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  immesso in rete il 16 ottobre 1995




Riverci di medaglie della Ventura Befana della Corte dei Ferraiuoli (Siena, 1569 [1570])

a cura di Laura Ricc




/c. 1r/ Riverci di medaglie della Ventura Befana de' Cortigiani Ferraiuoli. Con due ragionamenti: l'uno intorno alla materia delle Sorti, o Venture Befane, et l'altro intorno a' riverci di medaglie, et spetialmente a' proprii delle persone private; con brevissime dichiarationi nella fine sopra ciascheduno particolar rivercio.



/c. 3r/ Proemio, o vero introducimento a' Riverci di medaglie  della Ventura della Befana tratta da' Cortigiani Ferraiuoli l'anno M Dlxix. Col proemio appresso alle dichiarationi de' medesimi Riverci di Scipione Bargagli.



	[1] Fra l'altre maniere di piacevