tener fanti e cavalli, se la guardia maggior ch'abbia un regnante 393 è l'amor de' soggetti e de' vassalli? A che giova il nutrir squadra volante di sparvieri e falcon sì grande e varia 396 e buttar via tante monete e tante? La vostra naturaccia, al ben contraria, sazia non è di scorticar la terra, 399 che va facendo le rapine in aria? Deh, quel'alma real ch'in voi si serra lasci una volta questi abbusi indegni 402 e la memoria lor giacia sotterra; generosa superbia in voi si sdegni di servire a gli affetti, e vi ricordi 405 che sète nati a dominare i regni; le passioni indomite e discordi sia vostra cura in armonia comporre 408 e far che il senso a la ragion s'accordi: questa musica in voi si deve accôrre, e non quell'altra, il di cui preggio è solo 411 accordar cetre e l'animo scomporre. Testimonio bastante, e non già solo, il cinico mi sia che già nel foro 414 tutto accusò de' musici lo stuolo. Non è virtù d'un animo o decoro trattar chitarre, cimbali e le£ti, 417 né diletto è da re musico coro, ma ben d'animi molli e dissoluti, da persone lascive e da impudichi, 420 da spirti di piacer solo imbeuti. Ma che occorre che tanto io m'affatichi se di quei detti che il furor m'ispira 423 non mi lascian mentire i tempi antichi? Parli Antigon per me, che colmo d'ira ad Alesandro, un dì ch'al canto attese, 426 furibondo di man strappò la lira, e con voci di sdegno e zelo accese, fatto volare in mille pezzi il suono, 429 il musico suo re così riprese: - Queste adunque son l'arti e questi sono i nobili esercizii ond'io credei 432 al tuo genio crescente angusto il trono? Sono questi gli studii ond'io potei argomenti ritrar d'indole altera 435 che di te promettea palme e trofei? Questo è dunque il sudor d'alma ch'impera? Questo è dunque il desío che porta impresso 438 una mente magnanima e guerriera? Alesandro, Alesandro, o da te stesso troppo diverso e da' princípi tuoi, 441 da qual vana follia ti veggio oppresso? Così non vassi a debellar gli Eòi, né son questi i sentieri in cui stampâro 444 orme di gloria i trapassati eroi; segni d'opere grandi in te mostrâro le tue virtù, la maestà fanciulla, 447 un raggio di valore illustre e chiaro: a pena l'esser tuo partì dal nulla che portò seco in sul natale impresse 450 l'espettazioni a insuperbir la culla. Tremava il piede infante allor che lesse in quei vestiggi il genitor deluso 453 una serie immortal d'alte promesse; de la tenera man l'uffizio e l'uso, che sol godea del brando, in te scopría 456 un non so che di più ch'umano infuso. O tradite speranze, o della mia stolta credulità pensier fallace, 459 ecco del vostro re la monarchia, ecco l'Ercole vostro, il vostro Aiace, il vostro Teseo, il presagito Acchille, 462 de l'Asia deplorata ecco la face, ecco colui che trionfar di mille regni dovea, e su stranieri liti 465 versar dal crin le generose stille! Non son tali, Alesandro, i fatti aviti e non deve un eroe nato a gli scettri 468 star su le corde ammaestrando i diti; non convengono insieme i brandi e i plettri, son contrarî tra lor porpora e cetra, 471 né fu il canto giammai degno d'elettri. Prencipe che desía d'alzarsi all'etra, in vece di trattar corde nefande, 474 de la tromba di fama il suono impetra. Questo non è mestier d'anima grande; chi dietro a fole e vanitadi aggogna 477 non fa cose immortali e memorande. Rinfacciarti di nuovo a me bisogna che Filippo tuo padre un dì ti disse 480 che il saper ben cantar è gran vergogna. Volgi un poco la mente e mira Ulisse, tu che logrando stai sovra le corde 483 l'ore ch'a i tuoi trionfi il ciel prefisse: mira quel saggio in suo voler concorde che s'incera l'orecchio a i canti impuri, 486 per non sentir, de le sirene ingorde. Allettar ti dovrian sistri e tamburi: anima che di fama e gloria ha sete 489 così lascia il suo nome a i dì futuri. Son le musiche corde armi di Lete, grand'incanto de' vili e de' melensi, 492 e di femineo cor fascino e rete. Chi torpe nel piacer volar non pensi a le stelle giammai, ché sempre fûro 495 del bel ciel de la gloria Icari i sensi. È de l'onore il calle alpestre e duro; fugge sol dell'età l'ire omicide 498 chi fa de l'opre sue virtù l'Arturo. Co i fatti eccelsi immortalossi Alcide, né con la lira mai si fece illustre, 501 ma bensì con la spada il gran Pelide. Trarrà del nome tuo l'aura palustre il mondo, tutto a rimirare intento 504 un re mutato in un cantore industre. Né t'ingombra la mente alto spavento, né vola ratto ad occultarti il volto 507 travestito a' russori il pentimento? Cangia, cangia pensier sì vano e stolto, e non si tardi a discacciare in fretta 510 quest'enorme magia che a te ti ha tolto. Buono sempre non è quel che diletta, né il canto è meta mai d'opere eccelse 513 se le menti men forti adesca e alletta; sol quello è vero re ch'elesse e scelse la strada de' sudori, e che dall'alma, 516 mentre nascean, le voluttà divelse; prudenza è il non dar fede a lieta calma et è follia se credi e se prosumi 519 che sull'ebano tuo spunti la palma. Ah, che de l'empia Circe i rei costumi de le menti più tenere e più molli 522 s'ingegnon sol d'adormentare i lumi. Non siano i tuoi di vigilar satolli, ché deve aver cent'occhi un re, com'Argo, 525 perché l'idra de' vizii ha cento colli; né senz'alta caggione i detti io spargo, perché so che d'un petto, ancor che forte, 528 fu la musica sempre un gran lettargo: grand'esempio ti sia d'Argo la sorte, che d'un canto soave a i dolci inganni 531 serrò le luci e ritrovò la morte. Chi si vuole eternar sudi e s'affanni, ché un nome non si può tôrre ad Averno 534 senza lottar col vorator degl anni. De gli interni desî specchio è l'esterno: chi fatica nel ben non muor se muore, 537 ché virtude è del cor balsamo eterno; vizio e virtù mai diventò minore perch'a mostrar che de' giganti è figlia 540 studia la fama a divenir maggiore. L'usata maestade in te ripiglia e con la tua prudenza e la fortezza 543 te medesmo componi e te consiglia. Gli usi che noi prendiamo in giovenezza, se non vi s'ha riguardo e gran premura, 546 si strascinano ancor ne la vecchiezza; piaga che non si tratta e non si cura maraviglia non è che poi marcisca, 549 ché il mutar vecch'usanza è cosa dura. Quanto gl animi grandi inlanguidisca questa mentita attossicata gioia, 552 Ettore te lo dica e t'amonisca: sentilo come sbeffa e come annoia Pari, che già si procacciò cantando 555 l'amor d'Elèna e la caduta a Troia; mira Palla colà che sta gettando gl'istromenti del canto im.mezzo all'onde 558 per mandarlo da sé per sempre in bando. Ma l'antiche memorie io lascio altronde: mira in che stima sia chi canta o suona 561 e del Tebro e del Nilo in su le sponde. La musica non sol come non buona Alcibiade sprezzò, ma la chiamava 564 cosa indegna di libera persona. Scaccia, scaccia da te voglia sì prava e vada l'alma a ripigliar veloce 567 il sentier de l'onor che pria calcava. Prendi in grado che sia questa mia voce uno sprone pungente al tuo desio, 570 ché virtù stimolata è più feroce. Parla teco così l'affetto mio: che si tralasci omai e si posterghi 573 questo morbo de' sensi e quest'oblio. Se l'istoria di te vuoi che si verghi ricordarti tu dèi che non si tratta 576 ne le corde l'acciar, ma ne gli usberghi. Eterna è Troia, ancor che sia disfatta, ché per quei che pugnâr là presso Antandro 579 una fama immortal l'ali l'adatta. Queste molli armonie lascia a Terpandro e, di sola virtù gli affetti onusti, 582 ad Alesandro omai renda Alesandro. - Così del canto a i secoli vetusti Antigono il suo re sgrida e rappella 585 a pensieri più saggi e più robusti. Dall'Antigono mio, dal re di Pella, principi del mio tempo, alzate il velo, 588 ché il mistico mio dir con voi favella; Antigono son io che vi querelo, e voi siete Alesandri: io vi sgridai, 591 tocca adesso l'emenda al vostro zelo. Augusto anch'egli si compiacque assai e del canto e del suon, ma, dagli amici 594 ripreso un dì, non vi tornò più mai. Col canto non si vincono i nemici, anzi, ben che ei rassempri un scherzo e un gioco, 597 eventi partorì strani e infelici: sempre nel suo principio il vizio è poco, ma vi sovvenga che un incendio imenso 600 d'una breve favilla attrasse il fuoco. Creder non vuole effeminato il senso che da questa malía così soave 603 possa poi derivarne un male immenso; ma se disponga il canto a cose prave con maggiore evidenza a voi l'accenne 606 del superbo Neron l'esito grave. Egli a fatica il principato ottenne, che dopo cena il musico Tereno 609 ogni sera a cantar seco ritenne. Or chi mai credería che dentro un seno questo piacer, che così buono appare, 612 dovesse partorir tanto veleno? A poco a poco ei cominciò a sonare, e poté tanto in lui questo diletto 615 che si diede alla fin tutto a cantare; quindi, per farsi un musico perfetto e cercando di far voce argentina, 618 la notte il piombo si tenea sul petto; in osservare il c ntero e l'orina, in vomitorii, pillole e braghieri 621 ebbe a fare impazzar la medicina; e perché sempre avea volti i pensieri de la voce a fuggir tutti i pericoli 624 si faceva ogni dì far de' cristieri; e se dei re non fosse infra gli articoli che non stian mai senza coglioni a lato, 627 si faceva cavar forse i testicoli. Lo vide il mondo al fin tanto impazzato, che passò sul teatro e su la scena 630 dal domestico canto e dal privato; e credendosi omai d'esser sirena, poco gli parve aver de le sue glorie 633 Napoli e Roma e tutta Italia piena, onde a cercar del canto altre vittorie se n'andò ne la Grecia e quivi affatto 636 finì di svergognar le sue memorie. S'io volessi narrare ogn'opra, ogn'atto che solo per cantar costui facea, 639 dell'istesso Neron sarei più matto; bastimi il dir che quando Roma ardea cantando ei se ne stava, e in fin morendo 642 disse che il mondo un gran cantor perdea. Quanto d'infamità, quanto d'orrendo per la musica fe' questo demonio 645 mostri se 'l canto a gran raggion riprendo: tutta la vita sua fa testimonio del gran danno del canto, e chi nol crede 648 in Tacito lo legga et in Svetonio. Principi, al parlar mio porgete fede: il tempo di Nerone, a quel ch'io veggio, 651 vuol nel secolo mio trovar l'erede. Apre ognuno di voi la destra e 'l seggio per inalzar la musica, e fra tanto 654 il mondo se ne va di male in peggio; io mai non vidi in tanta stima il canto, ma gli è ben anco ver che mai non vidi 657 il vizio a i giorni miei grande altrettanto. Quanti, quanti oggidì ne' nostri lidi uomini infami se ne stanno in nozze, 660 che del prossimo lor vòtano i nidi! Quante gentacce scimunite e sozze, le più indegne di vita, i più vigliacchi, 663 han palazzi, livree, ville e carrozze! Oh quanti Licaoni, oh quanti Cacchi, di mano a cui mai la fortuna scappa, 666 con i sudori altrui s'èmpiano i sacchi! Quanti han velluto addosso e spada e cappa, e manegian la lancia e fan da primi, 669 che in mano staría lor meglio la zappa! Quanti radono il suolo e bassi et imi, cui la sorte troncò de l'ali i nervi, 672 ch'han pensieri magnanimi e sublimi! Oh quanti in questi secoli protervi son chiamati signori e son serviti, 675 ch'essi meriterian d'essere i servi! Quanti con volti palidi e mentiti sono tutti oratorii e compagnie, 678 che vivon peggio assai de' Sarabiti, e con laudi, rosarii e letanie, e con pianti spesissimi e correnti 681 s'apron la strada a le forfantarie! E con quanto russor miran le genti sovra l'uscio de' ricchi i saggi e i dotti, 684 e i ricchi mai su l'uscio de' sapienti! Oh quanti bufaloni, oh quanti arlotti, ch'appena san parlare e non san leggere, 687 tengon le librarie per parer dotti! Or questi abusi in vece di correggere, voi fate cantacchiar la re mi fa 690 e festini e comedie e danze eleggere. Quanto di voi saría fama e bontà se quello che spendete in simil fole 693 si desse in sovvenir la povertà! Tutta ribomba la terrena mole di musici concenti, e quindi il povero 696 mentre il musico canta in van si duole. Conosco ben ch'indarno io vi rimprovero e so che dentro agli animi de' grandi 699 penitenza e russor non ha ricovero: chi tratta a voglia sua leggi e comandi sdegna le reprensioni e non permette 702 che l'orecchio adulato al cor le mandi; ma che se tace un uom, le sue vendette non però mute ha il ciel; con lingua ardente 705 forse un dì parleran tuoni e saette. E voi, bestie canore, indegne genti, più non gracchiate ad assordir le stelle, 708 e chi brama cantar canti altrimenti: cangiate in villanie le villanelle, perché un mondaccio d'ogni ben digiuno 711 non s'ha da lusingar con bagattelle. E se cantar volete, oggi è opportuno tempo da celebrar funeste esequie 714 e con appii, cipressi e manti a bruno alla morta virtù cantar la requie. SATIRA SECONDA LA POESIA (r)Le colonne spezzate e rotti i marmi là fra i platani suoi divelti e scossi 3 Fronton rimira a l'eccheggiar de' carmi, ché da furore ascreo spinti e commossi s'odono ognor tanti poeti e tanti, 6 che manco gente in Maratona armossi. Suonan per tutto le ribeche e i canti e si vedon, sol d'acqua inebriati, 9 i seguaci d'Apollo andar baccanti: quei narra d'Eolo i prigionieri alati, di Vulcano e di Marte antri e foreste, 12 e del giudice inferno i rei dannati; questi i.mezzo agl'incanti e le tempeste canta i velli rapiti; altri discrive 15 di Teseo i fatti e le pazzie d'Oreste; lazie togate e palliate argive altri specola e detta, e sempre astratto 18 affettate elegie compone e scrive. Magior poeta è chi più dà nel matto, tutti cantano omai le cose istesse, 21 tutti di novità son privi affatto¯. In tali accenti alte querele espresse quel che, nato in Aquino, i propri allori 24 nel suol d'Arunca a coltivar si messe; così di Pindo i violati onori pianger ne' colli suoi sentì già Roma 27 dal flagello magior de' prischi errori. Et oggi il tósco mio guasto idioma non avrà il suo Lucilio? Oggi ch'ascende 30 ciascuno in Dirce a coronar la chioma? Non irrita il mio sdegno e non mi offende sola viltà di stile: a mille accuse 33 più possente caggione il cor m'accende. Troppo al secolo mio si son diffuse le colpe de' poeti: arse e cadéo 36 la pianta virginal sacra a le Muse. Tacer dunque io non vo'; nume Grineo, tu mi detta le voci e tu m'inspira 39 il furor d'Archilòco e di Tirteo. Reggi la destra tu; tolto a la lira, spinga dardo teban nervo canoro, 42 or che dai vizi altrui fomento ha l'ira. Conosco ben ch'a saettar costoro incurvar si dovría corno cidonio, 45 ché lento esce lo stral d'arco sonoro. Credon questi trattar plettro bistonio, né d'Eumolpo giammai cotanto odioso 48 il lapidato stil finse Petronio. No, che tacer non vo'! Ma poi dubioso donde io muova il parlar rimango in forse: 51 tanto ho da dir, ch'incominciar non oso; sono l'infamie lor così trascorse che, s'io ne vo' trattar, le voci estreme 54 son dal silenzio in su l'uscir precorse. Offre alla mente mia ristrett'insieme un indistinto caos vizii infiniti 57 e di mille pazzie confuso il seme: quinci i traslati e i paralelli arditi, le parole ampollose e i detti uscuri, 60 di grandezza e decoro i sensi usciti; quindi i concetti e mal espressi e duri, con il capo di bestia il busto umano, 63 de la lingua stroppiata i modi impuri; de l'iperboli qua l'abuso insano, colà gl'inverisimili scoperti, 66 lo stil per tutto effeminato e vano; il delfin nelle selve e ne' deserti ed il cignal nel mare e dentro a' fiumi, 69 gl affetti vili e i latrocinî aperti; prive di nobiltà, prive di lumi l'adulazioni e le lascivie enormi, 72 l'empietà verso Dio, verso i costumi. Da tante e tante iniquità deformi provo, acceso e confuso, e sprone e freno: 75 sofferenza irritata, a che più dormi? Non vedi tu che tanto il mondo è pieno di questa razza inutile e molesta, 78 che produrre i cantor sembra il terreno? Per Dio, poeti, io vo' sonare a festa! Me non lusinga ambizion di gloria, 81 violenza moral mi sprona e desta. Di passar per poeta io non ho boria; vada in Cirra chi vuol, nulla mi preme 84 che sia scritta colà la mia memoria. Oh che dolce follia di teste sceme! Sul più fallito e sterile mestiero 87 fondare il patrimonio de la speme; sopra un verso sudar l'alma e 'l pensiero a ciò che sia con numero costrutto, 90 s'ogni sostanza poi termina in zero! Fiori e fronde che val sparger per tutto s'alfin si vede, de gli autunni al giro, 93 che di Parnaso il fior non fa mai frutto? Con lusinghiero e placido deliro va il poeta spogliando Ermo e Coaspe, 96 Sisno, Bermio, Petorsi, Ormus e Tiro; saccheggia il Tago e sviscera l'Idaspe, e mai si trova un soldo, al far de' conti, 99 tra le gemme del Parto e l'Arimaspe. Poeti, è ver ch'Apollo abita i monti, ma questo non vuol dir che voi speriate 102 d'averci a posseder luoghi di monti, ché possibil non è che voi troviate fra quanti colli a Clario il tempo eresse 105 i monti di S Spirto o di Pietate. Io non so dove fondate la messe, s'altro il seme non dà del clizio dio 108 che raccolta d'aplausi e di promesse. Superate la fame, e poi l'oblio, ché voi non manderete il grano a frangere 111 se non prendete Cerere per Clio. Il vostro stato è troppo da compiangere mentre vi mira ognun, cingli dispersi, 114 cantar per gloria e per miseria piangere. A che star tutto il dì fra lettre immersi? Noto è a le genti anco idiote e basse 117 che non si fan lettre di cambio in versi. Giove io non leggo che sapienza amasse, ché quando il mondo ancor vagiva in culla 120 avea Minerva in capo e se la trasse. Quest'applauso che a voi tanto trastulla dolce è per chi vivendo e l'ode e 'l vede, 123 ché doppo morte non si sente nulla. È più dotto oggidì chi più possiede, scienza senza denar cosa è da sciocchi 126 e sudor di virtù non ha mercede; per aver fama basta aver baiocchi, ché l'imortalità si stima un sogno; 129 son galli i ricchi, e i letterati alocchi. Quanto adesso vi dico io non trasogno: da Pindo a l'ospedal facile è il varco, 132 poi ch'il sapere è padre del bisogno. Buttate a terra la viola e l'arco, ché in quest'età d'ignorantoni e mimi 135 già s'adempì la profezia d'Ipparco. Presi già sono i luoghi più sublimi et il proverbio publico risuona: 138 in ogn'arte e mestier, beati i primi! Cangiato è il mondo: oh quanti ne minchiona la foia de la guerra e de la stampa, 141 la pania de la corte e d'Elicona! Sfortunato colui che l'orme stampa ne' liti di Libetro aridi e scarsi, 144 ch'o vi sta mal per sempre o non vi campa. Torna il conto, o fratelli, a spoetarsi: cantan sino i ragazzi a bocca piena, 147 ch'il poeta è il primiero a diclinarsi. Con più d'un guidaresco in su la schiena a i nostri dì l'aganippeo polledro 150 tanto smagrato è più quant'ha più vena; l'opere a partorir degne di cedro vi conducon le stelle in qualche stalla, 153 per ch'un cavallo è a voi duce e sinedro. Chi veglia su le carte, oh quanto falla! Ch'a.llottar con fortuna in questi giorni 156 esser unto non val d'umor di Palla; né di Febbo il calor riscalda i forni, e se chiacchiere avete con la pala 159 non s'empion d'Amaltea con queste i corni. Il rimedio a non far vita sì mala è ben dover ch'oggi vi mostri, e insegni 162 la formica imitar, non la cicala; non v'accorgete omai da tanti segni che nell'inferno della povertade 165 sono l'alme dannate i bell'ingegni? Chi di voi può mostrarmi una citade ove una Musa sia grassa o gradita, 168 se chiuse son le generose strade? Imparate qualch'arte onde la vita tragga il pan quotidiano, e poi cantate 171 quanto vi par La bella Margarita. Passa la gioventude e l'ore andate la vecchiezza, mendica di sostanza, 174 bestemia poi de la perduta etate; e 'l motto è noto e cognito a bastanza: a chi la povertà fitta ha nell'ossa 177 rifrigerante impiastro è la speranza. Non aspettate l'ultima percossa, né fate più da sericani vermi 180 che, stolti, da per lor si fan la fossa. Appetir quel ch'offende uso è d'infermi. Contro al vostro bisogno, al vostro male, 183 il saper di saper son frali schermi. Ma volete un esempio naturale che la vostra sciocchezza esprima al vivo 186 e rappresenti il vostro umor bestiale? Era volato un dì, tutto giulivo, con un pezzo di cacio parmegiano 189 il corvo in cima di un antico olivo. La volpe il vide e s'accostò pian piano per farlo rimanere un bel somaro, 192 s'il cacio li potea cavar di mano; ma perché tra di loro eran del paro scaltri e furfanti e, come dir si suole, 195 era tra galeotto e marinaro, ella (che scorse avea tutte le scuole et era masvigliacca in quintessenza) 198 cominciò verso lui con tai parole: - Gran maestra è di noi l'esperienza; essa ci guida in questa bassa riva, 201 madre di veritade e di prudenza. Quando da un certo predicar sentiva che la fama ha due facce et è fallace, 204 a maligna buggia l'attribuiva; ma ora l'occhio è testimon verace a quanto udì l'orecchio, e ben conosco 207 che questa fama è un animal mendace. Già, perché si dicea che nero e fosco eri più della pece e del carbone, 211 mi ti fingea spazzacamin da bosco. Ma quant'è falsa l'immaginazione! Tu sei più bianco che non è la neve, 213 e, pazza, io ti stimava un calderone. Troppo gran danno la virtù riceve da questa fama infame e scellerata, 216 sempre bugiarda, appassionata e lieve. Perde teco, per Dio, la saponata! Tu sembri giusto, tra coteste fronde, 219 tra le foglie di fico una gioncata; e s'al candor la voce corrisponde n'incachi quanti cigni alzano il grido 222 là nel Cefíso a le famose sponde. Se tu cantar sapessi, io me la rido di quanti uccelli ha il mondo. Eh, che tu sai 225 ch'in un bel corpo una bell'alma ha nido. - Così disse la furba, e disse assai, ch'il corvo, d'ambizion gonfiato e pregno, 228 crede saper quel che non seppe mai, e per mostrar nel canto il bell'ingegno si compose, si scosse e 'l fiato prese 231 e a cantar cominciò sopra quel legno. Ma mentre egli stordía tutto il paese col solito crà crà, dal rostro aperto 234 cascò il formaggio e la comar lo prese; onde per far da cantatore esperto si ritrovò digiun, come quel cane 237 che lassò il certo per seguir l'incerto. Così di Pindo, voi, musiche rane, lasciate il proprio per l'appellativo 240 e per voler gracchiar perdete il pane; ché, invece di un mestier fertile e vivo, dietro a la morta e steril poesia 243 imparate a cantar sempre in passivo; e tal posesso ha in voi quest'eresia che per un po' d'applauso ebri correte 246 a discoprir la vostra frenesia. Balordi senza senno che voi sète! Mentre andate morendo de la fame 249 d'immortalare altrui vi persuadete, e sète così grossi di legname che non udite ognun moversi a riso 252 in sentirvi lodar le vostre dame: stelle gl occhi, arco il ciglio e cielo il viso, tuoni e fulmini i detti e lampi i guardi, 255 bocca mista d'inferno e paradiso; dir che i sospiri son bombe e petardi, pioggia d'oro i capei, fucina il petto 258 dove il magnano Amor tempera i dardi; et ho visto e sentito in un sonetto, di bella donna a cui puzzava il fiato, 261 arca d'arabi odor, muschio e zibetto! Le metafore il sole han consumato e, convertito in baccalà, Nettuno 264 fu nomato da un certo il dio salato. Sin la croce d'Idio fu da taluno chiamata legno santo; e pur costoro 267 sfidan l'autor dell'itaco Nessuno; e dell'amata sua con qual decoro i pidocchi colui cantanno disse: 270 sembran fère d'argento in selva d'oro? E chi può creder ch'uno ingegno uscisse dai gangani tant'oltre, e bagatelle 273 così arroganti di stampare ardisse? Le nostr'alme trattar bestie da selle mentre li serba il ciel, da' corpi sgombre, 276 biada d'eternità, stalla di stelle! E (a pensarlo il pensier vien che s'adombre) fare il sol divenir boia che tagli 279 con la scura di raggi il collo a l'ombre! Ma chi di tante bestie da sonagli legger può le pazzie? I lor libracci 282 de le risa d'ognun sono i bersagli, ché da certi eruditi animalacci giornalmente a le tenebre si danno 285 mille strambotti e mille scartafacci; e tale stima di se stessi fanno e di tanta albaggía sono imbeuti, 288 ch'è molto men de la vergogna il danno: ché, per parer filosofi e saputi, se ne van per le strade unti e bisunti, 291 stracciati, sciatti, sudici e barbuti, con chiome rabbuffate et occhi smunti, con le scarpe disciolte e 'l collar sciolto, 294 ricamati di zacchere e trapunti. Cada il giorno a l'occaso o sorga all'orto, sempre cogitabondi e sempre astratti, 297 hanno un color d'itterico e di morto; discorron fra se stessi com'a i matti facendo con la faccia e con le mani 300 mille smorfie ridicole e mill'atti; per certi luoghi inusitati e strani si mordon l'ugna e col grattarsi il capo 303 pensano a i Mammalucchi e a gl'Indiani; e incerti di formar scanno o Priapo con la rozza materia ch'hanno in testa, 306 di pensiero in pensier si fan da capo; colla mente impregnata et indigesta, senza aver fine alcuno e senza scopo, 309 van borbotando in quella parte e in questa. Han di fantasmi un embrione, e dopo d'aver pensato e ripensato un pezzo, 312 partoriscono i monti e nasce un topo; ché, quando credi udir cose di prezzo e stai con una grande espettazione, 315 gli senti dare in frascherie da sezzo: la fava con le mele e col mellone, la ricotta coi chiozzi e con la zucca, 318 l'anguille col savore e col cardone, Buovo d'Antona, Drusiana e Giucca son le mattèrie onde l'altrui palpèbre 321 ogni scrittore infastidisce e stucca; anzi dal mal francese e da la febre e dall'istessa peste insin procacciano 324 a i nomi, a l'opre lor vita celèbre. Questi son quei ch'a dissetar si cacciano le labra im.mezzo al caballin condotto, 327 questi i poeti son che se l'allacciano! O Febbo, o Febbo, e dove sei ridotto? Questi gli studî son d'un gran cervello? 330 Sono questi i pensier d'un capo dotto? Lodar le mosche, i grilli, il ravanello e l'altre scioccherie ch'hanno composto 333 il Bernia, il Mauro, il Lasca et il Borchiello? Per sublime materia hanno disposto, dietro a Dion, Pitagora et Antemio, 336 lodar le rape, le cipolle e 'l mosto. In ogni frontispizio, ogni proemio più del Clitorio han lodi le cantine, 339 ché un poeta è peccato essere astemio; e le penne più illustri e pellegrine van lodando in caratteri golosi 342 con Eufrone il tinello e le cucine. Quindi è che i nomi lor son gl Oziosi, gl Addormentati, i Rozzi e gli Umoristi, 345 gl'Insensati, i Fantastici e gl Ombrosi; quindi è che, donde appena eran già visti nell'Accademie i lauri e ne' Licei, 348 insin gli osti oggidì ne son provisti. Ite a dolervi poi, moderni Orfei, che per i vostri affanni è già finita 351 la razza degli Augusti e de' Pompei. È ver che da le regge erra sbandita la mendica virtù, ma i vostri modi 354 hanno la poesia guasta e avelita; le vostre invenzioni e gli episodi son degne di taverne e lupanari 357 e voi ne pretendete e premi e lodi! Altro ci vòl per farsi illustri e chiari che straccar tutto il dì Bembi e Boccacci 360 e Fabriche del mondo e dizionari! De' vostri studi i gloriosi impacci, l'occupazion de' vostri ingegni aguzzi 363 facondia han sol da schiccherar versacci, stirar con le tenaglie i concettuzzi, rattacconar le rime con la cera, 366 ad ogni accento far gl equivocuzzi, aver di grilli in capo una miniera, far contraposto ad ogni paroluccia, 369 e scrivere e stampare ogni chimera. Ché s'uno i vostri versi oltre a buccia passa, giammai non vi ritrova un sale, 372 bisognosi d'impiastri e de la gruccia; e creder di lasciar nome immortale con portar frasche in Pindo, e unitamente 375 far d'asino, da mulo e vetturale! Chi cerca di piacer solo al presente non creda mai d'aver a far soggiorno 378 in mano a i dotti e a la futura gente; anzi avrà cuna e tomba in un sol giorno. Chi stampa avverta ch'a l'oblio non sono 381 né barche né cavalli di ritorno. Componimento v'è ch'a primo suono letto da chi 'l compose fa schiamazzo, 384 che sotto gl occhi poi non è più buono; eppure il mondo è sì balordo e pazzo e fatti ha gli occhi così ignorantoni 387 che non scerne dal rosso il paonazzo: aplaude a i Bavi, a i Mevî arciasinoni, che non avendo letto altro che Dante 390 voglion far sopra i Tassi i Salomoni; e con censura sciocca et arrogante al poema imortal del gran Torquato 393 di contraporre ardiscono il Morgante. O troppo ardito stuol, mal consigliato! Ch'un ottuso cervel voglia trafiggere 396 chi men degli altri in poetare ha errato! Non t'incruscar tant'oltre e non t'afliggere de' carmi altrui ch'il tuo latrar non muove: 399 se Infarinato sei, vatti a far friggere. Son degli scarafaggi usate prove, d'aquila i parti a invidiar rivolti, 402 il portar gli escrementi in grembo a Giove; anco a la prisca età furono molti che posposer l'Eneide a i versi d'Ennio: 405 secolo non fu mai privo di stolti. Torno, o poeti, a voi. Dentro un biennio, ben ch'avezzo con Verre, i furti vostri 408 non conterebbe il retore d'Erennio. O vergogna, o rossor de' tempi nostri: i sughi espressi da l'altrui fatiche 411 servono oggi di balsami e d'inchiostri! Credonsi di celar queste formiche, ch'han per musa e per dio segio e taverna, 414 il gran rubato a le raccolte antiche; e senza adoperar staccio o lanterna si distingue con breve osservazione 417 la farina ch'è vecchia e par moderna. Raro è quel libro che non sia un centone di cose a questo e a quel tolte e rapite 420 sotto pretesto d'imitazione. Aristofane, Orazio, ove sète ite anime grandi? Ah, per pietade, un poco 423 fuor de' sepolcri a questa luce uscite. Oh con quanta ragion vi chiamo e invoco! Ché s'oggi i furti recitar volessi, 426 Aristofane mio, verresti roco; Orazio, e tu se questi autor leggessi oh come grideresti: (r)Or sì ch'a i panni 429 gli stracci illustri son cuciti spessi¯! Ché, non badando al variar degli anni, con la porpora greca e la latina 432 fansi i vestiti da secondi Zanni. Gl'imitatori, in questa età meschina, che battezzasti già (r)pecore serve¯, 435 chiameresti uccellacci di rapina. De le cose già dette ognun si serve non già per imitarle, ma di peso 438 le trascrivon per sue penne proterve; e questa gente a travestirsi ha preso perché ne' propri cenci ella s'avede 441 ch'in Pindo le saría l'andar conteso. Per vivere imortal dansi a le prede, senza pena però, le genti accorte, 444 ché per vivere il furto si concede. Né senza questo ancora han tutti i torti: non s'apprezzano i vivi e non si citano 447 e passan sol l'autorità de' morti; e, se citati son, gli scherni inritano, né s'han per penne degne e teste gravi 450 quei che su i testi vecchi non s'aítano. Povero mondo mio, sono i tuoi bravi chi svaligia il compagno e chi produce 453 le sentenze furate a i padri e a gli avi, e ne le stampe sol vive e riluce chi senza discrezion truffa e rubacchia, 456 e chi le carte altrui spoglia e traduce; quindi taluno insuperbisce e gracchia che, s'avesse a depor le penne altrui, 459 resterebbe d'Esopo la cornacchia. Stampati i versi, e non si sa da cui, e se bene a la moda ognun li guarda, 462 si rinfaccian tra lor (r)tu fosti, io fui¯. Per i moderni la fama è infingarda, per gli antichi non ha stanchezza alcuna: 465 ogni peto, ogni accento è una bombarda. La fama, in somma, è un colpo di fortuna: Borchiello e Jacopone hanno il comento, 468 cotanto il mondo è regolato a luna! Escono ognor cento bestiacce e cento che sol ne' libri altrui da l'anticaglia 471 del saper, del valor fanno argomento. Ama questa dottissima canaglia i rancidumi, e in Pindo mai non beve 474 se di vieto non sa l'onda castaglia; nessuno stile è ponderoso e greve se tarlate e stantie non ha le forme, 477 e li dan vita momentanea e lieve. Non biasmo io già chi per esempii e norme prende il Lazio e la Grecia; anch'io devoto 480 le lor memorie adoro e bacio l'orme; dico di quei che sol di fango e loto usan certi modacci a la dantesca 483 e speran di fuggir la man di Cloto. Di barbarie servile e pedantesca la di lor poesia cotanto è carca 486 ch'assai più dolce è una canzon tedesca; ma questa il ciglio molto più m'inarca: non è con loro alcuna voce etrusca 489 se non è nel Boccaccio o nel Petrarca. E mentre vanno di parole in busca, i toscani mugnai legislatori 492 li trattano da porci con la Crusca; usan cotanti scrupoli e rigori sopra una voce, e poi non si vergognano 495 di mille sciocchi e madornali errori. Sotto le stampe va ciò che si sognano senza che si riveda e che s'emendi, 498 perché solo a far grosso il libro agognano; e se un'opera loro in man tu prendi, mentre il iam satis ritrovar vorresti, 501 vedi per tutto il quidlibet audendi. Sotto nomi speciosi e manti onesti, per occultar le presunzion ventose, 504 porta in fronte ogni libro i suoi pretesti: chi dice che scorrette e licenziose andavan le sue figlie e però vuole 507 maritarle co' torchi e farle spose; un altro poscia si lamenta e duole ch'un amico gli tolse la scrittura 510 e l'ha contro sua voglia esposta al sole; quest'ampiamente si dichiara e giura che, visti i parti suoi stroppiati e offesi, 513 per paterna pietà ne tolse cura; questi, che per diletto i versi ha presi per sottrarsi dal sonno i giorni estivi 516 e ch'ha fatto quel libro in quattro mesi. Oh che scuse affettate, oh che motivi! Son figlie d'ambizion queste modestie: 519 perché ti stimi assai così tu scrivi. Ma peggio v'è: con danni e con molestie s'ascoltan per gli studii e ne' collegi 522 leggere al mondo umanità le bestie. Stolidezza de' principi e de' regi, che senza distinzion mandan del pari 525 con gl'ingegni plebei gl'ingegni egregi! Qual maraviglia è poi che non s'impari? Se i maestri son bufali ignoranti, 528 che possono insegnare a gli scolari? E son forzati i miseri studianti, di Quintiliano in cambio e Gorgía, 531 sentir ragliare in cattedra i pedanti. Da questo avvien ch'Euterpe e che Talia sono state stroppiate; ognun prosume 534 in Pindo andar senza saper la via, ché, de le scorte loro al cieco lume mentre van dietro, d'Aganippe in vece 537 son condotti di Lete in riva al fiume. Di questi sì che veramente lece affermar, come io lessi in un capitolo, 540 ch'han le lettre attaccate con la pece! Io non voglio svoltar tutto il gomitolo di certi cervellacci pellegrini 543 che studian solamente a fare il titolo; onde i lor libri, con quei nomi fini, a prima faccia sembran titolati, 546 ch'esaminati poi son contadini. Né potendo aspettar d'esser lodati dal giudizio comune, escono alteri 549 da sonetti e canzoni accompagnati, e n'empion da se stessi i fogli interi sotto nome d'Incognito e d'Incerto, 552 e si dan de' Vergilî e de gli Omeri. V'è poi talun, ch'avendo l'occhio aperto, rifiuta i primi parti co' secondi 555 e così da un error l'altro è scoverto. Ma non so se più matti o se più tondi si sian nel fare i libri o in dedicarli, 558 se di più errori o adulazion fecondi. Di tempo o di destin più non si parli: la colpa è lor se, non sapendo eleggere, 561 sen van per esca a i ragnateli e a i tarli. Lor, non l'età, bisognería correggere, che invece di lodare i Tolomei 564 fanno i poemi a quei che non san leggere, e insino a i Battriani e i figulei comprano da costor per quattro giulii 567 titol di mecenati e semidei. Un poeta non c'è che non aduli, e col Samosateno e con il Ceo 570 si mettono a cantar gli asini e i muli; e con poche monete un uom plebeo, degno d'esser cantato in archiloici, 573 fa di sé rimbombar l'Ebro e 'l Peneo, ché, dei cinici ad onta e degli stoici, senza temer le lingue de' satirici, 576 s'inalzano i Tiberî in versi eroici; e ugualmente da tragici e da lirici si fanno celebrare e Claudio e Vaccia, 579 e v'è chi per un pan fa panegirici. A fabricare eloggi ognun si sbraccia e in fine a gli scolar s'odon de' Socrati 582 i tiranni adulare a faccia a faccia; in lodar la virtù son tutti Arpocrati, e di Busire poi per avarizia 585 i Policrati scrivono e gli Isocrati. Termine omai non ha questa malizia e dietro a Glauco per impir la pancia 588 tesson gli encomi insino a l'ingiustizia; se vivesse colui che la bilancia non ben certa d'Astrea ridusse uguale, 591 a quanti sgraffiaría gli occhi e la guancia! Non vi stupite poi se 'l gran morale lusinghieri vi nomina e bugiardi, 594 e Democrito zucche senza sale. Di Sparta già quegli animi gagliardi da la cità per publico partito 597 scacciâro i cuocchi e voi per infingardi; e ciò con gran ragion fu stabilito; poiché se quelli incitano il palato 600 attendon questi a lusingar l'udito. L'istesso Omer da l'attico senato (de' poeti il maestro, il padre, il dio) 603 fu tenuto per pazzo e condendato. Oh risorgesse Atene al secol mio, che seppe già con adeguata pena 606 a i Demagori fa' pagare il fio! Loda i Tersiti Favorino, e a pena a i principi moderni un figlio nasce, 609 ch'in augurî i cantor stancan la vena: quando Cinzia falcata in ciel rinasce ha da servir per cuna, e col Zodiaco 612 hanno insieme le Zone a far le fasce; quanti dal messicano a l'egiziaco fiumi nobili son, quanti il gangetico 615 lido ne spinge al mar, quanti il siriaco, tanti invocando va l'umor poetico a battezzar talun, che per politica 618 cresce e vive ateista o muore eretico; e canta, in vece di adoprar la critica, ch'ei porterà la trionfante croce 621 per la terra giudea, per la menfitica; che da la Tule a la tirinzia foce reciderà le redivive teste 624 de l'eresia crescente a l'idra atroce; che, tralasciata la maggion celeste, ricalcheran gli abandonati calli 627 con Astrea le Virtù profughe e meste. Per inalzare a un re statue e cavalli ha fatto insino un certo letterato 630 sudare i fuochi a liquefar metalli, e un altro, per lodar certo soldato, dopo aver detto un Ercole secondo 633 et averlo ad un Marte assomigliato, non parendoli aver toccato il fondo soggiunse, e pose un po' più su la mira: 636 a i bronzi tuoi serva di palla il mondo. Oh bestialità! Come delira l'umana mente! Né a guarirla basta 639 quant'elebero nasce in Anticira. Divina verità, quanto sei guasta da questi scioperati animi indegni, 642 che del falso e del ver fanno una pasta! Predican per Atlanti e per sostegni della terra cadente uomini tali 645 che son rovina poi di stati e regni. S'un principe s'ammoglia, oh quanti, oh quali si lasciano veder subito in flotta 648 epitalami e cantici nuziali! Ogni poema poi mostra incorrotta di qualche grande la genealogia, 651 dipinta in uno scudo o in qualche grotta; e quel che fa spiccar questa pazzia è che la razza effigiata e scolta 654 dichiaran sempre i magi in profezia. Ma s'è in costoro ogni virtute accolta come dite, o poeti, ond'è che ognuno 657 vi mira ignudi e lamentarvi ascolta? Se senza aita uno scrittor digiuno piange, questi non han virtude, o vero 660 quel letterato è querulo o importuno. Deh cangiate oramai stile e pensiero e tralasciate tanta sfacciataggine: 663 detti a un giusto furore i carmi il vero. Chiamate a dire il ver Sunio o Timagine già che l'uom fra gli obbrobrî oggi s'alleva, 666 né timor vi ritenga o infingardaggine; dite di non saper qual più riceva seguaci, o l'Alcorano od il Vangelo, 669 o la strada di Roma o di Geneva; dite che de la fede è spento il zelo e ch'a prezzo d'un pan vender si vede 672 l'onor, la libertà, l'anima, il cielo; che per tutto interesse ha posto il piede, che da la Tartaría fino a la Betica 675 l'infame tirannia fissa ha la sede; ch'ogni grande a far or suda e frenetica, e ch'han fatta nel cor sì dura cotica 678 che la coscienza più non li solletica. Deh prendete, prendete in man la scotica, serrate gli occhi, et a chi tocca tocca: 681 provi il flagel questa canaglia zotica! Tempo è omai ch'Angerona apri la bocca a rinovare i Saturnali antichi, 684 ché dai limiti il mal passa e trabocca. Uscite fuor de' favolosi intrichi, accordate le cetre a i pianti, a i gridi 687 di tanti orfani, vedove e mendichi; dite senza timor gli orrendi stridi de la terra ch'in van geme abbattuta, 690 spolpata affatto da' tiranni infidi; dite la vita infame e dissoluta che fanno tanti Roboam moderni, 693 la giustizia o negata o rivenduta; dite ch'a i tribunali e ne' governi si mandan sempre gli avoltoi rapaci; 696 dite l'oppression, dite gli scherni, dite l'usure e tirannie voraci che fa sopra di noi la turba immensa 699 de' vivi Faraoni e de gli Arsaci; dite che sol da' principi si pensa a bandir pesche e cacce, onde gli avari 702 su la fame comune alzan la mensa; che con muri, con fossi e con ripari, ad onta de le leggi di natura, 705 chiuse han le selve e confiscati i mari; e ch'oltre a i danni di tempeste e arsura un pover galantuom ch'ha quattro zolle 708 le paga al suo signor mezz'in usura; dite che v'è talun sì crudo e folle che, se ben de' vassalli il sangue ingoia, 711 l'ingorde voglie non ha mai satolle; dite che nel veder ognun s'annoia ripiene le cità di malfattori, 714 e non esserci poi un solo boia; ch'ampio asilo per tutto hanno gl errori e che con danno e publico cordoglio 717 mai si vedon puniti i traditori, e ch'ad ogn'or degl Epuloni al soglio i Lazzari cadenti e semivivi 720 mangian pane di segala e di gioglio; dite ch'il sangue giusto inonda i rivi, ch'esenti da la pena in faccia al cielo 723 son gl'iniqui, et i rei felici e vivi. Queste cose v'inspiri un santo zelo, né state a dir quanto diletta e piace 726 chioma dorata sotto un bianco velo. A che frutta il cantar Cinzia e Salmace e di Da[s]fne la fuga o di Siringa, 729 i lamenti di Croco e di Smillace? Più sublime materia un dì vi spinga e si tralasci andar buggie cercando, 732 né più follie Genio o Murcea vi finga. E chi gli anni desía passar cantando lodi Vetturî invece di Battilli, 735 sante sapienze e non pazzie d'Orlando, ch'omai le valli al risonar di Filli vedon sazie di pianti, e di sospiri 738 i sentieri d'Aminta e d'Amarilli. Per i vestiggi de gl altrui deliri ognun Clori ha nel cor, Lilla ne' labri, 741 ognun canta di spene e di martíri; imitan tutti, ben che rozzi e scabri, Properzio, Alceo, Calimaco e Catullo, 744 d'amorose follie maestri e fabri; stilla l'ingegno a divenir trastullo degl uomini da bene e ognuno attiensi 747 al suon d'Anacreonte e di Tibullo; d'incontinente ardor gl Ovidî accensi vergan d'affetti rei fogli lascivi 750 a stuzzicare, a impottanire i sensi, e da gli scritti lor vani e nocivi, ne le scuole cinnarie e di Cupido, 753 studian le Frine a spellacchiar corrivi. Perché diletti più, l'onesta Dido si finge una sgualdrina e per le chiese 756 serve d'offiziolo il Pastor fido. Da qual donzella non son oggi intese le Priapee, e a chi non piace e alletta 759 l'opre ben ch'impudiche e le sospese? De' versi fescennini ognun fa incetta e di Curzio la sordida Moneide 762 si vede sempre mai letta e riletta; son gl'ingegni oggidì da far Eneide quei che premendo di Saffone i calli 765 scrivono la Vendemia e la Merdeide! I lascivi fallofori e i tifalli con inni scellerati e laude oscene 768 si tiran dietro i vil Menandri e i Galli. Di voi, sacre Pimplee, timor mi tiene mentre vi veggo sdrucciolare in chiasso 771 al pazzo arbitrio di chi va e chi viene; l'orecchio aver bisognería di sasso per non sentir l'oscenità de' motti 774 ch'usan nel conversar sboccato e grasso. Son questi insin nei pulpiti introdotti, dond'è forzato un cristian che ingozzi 777 le facezie dei mimi e degli arlotti; miseria in ver da piangere a signozzi che, al par de' palchi omai de' saltimbanchi, 780 vanta il pergamo ancora i suoi Scatozzi. Quando omai di cantar sarete stanchi di donne, cavalier, d'arme e d'amore, 783 sprone d'impudicizie agli altrui fianchi? A che mandar tante ignominie fuore e far pretesti tutto quanto il die 786 che, s'oscena è la penna, è casto il core? Tempi questi non son d'allegorie; l'età che corre di tre cose è infetta: 789 di malizie, ignoranze e poesie. Ho sentito contar che fu un trombetta preso una volta da' nemici in campo 792 mentre stava sonando a la veletta; il qual, per ritrovar riparo e scampo, dicea che solamente egli sonava 795 e ch'il suo ferro mai non tinse il campo. Gli fu risposto allor ch'ei meritava magior pena però, poiché sonando 798 a le straggi, al furor gli altri inritava. Intendetemi voi, voi che cantando sète caggion che la pietà vacilla 801 e 'l timore di Dio si ponga in bando: da voi, da voi ne gli animi si stilla la peste d'infinite corruttele, 804 agl'incendî voi dat'esca e favilla! Basta dir che da un fiore tòsco e mèle trae, secondo gl'instinti o buoni o rei, 807 ape benigna e vipera crudele. O empi, o iniqui e quattro volte e sei: pormi il tòsco a le labra e poi, s'io pèro, 810 dir che maligni fûr gli affetti miei! Questo è paralogismo mensognero: non è simile al fiore il verso osceno, 813 né men l'ape e la vipera al pensiero; non racchiudon quei fiori il tòsco in seno, ma sono indifferenti: a i vostri versi 816 è qualitade intrinseca il veleno; né l'ape o 'l serpe trae dai fiori aspersi il tòsco o 'l mèl per ellezion: natura 819 gli sforza ad opre varie, atti diversi. Ma l'alma, ch'è di Idio copia e figura, libera nacque e non soggiace a forza, 822 ben che legata in questa spoglia impura; opera in sua ragione, e nulla sforza l'arbitrio suo, che volontario elegge 825 ciò ch'essa fa ne la terrena scorza; ma perché danno a lei consiglio e legge, nel conoscer le cose, i sensi frali, 828 facilmente ella cade e mal si regge: e voi, sirene perfide e infernali, le fabricate con un rio diletto 831 il precepizio al piede e 'l visco all'ali. Non ha la poesia più d'un oggetto; il dilettare è un mezzo: ella ha per fine 834 sedar la mente e moderar l'affetto; ella prima adolcì l'alme ferine, e n'insegnò, soave allettatrice, 837 con le favole sue l'opre divine; ella, figlia di Idio, mostrò felice il suo fattore al mondo, e poscia adulta 840 fu di filosofia madre e nutrice. E in vece d'essere oggi ornata e culta di dottrine santissime, disposti 843 son sempre i vizî e la ragion sepulta; anzi, con esecrandi contraposti, oggi il dar del divino è cosa trita 846 a gli sporchi Aretini, a gli Ariosti. Dunque chi più la mente al vizio incíta avrà titol celeste? Ah venghi meno, 849 e vanità sì rea resti sopita! Udite un Agostin, di Dio ripieno, ch'ebri d'eror vi publica e palesa, 852 e sacrileghi e pazzi un Damasceno. L'iniqua poesia la traccia ha presa de gli empii Macchiavelli e de gli Erasmi, 855 e di chi separò Cristo e la Chiesa. A che vantar dal ciel gl entusiasmi, se con maniera poi profana e ria 858 da miniere d'onor traete i biasmi? Scrivere a voi non par con leggiadria, buffonacci superbi et ateisti, 861 se non entrate in chiasso o in sacrestia. D'alme ingannate fa maggiori acquisti per opra vostra il popolato inferno: 864 così Parnaso ancora ha gli Antecristi. Pensate forse ch'il flagello eterno non punisca le colpe, o pur credete 867 che de gli eventi il caso abbia il governo? Se la galea, gl essigli e le secrete e se la forca aprì l'ultima scena 870 a i poeti giammai, ben lo sapete; sfregiato il volto e livida la schiena, a quanti han fatto dir con quel di Sorga 873 ch'il furor letterato a guerra mena! Deh cangiate tenore e 'l mondo scorga candor su i vostri fogli, e maestosa 876 la già morta pietade in voi risorga; sia dolce il vostro stile, onde gioiosa corra la terra a lui, ma serba intanto 879 fra il dolce suo la medicina ascosa; sia vago perché alletti, e casto e santo perché insegni al costume: è sol perfetto 882 quando diletta et ammaestra il canto; sia del vostro sudor virtù l'oggetto, ché mentre queste atrocità cantate 885 d'un insano furor v'infiamma Aletto, ché se gli allori e l'edere v'han date è perché avete in testa un gran rottorio 888 e i fulmini dal cielo in voi chiamate. E poi, che giova aver plettro d'avorio se quasi ogni poeta in grembo al duolo 891 a le fatiche sue canta il mortorio? A che di libri più crescer lo stuolo? Pur ch'insegnasse a vivere e a morire, 894 soverchiarebbe al mondo un libro solo. Rimoderate dunque il vostro ardire, ché rarissimi son quei che si leggono 897 et uno in mille ne suol riuscire; a l'imortalità tutti non reggono: fra le tarme e di polvere coperti, 900 i libri et i libei marcir si veggono. La vostra fama è dubia, i biasmi certi, e in questi tempi sordidi et ingiusti 903 pronti so' i Galbi, e i Mecenati incerti, poiché a scorno d'i principi vetusti in vece di Catoni e Anasimandri 906 s'amano gl'ignoranti e i bellimbusti; e son gli Efestion degli Alesandri i becchi e i parasiti indegni e vili, 909 e prezzati i Taurei più che i Lisandri; e in cambio degli Orazi e de' Vergilî danzano in corte baldanzosi e lieti 912 i branchi de' Clisofi e de' Crobili. Stiman più i regi stolidi e indiscreti d'un'istriona un trillo, una cadenza, 915 ch'i sudori de' saggi e de' poeti; spenta già di quei grandi è la semenza che in distinguere usâro ogni sapere 918 da i marroni a i Maron la differenza. Non speri il mondo più di rivedere l'eroe di Pella, che dormir fu visto 921 e de l'opre d'Omer farsi origliere; de' dotti ognuno allor giva provvisto, e vantava Artaserse un grand'impero 924 quando facea d'un letterato acquisto. L'istesso Dionisio, ancor ch'altero, per le publiche vie di Siracusa 927 a Platon fe' da servo e da cocchiero. Ma dove, dove mi trasporti, o Musa? Orecchio ha il mondo sol per Lesbia e Taide: 930 ragion di virtude oggi non s'usa. Solo invaghita di Giacinto e Laide, stufa è di versi quest'età che corre: 933 secoli da fuggir ne la Tebaide, tempi più da tacer che da comporre. SATIRA TERZA LA PITTURA Così va 'l mondo oggi da l'Indo al Mauro, né a guarire il suo mal saría bastante 3 il medico di Timbria o d'Epidauro; cade il mondo a tracollo e indarno Atlante spera gl Alcidi. Ah, chi m'adita un Giove, 6 or ch'il vizio qua giù fatto è gigante? Tutti gli sdegni suoi grandina e piove sopra gli Acrocerauni e poi su gl empî 9 la neghittosa destra il ciel non move. Quali norme ne date e quali esempî, stelle, ch'in vece di punire i rei 12 fulminate le torri e i vostri tempî? Voi saettate ognor gl antri rifei e rimanete di rossore accese 15 se Diagora poi non crede i dei; che voi siate schernite e vilipese non è stupor: l'invendicata ingiuria 18 chiama da lungi le seconde offese. Scatenata, d'Averno esce ogni Furia e regna sol sovra la terra immonda 21 Gola, Invidia, Pigrizia, Ira e Lussuria. Sol d'Avarizia e di Superbia abonda il corrotto costume, e 'l tempo indegno 24 ne la piena del mal corre a seconda. Ma già ch'in voi l'addormentato sdegno alcun senso non ha, tentare io voglio 27 s'anco i fulmini suoi vanta l'ingegno. - Sì dissi furibondo e, preso il foglio, già già scrivea del secolo presente, 30 vòto d'ogni valor, pien d'ogni orgoglio, quando su gl occhi miei nascer repente vidi un fantasma in disusato aspetto, 33 che richiamò dal suo furor la mente (mirabil mostro e mostruoso oggetto!): donna giovin di viso, antica d'anni, 36 piena di maestade il volto e 'l petto. A lei d'aquila altera uscian due vanni; da l'una e l'altra tempia il crin disciolto 39 cadea sul tergo a ricamarle i panni. Parea che il sol negl occhi avesse accolto, e superbo splendea in mezzo a l'iride 42 d'attorcigliati bissi il capo avvolto: d'Isi nel tempio, là dentro a Busiride, con simil benda il crine adorna e stringe 45 l'antica Egitto al favoloso Osiride; ma l'edra, il pesco e il lauro intreccia e cinge quelle bianche ritorte, e in mezzo usciva 48 il simulacro de l'aonia sfinge. De la veste il color gl occhi scherniva variando in se stesso, e da la manica 51 a finissimo lino il varco apriva: non tessé mai con più sottil meccanica tela più vaga in su la Mosa o l'Odera 54 la fatica olandese e la germanica. Lo sventolar de' panni unisce e modera il manto, ch'affibbiato in su la spalla 57 di più peli di simia avea la fodera; vestía la sopraveste azzurra e gialla, e l'imagin del mondo e de le sfere 60 sostenea sott'il braccio entro una palla. Con fantastiche rote in folte schiere rapidi intorno a lei l'ali batteano 63 simulacri di larve e di chimere; i pennelli e i color li si vedeano et una canna, che teneasi, lenti 66 con verdi anelli i pampini stringeano. Io restai senza moto a quei portenti et ella, in me fissando i lumi accesi, 69 disdegnosa parlommi in quest'accenti: - Che vaneggi, insensato? Ove hai sospesi i tuo pensieri, e da qual folle ardire 72 si sono in te questi furori accesi? Sgridar tu vuoi l'universal fallire e non t'accorgi ancor che tu consumi 75 senza profitto alcun l'impeto e l'ire? Tôrre il vizio a la terra in van presumi; dunque lo sdegno tuo s'accheti e cessi, 78 e a quel che tocca a te rivolgi i lumi. Mira con quanti obbrobrii e quanti eccessi da gl artefici proprii oggi s'oscura 81 il più chiaro mestier che si professi: parlo de l'arte tua, de la Pittura, ch'è divenuta infame in mano a molti 84 con l'indegnità sua, con la natura; e in vece di punir gl audaci e stolti professori di lei con dente acerbo, 87 tu verso il mondo i tuoi furor rivolti. E tant'empio è 'l pennel, tant'è superbo, che sol tra i vezzi si trastulla e scherza, 90 e de gli sdegni tuoi tu fai riserbo? Sotto la destra tua provò la sferza Musica e Poesia: vada del pari 93 con l'altre due sorelle anco la terza. E se da' tuoi flagelli aspri et amari alcun percosso esclamerà, suo danno: 96 da le voci d'un solo il resto impari. So che la rabbia e 'l concepito affanno farà dire a costoro in tuo disprezzo 99 quanto inventar, quanto sognar sapranno: tu, come scoglio a le procelle avvezzo, non t'alterar giammai; noto è per tutto 102 che suol l'odio del vero essere il prezzo. De la virtù maledicenza è frutto, ma col tempo a le Furie escon le chiome 105 e s'accheta il Livore indegno e brutto; le Calunnie, una volta oppresse e dome, confesseran che con ragion gl emendi, 108 ch'al fin la Verità trova il suo nome. Sù, sù, desta gli spirti e l'ire accendi e, pieno il cor d'un nobile ardimento, 111 questi artefici rei sgrida e riprendi. - Così diss'ella, e su l'estremo accento con quella verga sua cinta di pampino 114 toccommi il capo e dileguossi in vento. Da quel momento in qua par che m'avvampino le fibre interne e che le Furie unite 117 ne l'agitato sen tutte s'accampino: divenne il petto mio novella Dite. Dunque dal cor, pria che si cangi in cenere, 120 uscite pur, chiusi pensieri, uscite! Di voci in cambio adulatrici e tenere s'armi lo stil senza sapere in cui, 123 ma sgridi i vizii et i difetti in genere; chi sarà netto de gl errori altrui riderà su i miei fogli, e chi si duole 126 dimostrerà che la magagna è in lui. Pur che si sfoghi il cor, dica chi vuole: a chi nulla desia soverchia il poco, 129 sotto ogni ciel padre comune è 'l sole; l'estate a l'ombra e 'l pigro verno al foco, tra modesti desii l'anno mi vede 132 pinger per gloria e poetar per gioco. De le fatiche mie scopo e mercede è sodisfare al genio, al giusto, al vero; 135 chi si sente scottar ritiri il piede. Dica pur quanto sa rancor severo; contro a le sue saette ho doppio usbergo: 138 non conosco interesse e son sincero; non ha l'Invidia nel mio petto albergo, sol lo Zelo lo stil m'adatta in mano 141 e per util comune i.foglio io vergo. Tutto il mondo è pittori, onde il toscano Paol fe' dire a certi ambasciatori, 144 che chiedeano d'estrar non so che grano, ch'ei non volea ch'il grano uscisse fuori, ma ch'in quel cambio gl avería concessa 147 di prelati una tratta o di pittori. La rena de l'Egeo non è sì spessa, su l'Egitto non fûr tanti i ranocchi, 150 le formiche in Tessaglia, i mori in Fessa, il grand'Argo del ciel non ha tant'occhi, sono meno le spie, meno i pedanti, 153 né vidde Creso mai tanti baiocchi: tutto pittori è il mondo, e pur di tanti non saran due ne l'infinito coro 156 che non sian de le lettere ignoranti. Filosofo e pittor fu Metrodoro e i costumi e i color sapea correggere, 159 e scrisse l'arte in versi Apollodoro; questo mestiero ognun corre ad eleggere, ma di costor ch'a lavorar s'accingono 162 quattro quinti, per Dio, non sanno leggere! Stupîr gl antichi, se però non fingono, perché scriveva un elefante in greco, 165 ma che direbbon or ch'i buoi dipingono? Arte alcuna non è che porti seco de le scienze maggior necessità, 168 ché de' color non può trattare il cieco, ché tutto quel che la natura fa, o sia soggetto al senso o intelligibile, 171 per oggetto al pittor propone e dà, che non dipinge sol quel ch'è visibile, ma necessario è che talvolta additi 174 tutto quel ch'è incorporeo e ch'è possibile. Bisogna che i pittor siano eruditi ne le scienze introdotte e sappian bene 177 le favole, l'istorie, i tempi, i riti; né fare come un tal pittor da bene qual fece un'Eva e poi vi pinse un bisso 180 per non fare apparir le parti oscene. Un castrone, assai più di quel di Frisso, un'Annunziata fece (ond'io n'esclamo) 183 che diceva l'offizio a un crocifisso. E come compatir, scusar possiamo un Raffael, pittor raro et esatto, 186 far di ferro una zappa in man d'Adamo? E cento e mille ignorantoni affatto, con barba vecchia e con virtù fanciulla, 189 i Panfili sfidar prendono a patto; e, come la Pittura entro la culla d'ogni minuzia sua gl avesse instrutti, 192 credon d'esser maestri, e non san nulla. Dipinger tutt'il dì zucche e preciutti, rami, padelle, pentole e tappeti, 195 ucelli, pesci, erbaggi e fiori e frutti! E presumono poi, quest'indiscreti, d'esser pittori e non voler ch'adopra 198 la sferza de' satirici poeti? Se s'hanno a metter altre cose in opra, non vi si vede mai null'a proposito, 201 e 'l costume e l'idea va sottosopra: i Sciti nel vestir fanno a l'opposito e perché l'ignoranza hanno per sposa 204 non danno colpo che non sia sproposito. Perdoni il cielo al cigno di Venosa, ch'a' poeti e a' pittori aprì la strada 207 di fare a modo lor quasi ogni cosa; con questa autorità più non si bada che con il vero il simulato implíchi 210 e che da l'esser suo l'arte decada. Più tele ha 'l Tebro che non ha lombrichi e fan più quadri certi capi insani 213 che non fece Agatarco a i tempi antichi; onde dissero alcuni oltramontani che di tre cose è l'abbondanza in Roma: 216 di quadri, di speranza e baciamani. Escon dal Lazio le pitture a soma e tanta de' pittori è la semenza 219 che infettato ne resta ogn'idioma; non conoscono studio o diligenza, e in Roma non di men questi cotali 222 sono i pittori de la Sapienza! Altri studiano a far sol animali e, senza rimirarsi entro a gli specchi, 225 si ritraggono giusti e naturali. Par che dietro al Bassan ciascuno invecchi, rozzo pittor di pecore e cavalle, 228 et Eufranore e Alberto han negl orecchi, e son le scole lor le mandre e stalle, e consumano in far l'etadi intere 231 bisce, rospi, lucertole e farfalle, e quelle bestie fan sì vive e fiere, che fra i quadri e i pittor si resta in forse 234 quai sian le bestie finte e quai le vere. V'è poi talun che col pennel trascorse a dipinger faldoni e guitterie 237 e facchini e monelli e tagliaborse, vignate, carri, calcare, osterie, stuolo d'imbriaconi e genti ghiotte, 240 zingari, tabaccari e barberie, niregnacche, bracon, trentapagnotte: chi si cerca i pidocchi e chi si gratta 243 e chi vende a i baron le pere cotte, un che piscia, un che caca, un ch'a la gatta vende la trippa, Gimignan che suona, 246 chi rattoppa un bocal, chi la ciabatta; né crede oggi il pittor far cosa buona se non dipinge un gruppo di stracciati, 249 se la pittura sua non è barona. E questi quadri son tanto apprezzati che si vedon de' grandi entro gli studi 252 di superbi ornamenti incorniciati: così i vivi mendichi afflitti e nudi non trovan da coloro un sol danaro, 255 che ne' dipinti poi spendon gli scudi; così ancor io da quelli stracci imparo che de' moderni prencipi l'instinto 258 prodigo è a i lussi, a la pietade avaro; quel ch'aborriscon vivo aman dipinto, per ch'omai de le corti è vecchia usanza 261 d'avere in prezzo solamente il finto. Ma chi sa, quel che io chiamo ignoranza non sia de' grandi un'invenzion morale 264 per fuggir la superbia e l'arroganza; ché, s'Agatocle già di terra frale usava i piatti de' miglior bocconi 267 per rammentarsi ognor del suo natale, l'imagin de' villani e de' baroni forse tengon costor per ricordarsi 270 che gl antenati lor fûrno guidoni. Ma non credo che mai possa trovarsi che de la veritade il cenno e 'l suono 273 abbia sentito l'uom senz'addirarsi; già rispose quel grande in grave tuono a chi gli ricordò certo accidente: 276 - Non vuo' saper qual fui, ma quel ch'io sono. - Fu mostrato a un tedesco anticamente un quadro in cui l'artefice ritrasse 279 tutto intero un pastor vile e pezzente; interrogato quanto ei lo stimasse, rispose che né men voluto avrebbe 282 che vivo un uomo tal gli si donasse. Prencipi, perch'a voi mai non increbbe questo dipinger sordido e plebeo, 285 ne l'arte la viltà s'apprese e crebbe. Da l'atlantico mare a l'eritreo il decoro non ha dove ricoveri, 288 ch'ognun s'è dato ad imitar Pirreo: sol bambocciate in ogni parte annoveri, né vengono a i pittori altri concetti 291 che pinger sempre accattatozzi e poveri. Ma non son tutti lor questi difetti, poiché, cercando il mondo a tondo a tondo, 294 fuor che pezzenti non hann'altri oggetti, e ogni luogo di poveri è fecondo perché i prencipi omai con le gabelle 297 hanno ridotto a mendicare il mondo; se tosano un po' più le pecorelle, gl uomini in breve si potran dipingere 300 no senza panni, no, ma senza pelle. Prencipi, ad esclamar mi sento spingere, ma mi dicon pian pian Clinio e Geminio 303 che bisogna con voi tacere o fingere; dunque di voi l'esame e lo scrutinio faccia chi solo a grand'imprese è dedito, 306 ch'io torno a censurar la biacca e 'l minio. Con mio grave stupor contemplo e medito che quasi sempre ogni pittor peggiora 309 quando comincia ad acquistare il credito, perché, vedendo che più d'un l'onora e ch'hanno facilmente esito e spaccio 312 le cose che dipinge e che lavora, del faticar più non si prende impaccio e, presa la pigrizia in enfiteusi, 315 dolcemente diventa un asinaccio. Così non fece il nominato Zeusi, al cui studio indefesso aprì le porte 318 colui che nacque là presso ad Eleusi. Chi di Nicia fra noi segue le scorte, che spesso il cibo si scordò, cotanto 321 era lo studio suo tenace e forte? Chi nella nostra età pervenne al vanto di Timante, di Ludio o di Nicomaco, 324 e chi può gire a Polignoto a canto? Non è pagato alcun come Timomaco, ma chi, per istudiar, quel Cauno imíta 327 che di lupini sol pascea lo stomaco? Oggi l'antichità da noi s'addita, oziosi sedendo, entro le carte, 330 ma la prisca virtude erra smarrita. Furon le donne infin chiare in quest'arte: or qual femmina fia ch'a lor rassembri 333 e possa andar de la lor gloria a parte? Ma che! L'antiche in ciò nessun rimembri, perché le nostre son più dotte e deste 336 nel porre in opra la natura e i membri. Fra i pittori vi son genti sì leste: con un certo liquor che non si scerne 339 fanno antiche apparir certe lor teste; degno d'applausi e di memorie eterne, de le donne il pennel scaltro et astuto 342 le teste antiche fa[n] parer moderne. Ma in qual digression son io caduto? Il mio ronzino, appunto in sul più bello, 345 di strada uscì de le cavalle al fiuto; dietro a le donne ognun perde il cervello e le cose con lor tutt'a gran passo 348 per certa simpatia vanno in bordello. Lasciam dunque le donne andare in chiasso e torniam fra i pittori, ove trascorre 351 la superbia per tutto a gran fracasso. Apelle, il gran pittor, soleva esporre le sue fatiche al publico, e nascosto 354 per emendarle i detti altrui raccôrre; questo costume adesso usa a l'opposto: per riportarne solo encomio e lode 357 è da' nostri pittori un quadro esposto; negl applausi ciascun si gonfia e gode, ma, se qualche censor la sferza adopra, 360 di sdegno e di rancor s'infuria e rode. Già Cimabue, quando mostrava un'opra, se alcun lo riprendea, montato in rabbia, 363 gettava in pezzi il quadro e sottosopra; ma tutta l'albagia non credo ch'abbia un fatto più superbo e più bestiale 366 di quel ch'ora mi viene in su le labbia. Scoperse il suo Giudizio Universale Michelangiolo al papa e ognun che v'era 369 lo celebrava un'opera immortale; solo un tal cavalier, con faccia austera e con parole di rigor ripiene, 372 favellò col pittore in tal maniera: - Questo vostro Giudizio espresso è bene perché si vedon chiare in questo loco 375 de la vita d'ognun le cose oscene. Michelangiolo mio, non parlo in gioco: questo che dipingete è un gran Giudizio, 378 ma del giudizio voi n'avete poco. Io non vi tasso intorno a l'artifizio, ma parlo del costume, in cui mi pare 381 che il vostro gran saper si cangi in vizio; dovevi pur distinguere e pensare che dipingevi in chiesa: in quanto a me 384 sembra una stufa questo vostro altare. Sapevi pur ch'il figlio di Noè, perché scoperse le vergogne al padre, 387 tirò l'ira di Dio sovra di sé; e voi, senza temer Cristo e la Madre, fate che mostrin le vergogne aperte 390 infin dei santi qui l'intere squadre! Dunque là dove al ciel porgendo offerte il Sovrano Pastore i voti scioglie, 393 s'hanno a veder l'oscenità scoperte? Dove la terra e 'l ciel lega e discioglie il Vicario di Dio, staranno esposte 396 e natiche e cotali e culi e coglie? - In udir il pittor queste proposte, divenuto di rabbia rosso e nero, 399 non poté proferir le sue risposte, né potendo di lui l'orgoglio altero sfogare il suo rancor per altre bande, 402 dipinse ne l'inferno il cavaliero. E pure era un error sì brutto e grande che Danielle di poi fece da sarto 405 in quel Giudizio a lavorar mutande. L'arroganza e 'l pittor nacquero a un parto: di questi esempi va piena ogni cronica 408 e ne vede ogni dì l'espero e l'arto. Classide, uscendo da la terra ionica, perché non ebbe in Efeso accoglienze, 411 in braccio a un pescator pinse Stratonica; di Parrasio si san l'impertinenze, che dicea che d'Apollo era figliuolo 414 e vantava dal ciel le discendenze; credea Zeusi ch'il Gange e ch'il Pattolo non avessero insieme oro a bastanza 417 per poterli pagare un quadro solo, e per quest'albagia pose in usanza di donar l'opre sue: così vantava 420 la liberalità con l'arroganza, et in tutte le feste ov'egli andava tutto d'oro intessuto a letteroni 423 il nome suo nel ferraiol portava. Anco a' dì miei certi pittor coglioni, che fanno i Raffaelli e se l'allacciano, 426 portan nel ferraiol cento crocioni; per satrapi de l'arte ognor si spacciano, ma la fame, a la fé, te gl adomestica 429 e co' barbieri a lavorar si cacciano; l'alterigia così fatta domestica, per la necessità de la panatica 432 si riducono a dare infin la mestica, e, mitigata l'ambizion lunatica, perch'han di ciabattin la mano e 'l genio, 435 di scarpinelli han conoscenza e pratica; ma, scorsi i più begl anni e giunti al senio, fra la prigione e lo spedal si mirano, 438 non ostante il lor fumo e 'l loro ingenio. Così per Roma tutto il dì s'ammirano certi cavalli indomiti e feroci 441 che da le gonfie nari il fumo spirano, batton la terra e co' nitriti atroci sfidando l'aure e le saette al corso 444 de la superbia lor spiegan le voci; rifiuta il labro altero il freno e 'l morso, e sol fastosi d'alterigia e fregi, 447 sdegnan lo sprone al fianco e l'uom sul dorso; ma con tutto il lor fasto e tutti i pregi in breve tempo vedonsi a Ripetta 450 pieni di guidaleschi e di dispregi; quindi, cangiata in trotto la corvetta et in cavezza il fren, la sella in basto, 453 si riducono al fine a la carretta. Ma conosco ben io che sol non basto contro i pittori e che non ho favella 456 per un soggetto così grande e vasto; la vita lor, d'ogni bruttura ancella, per me facci palese a le persone 459 un'istoria passata, e par novella. Fu nei tempi trascorsi un bertuccione, che, stanco omai di star legato in piazza, 462 di diventar pittore ebbe oppinione; venía dal ceppo de l'antica razza di quel che già in Arezzo a Bufalmacco 465 fe' quella burla stravagante e pazza. Or questo un dì d'estate, allor che stracco ciascun dormía, si sciolse e di pedina 468 a la sua schiavitù diede lo scacco. Fuggì fin ch'a la sera il dì declina e in una casa, con suo gran diletto, 471 per la ferrata entrò de la cantina, perché dal finestrone a canto al letto e da l'altre fenestre o chiuse o rotte 474 che vi stesse un pittor fece concetto; né si scostò dal vero, onde, in tre botte fatta la scala, arrivò sopra e disse: 477 - Maestro, il ciel vi dia la buona notte. - Parve che su l'orecchio il tuon ferisse l'atterrito pittor, ch'un gran portento 480 su quell'ora stimò che gl apparisse; se ne avvidde la scimmia e in un momento ripigliando il parlare: - Olà, - soggiunse, 483 - sbandeggiate, maestro, ogni spavento. L'amor de la vostr'arte il cuor mi punse e col di lei color l'affetto mio 486 un genio ereditario in un congiunse. La pittura imparar da voi desío e, se ben io son bestia, ho tanto ingegno 489 che n'han pochi pittor quanto n'ho io. L'arte del colorito e del disegno è pura immitazion, e voi sapete 492 che dell'immitazion la scimia è segno; onde, se coltivare in me vorrete questa disposizione, io vi predíco 495 che per me glorioso un dì sarete. Fu mio bisavo quel scimmione antico che con modo sì nobile e sì saggio 498 quell'opra ritrovò di Buonamico: argumentate or voi se gran passaggio farà chi sente un triplicato instinto 501 d'analogia, di genio e di lignaggio. Ma il vostro volto, di pallor dipinto, cognietturar mi fa ch'il cor vi trema 504 per sentirmi parlare in suon distinto. Scacciate lo stupor, cessi la tema, ch'io non son qualche larva a voi nemica, 507 né ch'io vi parli è meraviglia estrema: parlano il corvo, il pappagal, la pica e noi sappiam parlar quant'un teologo, 510 ma non parliam per non durar fatica; per saper questo non ci vuole astrologo: in quell'autor ch'in Frigia tanto valse 513 troverete di noi più d'un apologo. Mi getterò per voi ne l'onde salse; basta che m'insegnate, e poi del resto 516 vi prometto di far monete false. - Sì disse lo scimmiotto agile e lesto, e tanto s'adoprò ch'al fin d'accordo 519 di bestia e di pittor fece un innesto. A' suoi preghi il pittor non fece il sordo et a l'incontro l'animale accorto 522 di ben servir si dimostrava ingordo. Sul principio andò ben, ma in tempo corto il mastro d'insegnar lasciò da canto 525 e strapazzava lo scolare a torto; ma quanto era schernito, egli altretanto pazziente soffriva, un dì sperando 528 di riportar con la costanza il vanto. Così dieci anni intieri andò penando, ma, visto che lograva il tempo in vano, 531 al fin mandò la sofferenza in bando, e, detestando di quell'uomo insano le maniere deformi e l'alma ingrata, 534 risolvé di lasciar cervel sì strano; onde, chiesta licenza una giornata, su la vita di lui vile e plebea 537 gli fece una solenne ripassata. - È possibil, maestro, - egli dicea, - che chi sol ha per norma il bello e 'l buono 540 abbia un'anima poi sì brutta e rea? Non star sospeso, no: teco ragiono. Or, mentre il vizio in te danno e discerno, 543 tu che cosa sarai se bestia io sono? Tralascio il viver tuo senza governo, il vestir da guidon scomposto e sporco, 546 dimostrando al di fuor l'abito interno; con la chioma arrufata a guisa d'orco avere un sito che da lungi ammorba 549 et in tutte le cose esser un porco; con una faccia accidiosa e torba dormire in un casson pieno di paglia, 552 quasi giusto tu sia nespola o sorba; l'usar cartone in vece di tovaglia su la tua mensa, in cui giammai satolla 555 non vinsi con la fame una battaglia; per la pigrizia ch'hai ne la midolla mangiar sempre ova sode e a un tempo stesso 558 cuocere in un paiol l'ova e la colla. Trapasso che da lungi e che da presso la casa tua con il fetore annoia 561 per tante anatomie che tu ci hai messo: tutta apparata omai d'ossa e di cuoia, con tante teste intorno e tanti quarti, 564 fa da forca la casa e tu da boia; se la mente e l'idea solo impregnarti da' cadaveri fai, con qual motivo 567 credi che possin poi viverne i parti? E chi sarà sì sciocco e sì corrivo che vogl'ire a comprar ne' cimiteri? 570 Quel che non visse non somiglia al vivo! Passo sotto silenzio i mesi interi che consumai d'estate intorno a i forni 573 a compor olii per trovare i neri; che m'hai fatto passar le notti e i giorni a cavar d'ogni tomba e d'ogni fosso 576 ugne, costole, stinchi e teste e corni; che più la vita adoperar non posso, ché, per model servendoti di me, 579 tutte le mie giunture hanno il soprosso. Taccio ch'al fine, e per tua gran mercé, non mi posso vantar che mi riesca, 582 e son dieci anni omai che sto con te (e pur questa vitaccia a la turchesca, degna sol di galera e di legnami, 585 voi chiamate una vita pittoresca!). Taccio fin qui; ma l'altre cose infami non mi permetton, no, che stia più immobile, 588 ma fan che strilli et altamente esclami, ché, per lo genio tuo pedestre e ignobile, io t'ho veduto fare insino a l'oste, 591 stufo d'esercitare arte sì nobile! Per non vederti correría le poste di là dal Tile: e chi può star più saldo 594 a l'azioni tue pazze e scomposte? Maraviglia non fia s'io mi riscaldo, perché di te non fu sotto la luna 597 né più baggiano mai, né più ribaldo. Ogni vizio più tetro in te s'aduna: malèdico tu sei, matto e bugiardo, 600 superbo e giocator sin da la cuna; ti si legge l'invidia entro lo sguardo: quand'è che tu non morda e non abbai 603 senza rispetto alcun, senza riguardo? Che, se pur tu lodasti alcun giammai di quest'altri pittori, in quelle cose 606 lo celebrasti sol che tu non fai. Tentar per mezzo di persone ascose di levar tutt'il dì l'opre al compagno 609 con invenzion indegne e vergognose; la coscienza tener sott'il calcagno, voler presto i denar, dar l'opre tardi, 612 riconoscer per dio solo il guadagno; non aver d'amistà leggi o riguardi, un trattar peggio assai che contadino: 615 e ch'io faccia il pittor? Dio me ne guardi! Gabbare il forestiero e 'l cittadino, e spacciar, quando viene il sempliciotto, 618 lo smalto per azurro oltramarino; finger l'uomo da bene e l'incorrotto, e la parola poi non osservare, 621 vendere un quadro istesso a sette o otto; non volere esser visto lavorare (né m'insegnò giammai la tua pietade 624 qualche facile modo a l'operare); e, con biasmo de l'arte e tua viltade, peggio ch'un zappator gire affamato 627 a lavorare a canne et a giornade; le caparre truffare in ogni lato; tu non ti lodi mai ch'altrui non sprezzi: 630 e s'io faccio il pittor, ch'io sia frustrato! Tu l'opre altrui ritocchi e a grossi prezzi le vendi per man tua senza rossore, 633 e le tue per man d'altri ognor rappezzi; affumicar le tele et il colore, empir le gallerie de' tuoi capricci 636 ficcandogli per man di grand'autore; smaltir per di Tizian cento impiastricci, imbriacar gl'inglesi e gl alemanni, 639 con il vino non già, ma co i pasticci; vender pastocchie et esitare inganni, non contentarsi mai di prezzi onesti 642 e trattenere un quadro otto o dieci anni; lamentarsi ad ogn'ora e far protesti ch'il secolo è corrotto e che fra i grandi 645 non v'è chi la virtù non prema e pesti; parlar che son poltroni e son nefandi, ch'han l'animo di pulce e di formicola, 648 che per i vizzi sol son memorandi; e con adulazion vile e ridicola ritrargli armati poi presso a la Gloria, 651 che il nome lor con il trombone articola; e per gonfiargli d'ambizione e boria rappresentargli come Augusto e Pirro 654 con le Muse d'intorno e la Vittoria; aver ne l'alma il canchero e lo scirro, non mantener la fé per quattro soldi: 657 oh, s'io faccio il pittor, ch'io faccia il birro! Conversar con bricconi e manigoldi, e radunare il cicaleccio e 'l crocchio 660 di Gonnelli, d'Arlotti e di Bertoldi; mormorare e gracchiar com'il ranocchio, et è cotal la tua superbia interna 663 che nulla rimirar sai con buon occhio; andar con quei fiamminghi alla taverna, che, profanando in un la terra e l'ètera, 666 han trovato un battesmo a la moderna; peggiorar sempre quanto più s'invetera, far di ragazze e femmine un serraglio 669 per farle stare al naturale, e cetera: s'io fo il pittor, che mi sia dato un taglio sopra 'l mostaccio! Se mai più ci torno, 672 mi sia battuto su la testa un maglio! Prima ch'esser pittor, sia fitto in forno! Prima ch'esser pittor, altri m'impegoli! 675 Prima ch'esser pittor, m'impali un corno! - Così diss'egli e su per certi regoli ver' la finestra a rampicar si messe, 678 sfondò la carta e si salvò su i tegoli. Sì disse il bertuccione; il ciel volesse che lo stil de i pittori empio et atroce 681 le bestie sole ad esclamar movesse! Chi può soffrir, chi può tener la voce mentre si vede che 'l pennello osceno 684 quanto diletta più, tanto più nuoce? Di lascive pitture il mondo è pieno e per le vie degl occhi il cor tradito 687 dal nefando color beve il veleno; altro ne' quadri non si mostra a dito che le lussurie de' salaci dei, 690 perché l'uomo al peccar si facci ardito; la libidin per tutto alza i trofei e riempiendo va più d'un Tiberio 693 di sfacciate pitture i ginecei. Non è più sol d'Orazio il desiderio che in più modi dipinte ove si dorme 696 l'attitudin volea del vituperio: le positure oscene in varie forme scolpì Giulio Romano e l'empie immagini 699 espose in versi un poetaccio enorme. Così Disonestade ha le propagini sotto la terra da i color ruffiani: 702 e pur non s'apre il suol tutto in voragini? Gl'impudichi Caracci e i Tizziani con figure di chiassi han profanati 705 i palazzi de' prencipi cristiani; sol di femmine ignude i re fregiati hanno i lor gabinetti, e quindi nasce 708 che divengono anch'essi effemminati; de le vergini ognor l'occhio si pasce tra Veneri, Salmaci e Bersabee: 711 qual meraviglia è poi che sian bagasce? Fuor che Giacinti, Satiri e Napee per i musei moderni altro non vedi 714 e Psichi e Lede, Danai e Galatee; Mirre, Europe, Diane e Ganimedi e le Pasife adultere e bestiali 717 son de le gallerie pregiati arredi, le pompe di Cotitto e le Florali degl'Itifalli i riti e dei Luperci 720 e le feste Vinarie e i Baccanali. O padri, o madri, ammaliati e guerci, la vostra vigilanza ov'è rimasa, 723 che comprate ogni dì quadri sì lerci? Ciascun di voi la provvidenza annasa, ma che vi giova custodir la soglia 726 se corrompon le tele i figli in casa? Queste pitture ignude e senza spoglia son libri di lascivia, hanno i pennelli 729 semi da cui disonestà germoglia; l'uva antica di Zeusi a voi favelli e voi dimostri, senza alcun velame, 732 se le pitture san tirar gl ucelli. Di Parrasio tornò lo stile infame e chiaman le fischiate e la berlina 735 egualmente le tele, il legno e 'l rame: questi ritrae la druda e tanto inclina a dimostrarsi imputtanito affatto 738 che fa il suo nome in seno a la sgualdrina; quel della moglie sua forma il ritratto e le di lei bellezze orna et adobba; 741 così due mercanzie forma in un tratto, ché, s'il quadro non è da guardarobba, almen palesa che da i fatti amici 744 se non ha buon pennello ha buona robba. Oh, questi può vantar gl astri felici, che spesso, per ornare un quadro solo, 747 fabricate a lui son cento cornici! Poi ch'è ben noto a lo scaltrito stuolo che chi la copia fuor d'esporre ha in uso 750 vuol dir che dà l'originale a nolo. Ma del ritrarre il vaneggiar diffuso qui non finisce, no; peggio s'impiega 753 la sacrilega industria e l'empio abuso, ché ne le chiese, ove s'adora e prega, de le donne si fanno i ritrattini 756 e la magion di Dio divien bottega; de la fé, del timor rotti i confini, in faccia a Dio fomentano i colori 759 gl adulterî e gli stupri a gli zerbini. Signor, se chi vendea giovenchi e tori dal Tempio vilipeso e profanato 762 con le frustate già cacciasti fuori, deh, torna in terra col flagello usato, ché per man de' pittori entro le chiese 765 de le vacche ogni dì fassi il mercato. E tu non sol dissimuli l'offese, ma comporti che sian di questi porci 768 su l'are tue le frenesie sospese? A quelle il guardo tuo rivolgi e torci, e mira quali entro le sacre istorie 771 fan fare a i santi e positure e scorci. Dunque de i giusti tuoi l'eccelse glorie vedrai sprezzar, né manderai borasche 774 a tôr via de i pittor l'empie memorie? Non son questi, Signor, scherzi da frasche, ma falli da punir con gravi angosce, 777 i santi incoronar di tinche e lasche. Per vantarsi, più d'un, che ben conosce di tutto il corpo le minuzie e i bruscoli, 780 fa mostrare a le sante e poppe e cosce; e per farsi tener fra i più maiuscoli, spogliando i santi vuol mostrar ch'intende 783 i proprii siti e 'l rigirar de' muscoli. L'attitudini sì che son tremende! Qual fa corvette, qual galoppa o traina 786 con cento smorfie e torciture orrende; né qui l'enorme ardir le vele ammaina ne lo scherzar co i divi, e non li basta 789 che faccin la Lucia con la Sfessaina: più tavola non v'è ch'al men sia casta, ché per i tempii la pittura insana 792 la religion col puttanesmo impasta. Oh quanti Arrellii in questa età profana, di numi in cambio, ne le sacre tele 795 dipingon la bardassa e la puttana! Onde tradito poi lo stuol fedele con scelerata e folle idolatria 798 porge i voti a l'inferno e le querele, ché, d'un angiolo in vece e di Maria, d'Ati il volto s'adora e di Medusa, 801 l'effigie d'un Batillo e d'un'arpia. Sbaglio questo non è degno di scusa, ché d'una Taide prostituta e nota 804 la sfacciata sembianza il chiasso accusa, e sempre a qualchedun rimane ignota. Con che scandalo poi resta atterrita 807 da quei volti impudichi alma divota! L'error del saggio ebreo ciascuno addita e con alto rossor narran le stampe 810 che la druda incensò lo Stagirita; ma sciolto adesso in odorose vampe a onor de' lupanari arde l'incenso 813 ne' turribuli nostri e ne le lampe. Come al peccar si negherà l'assenso, s'entro a i lini sacrati anco s'apprendono 816 allettamenti di lussuria al senso? Quindi in saggi divieti a noi discendono de' pontefici accorti i santi oracoli 819 ch'a questi quadri il celebrar sospendono; quindi è che sol ne i prischi tabernacoli da la pietà di Dio grazie s'aspettano 822 e in questi d'oggidì non fa miracoli; quindi è che quanti tuoni in giù s'affrettano sopra gl altari e su le chiese a gara 825 le giuste fiamme lor tutte saettano. O pittori, o pittori, il ciel prepara forse al vostro fallir le pene ultrici, 828 e la tardanza ad aggravarle impara. Da voi, di zelo e di pietà mendici, ne' dì festivi a lavorar s'indugia 831 e si lassan le messe e i sacri offici; io non so come il suol non vi trangugia mentr'in quel ch'a la fé s'aspetta e a l'alma 834 imitato è da voi quel da Perugia. Voi de la religion la bella calma aiutate a turbare, e l'eresie 837 in gran parte da voi vantan la palma. Le cose che faceste inique e rie taccio, incise ne i rami e co i colori, 840 per non inorridir l'anime pie; troppo evidenti sono i vostri errori, né più di favellar di voi non oso, 843 de le scole infernal muti oratori; megl'è che faccia punto e dia riposo a l'animo agitato, e so che suole 846 il mestier d'Aristarco esser odioso. Chi de le colpe altrui troppo si duole poco pensa a le sue, ma so ben anco 849 che imagine del cor son le parole: scrissi i sensi d'un cor sincero e bianco, che, s'in vaghezza poi manca lo stile, 852 nel zelo al meno e ne l'amor non manco. Siasi pur il mio stil sublime o vile, a color che sferzai so che non gusta: 855 sempre i palati amareggiò la bile. Corra la vena mia frale o robusta, nulla curo l'oblio; sospendo il braccio 858 da la penna egualmente e da la frusta; il voler censurare è un grand'impaccio; no, no, per l'avvenir megl'è ch'io finga: 861 Musica, Poesia, Pittura, io taccio. Gl abusi un altro a criticar s'accinga, per me da questa pasta alzo le mani: 864 canti ognun ciò che vuol, scriva o dipinga, ch'io non vuo' dirizzar le gambe a i cani. SATIRA QUARTA LA GUERRA AUTORE E TIMONE ATENIESE AUTORE Sorgi, sorgi, Timon, dal cupo fondo a rimirar su la tirrena riva 3 quanto da quel di pria cangiato è 'l mondo; sorgi da i morti, or che nel sen m'avviva cinico ardire a stimolar l'ingegno, 6 santo furor de la rannusia diva. Più non posso tacer né stare a segno: sorgi, sorgi a sentir le mie querele, 9 figlie d'umanità più che di sdegno. Ascolta il parlar mio d'assenzio e fèle, tu che d'Atene frettoloso uscisti 12 tra le selve a fuggir le corruttele. TIMONE Chi mi chiama? e chi sei che tanto ardisti, che con lingua sacrilega e spergiura 15 il mio nome a invocar la bocca apristi? AUTORE Un galantuom son io, d'una natura ch'al par di Menademo e d'Adimanto 18 di ricchezze e favor non ho premura; che, di Misone più e d'Apemanto, mentre sol di veder disgrazie ho brama 21 ne l'odio a te d'esser ugual mi vanto. TIMONE Un uom osa destarmi? un uom mi chiama? l'uomo inventor di mali e di ruine, 24 l'uom che con l'opre l'universo infama, l'uom che le leggi umane e le divine sprezza e calpesta, i cui delitti enormi 27 san trovar nel sepolcro a pena il fine? Un uom da l'esser mio cerca distôrmi? Non sai ch'io son Timon, d'odio ripieno? 30 E tu speri che teco io mi conformi? Io che vorrei veder questo terreno Tritolemo spiantar l'amica messe 33 per seminarvi poi cancri e veleno? Io che vorrei ch'in cenere cadesse ciò ch'il mondo ha d'altero e di vitale 36 e la terra col ciel si sconvolgesse? Non seppi mai goder se non del male e solo a gl occhi miei grato sarebbe 39 il far de l'universo un funerale; maggior nemico l'uom di me non ebbe, che, pensando a lasciar la forma umana, 42 l'aspettato morir nulla m'increbbe. E tu mi chiami a riveder l'insana turba de' vivi perfida e malvaggia, 45 senza fé, senza amor, cruda, inumana? Dio tel perdoni. Sai pur che selvaggia ho l'alma, e che per genio aborro il tutto 48 fuor che lo stare in solitaria piaggia; più godea di mirar con ciglio asciutto il tragitto che fan da queste spoglie 51 l'alme perdute d'Acheronte al flutto. AUTORE Se nei mali, o Timon, quieti le voglie e le miserie altrui sol ti fan lieto, 54 de' secoli presenti odi le doglie. Senti come cangiato ha il mio Sebeto in sistri bellicosi le zampogne, 57 né più si volge il mar tranquillo e cheto; mira i serpenti in bocca a le cicogne, e quel fumo ch'al ciel gir non s'attenta 60 olocausto è di furti e di vergogne; mira che del morir nulla paventa chi le carriere alle rapine ha ferme 63 e ch'un'idra di mali ha doma e spenta; mira l'alto ardimento, ancor ch'inerme: quante ingiustizie in un sol giorno opprime 66 un vile, un scalzo, un pescatore, un verme! Mira in basso natale alma sublime, che per serbar de la sua patria i fregi 69 le più superbe teste adegua a l'ime! Ecco ripullular gl antichi pregi de' Codri e degl Ancuri e de' Trasiboli, 72 s'oggi un vil pescator dà norma a i regi. Han le gabelle omai sino i postriboli e lo spolpato mondo, ancor ch'oppresso, 75 per sollevarsi un po' sprezza i patiboli. Cedono i cigni al pellicano appresso, al cui genio la morte è lieve intoppo 78 se per giovare altrui svena se stesso. Ma già il mio ronzin presso ha il galoppo! Han così lunghe oggi i monarchi l'ugna 81 che in vece di tosar scortican troppo; et ogni loro azzion al ben repugna perché, lasciando ogni delitto impune, 84 nessun de la Giustizia il brando impugna. Chi sa ch'al variar di poche lune non abbino a provare un basso stato, 87 con Cristerno et Acheo catena e fune? Ché, se non cade in lor dal cielo irato dietro al delitto il folgore tonante, 90 crédonsi esenti al fulminar del fato. Chi fia quell'uom che di trovar si vante, se con Lucilio oprasse occhiale o vaglio, 93 prencipi giusti e città caste e sante? Va la terra per lor tutta a sbaraglio: la fé, la nostra robba, il nostro onore 96 divenuto è di lor gioco e bersaglio. S'io vantassi in veder linceo valore e poscia avesse ogn'uom petto di vetro, 99 d'un solo non saprei mostrarti il core. Corre un secol sì guasto e così tetro che, con stupor di Crate e d'Anacarsi, 102 gl'incaminati al ben tornano indietro. Forza è, Timone, di stivali armarsi: per tutto inonda il mal, per tutto è fango, 105 che passar non si può senza imbrattarsi. Solo in pensarvi attonito rimango: tal applaude al mio onor ch'il cerca offendere, 108 tal ride del mio ben ch'io poi ne piango. Mal si vanta tra noi chiara risplendere magnanima virtù d'animo augusto, 111 se ne la borsa poi non v'è da spendere. Fassi ognuno al peccar scaltro e robusto, e in diluvii di vizzi atri e profondi 114 arca non ha da ricovrarsi il giusto. Perdoni il cielo a chi trovò più Mondi, come se un Mondo sol stato non fusse 117 atto a fallir per cento Mondi immondi! Ferreo core a cercar gl ori il condusse e, fatti rei d'ignoto suon gl orecchi, 120 avare frenesie ne l'alme indusse; così, tra Mondi Nuovi e Mondi Vecchi, Rodope con le scarpe e le catene 123 vince i capi de' Socrati e gli specchi. Spegnete i lumi, o cinici d'Atene, ché fra popolo omai ch'ha rotto il collo 126 è vanità cercare un uom da bene; più di moralità non v'è rampollo e di Volupia il frequentato altare 129 lascia d'incensi impoverito Apollo; dovunque io vo si parla di mangiare e per ogni canton fumano a festa 132 di Lucullo le mense a crapulare; con la testa nel ventre e 'l ventre in testa et Asinio e Niseo specola e pensa 135 a sugger Bromio e impoverir Segesta; è maggior gloria aver galbea dispensa che posseder di Pisistr to i libri, 138 se a l'ingrassar più che al saper si pensa. Ma sarebbe un portar l'onda ne' cribri il voler dirne a pieno, e del vestirsi 141 l'abuso vuol ch'in lui la lingua io vibri. Tutto il saper consiste in abbellirsi e per sembrar nel crine un Assalonne 144 s'immitano i Nazzarii e gl Agatirsi; non si sa quai sian maschi e quai sian donne, ché Sinope, Clistène, Ermia e Mirace 147 han fatto un misto di calzoni e gonne: qual mai distinguerebbe occhio sagace, mentre siam nel vestire emuli a i Frigi, 150 chi sia l'Ermafrodito e chi Salmace? Lascino omai le dispute e i litigi il Portico e il Liceo, poi che si stima 153 più d'un Talete un sarto da Parigi: mode non ha gradite il nostro clima s'approvate non l'ha Francia o Milesia, 156 perché ne' lussi Italia oggi è la prima. Ripon ne l'esser simile a Tiresia la schiera de' Narcisi effemminata 159 le felici magie de l'arte efesia, e vive in guisa tale affascinata tra le lussurie e gl abiti indecenti, 162 che più pazza mi par ch'innamorata. Oggi sì che direbbe in alti accenti l'Etico là nel chiasso ateniese: 165 - Dove son, Teodette, i miei studenti? - O sospirata in van legge locrese, chi più v'è che t'osservi o ti conoschi, 168 se non ha se non Clodi ogni paese? Chi cerca l'Atteon più non s'imboschi: le Diane moderne hanno possanza 171 di dar più cervi a le città ch'a i boschi; e preso ha il disonor tanta baldanza: come bestie s'impregnano i parenti, 174 l'adulterio e lo stupro è fatto usanza; trescano in più d'un letto i tre contenti e da sett'anni in su non son zittelle, 177 né più s'apprezza onor né sacramenti. Ma vuo' dirti, Timon, cose più belle, col parer di Cleonímo e d'Archilòco, 180 materie da cuturni e da stampelle: l'Alpi e Pirene ognun passa per gioco per divenire a l'ire altrui ministro, 183 ché chi muor sul suo letto oggi è un dappoco. D'Ippocrene i concenti e del Caistro più non hanno attrattiva: adesca e alletta 186 degl oricalchi 'l suono il Tago e l'Istro; odi Miseno là come s'affretta, sfiatato in arolar stuol di minchioni 189 con promessa d'istoria e di gazzetta; mira i fier Marcomanni, Unni e Guasconi che con targhe e frammee, veloci e pronti, 192 piglian quattrini a fomentar tenzoni; non odi i Piracmon, non odi i Bronti, per erger mausolei, statue e cavalli, 195 squarciar di Lesbo e di Numidia i monti? Con accanita rabbia Iberi e Galli rodon l'osso del mondo e in ogni parte 198 crescon di sangue uman nutriti i falli; ogni cosa confonde un solo Marte e del dominio l'ingordigia avara 201 da la ragion l'umanità disparte. Par che la vita a l'uom non sia più cara, se a popolar le tombe d'Alemagna 204 vi corrono a morir gente a migliara; par che andando a pugnar vada in Cuccagna, con paludati arnesi e fogge vaghe, 207 sicario de la Francia o de la Spagna: sol per portarne poi mercé di piaghe corre cieco a sborsar, senza cagione, 210 contante il sangue a credito di paghe; crede dal campo ognun tornar campione, mentre, a seguir la deità candea, 213 insin Bartolommeo dié nel coglione; e di folle albagía pregna l'idea, lascia i penati suoi, l'amiche tresche, 216 la tonacata ambizion plebea, quasi le guerre sian scherme e moresche, et al colpo fatal di morte acerba 219 ci vaglia la chiarata d'uova fresche. O mercennario ardir, mente superba, far che falce di morte in mezzo a l'armi 222 mieta a le voglie altrui sua vita in erba! Han più senso di voi le rupi e i marmi, infami gladiatori: arde la guerra 225 dagl Arabi per voi fino a i Biarmi; per te, gente venal, più non si serra di Giano il tempio, e le vostr'ire e i fasti 228 portan gli sdegni lor fin dove è terra. Ambizion, fusti tu che disegnasti le torri, i fossi, i muri e gl arsenali, 231 e gl ulivi a i cipressi, empia, innestasti; e dietro ordigni bellici e ferali cerca la morte patimenti e ambasce, 234 come se per morir mancasser mali. E pur noto è ad ognun fin da le fasce che pochi ne ritornano al paese, 237 ch'a la guerra si muore e non si nasce! Donde tanta impietade in voi s'apprese? Non osservar ragion, legge né fé, 240 e incrudelir contro chi mai v'offese! No, che maggior pazzia fra noi non v'è: per gl'interessi altrui, l'altrui chimere, 243 gire a morir senza saper perché! E pur si chiama azzion da cavaliere chi sangue, anima e fé dia per baiocchi, 246 e vinca l'uom di ferità le fère: boriosa follia d'animi sciocchi, de la vita mostrar sì gran desío 249 e girne poi tra gl archibusi e stocchi! Ch'occorre far collegi e voti a Dio e far studiar sopra le nostre vite 252 il medico di Pergamo e di Chio, compor siroppi, sali e elisirvite, magisteri di perle e belzoarre, 255 oli contro veleni e da ferite, e distillare Ermete e Albumazzarre e Paracelso, con stillati e untumi 258 starsene a medicar le scimitarre; pillole d'aloè, brodi e profumi, e, a rinovar d'Ippolito gl esempî, 261 stordir co i preghi il Panteon de' numi; stancare il ciel che vostre preci adempî e ingrassando cerusici e speziali 264 di doni e di tabelle empire i tempî? A che portar dal ciel spirti immortali, sensi d'umanità e cor pietoso, 267 occhi e ragion da lacrimare i mali, se, a le miserie sue reso ingegnoso, il termine vital tronca e dissolve 270 a se medesmo l'uomo fatto odioso? L'uom, che vive a momenti e tutto è polve, ad ogni suo poter Cloto importuna 273 e mari e terra per morir sconvolve; ma sudi pur al sol, geli a la luna, dirà, sopiti i marzial bisbigli, 276 che de' poltroni amica è la Fortuna chi potesse osservar senza perigli quanti brandiscon l'asta di Pelide 279 con volti di leoni, e son conigli; onde a ragione poi Pasquin si ride che per quattro baiocchi i poetastri 282 cantan l'ispano Marte e il gallo Alcide: se ciò sia abuso o pur voler de gl astri, io non ho per ancor retta bilancia 285 da ben pesar certi apollinei mastri. Se avessero i monarchi a espor la pancia a travagli, a fatiche, a cannonate, 288 per tutto si staría da Carlo in Francia; ma perch'han de' ciaffei le man trovate ciascun di lor da la battaglia scampa 291 più che non fugge il can da le sassate; così la scimia quando il fuoco avampa, per cavar la castagna e non si cuocere, 294 de la gatta balorda opra la zampa. Più non badano i re quanto può nuocere d'un uom la morte: pur che stian lontani, 297 restin vedove e figli e madri e suocere. Oh quanto in questo io lodo i cortigiani, che per odio e rancor ch'abbin tra loro 300 opran la lingua e lascian star le mani! Ma so, Timon, ch'interverrà a costoro ciò che un faceto favellò de' tordi 303 nel ritorno che fêro a casa loro. Questi, tosto che fûr da quei balordi ch'eran rimasti ritornar veduti 306 grassi così che diventavan sordi, ebbero i bentornati, i benvenuti, pregati ad insegnar qual Cipro o Tilo 309 fatti gli avea sì tondi e pettoruti, benedicendo quel fecondo asilo, il possesso di cui se a lor sortisse 312 per un soldo darian Fasi col Nilo. In quel parlare in lor le luci affisse un vecchio tordo et, inarcato il ciglio, 315 fecesi innanzi impetuoso e disse: - Molto del vostro dir mi maraviglio: dove avete il saper, dove il cervello, 318 poveri d'argomento e di consiglio? È del nostro girar centro il macello, ché sempr'oro non è quel che risplende; 321 più d'un tordo è felice un pipistrello: ei non ha chi l'insidie o chi l'offende, ma il viver nostro è viver sempre in rischio, 324 se ognun per tutto a trappolarci attende; chiama a morir, più ch'a trescare, il fischio, né si puote adoprar schermo o riparo 327 co i schiopp', i lacci, con le reti e il vischio. Questo nostro ingrassar ci costa caro: strage maggior di Roncisvalle o Canne 330 dal settembre di noi fassi a gennaro; laberinti per noi son le capanne, il canto è doglia, il cibo assenzio e tòsco, 333 di Paucenzia e Sevia agre le manne; o che sia chiaro il giorno o che sia fosco, per noi non cessan mai l'umane insidie, 336 frodi ha la spiaggia e tradimenti ha il bosco. Fondamento non han le vostre invidie, ché di star troppo ben forse vi duole: 339 son sicure a la fin le vostre accidie. Lascio per me pellegrinar chi vuole; giuro di non uscir che a l'aer bruno: 342 lieve perdita fia perdere il sole; torna più conto in pace star digiuno che ingrassar con periglio a l'altrui tavola: 345 più del ginepro al fin sicuro è il pruno. A proposito tal dicea nostr'avola: (r)Chi conosce sua pace e non l'apprezza 348 de le discordie altrui divien la favola¯. Amate le penurie e la magrezza, ch'antivedere il male è gran guadagno 351 e il saper contentarsi è gran ricchezza. Stavan due rane un tempo in uno stagno (e fu, se la memoria non mi svaria, 354 ne l'età prisca d'Alessandro Magno); volson lasciare un dì la solitaria stanza, perch'era il boro scemo e sozzo, 357 e cercar miglior acqua e mutar aria. Così partîro e, ritrovato un pozzo largo e profondo: (r)Or qui farem soggiorno¯, 360 disse una allegra, (r)e c'empiremo il gozzo¯. Rispose l'altra ch'era il luogo adorno, ma che pria di calare era curiosa 363 d'esaminar la strada del ritorno. Il non pensare al fine è mala cosa perché suole apportar vergogna e duolo. 366 Io il testo dissi, or fate voi la glosa. Già di qua ci partimmo un folto stuolo, ora il quinto non siam di tanta razza: 369 ne muoion mille, ove n'ingrassa un solo. - Sì disse il tordo in su l'antica piazza de la Zelanda; applichi a sé lo sgherro: 372 premia un la guerra, un milion n'ammazza. TIMONE Lascia, lasciagli far, che s'io non erro, mentre applicati son nel vitupèro, 375 solo gli può guarir l'acciaio e 'l ferro. AUTORE Sì, sì, lasciagli far; pur troppo è vero che per guarir certe testacce vòte 378 il più santo spedale è il cimitero. Ma da la guerra omai queste mie note son richiamate a più sublimi accuse 381 e s'aguzzan de l'ira a l'aspra cote, ché già risurti a sbandeggiar le Muse si vedono i Licinii, e i patrii lidi 384 lascian gemendo le virtù deluse. Posposto è Febo dagl odierni Midi al semicapro Pan, e a i gran signori 387 sono i più mostruosi i cari, i fidi; e per questa ragion molti pittori in caramogi sol, nani e margíti 390 impiegano il saper de' lor colori; et oggidì ne spacciano infiniti perché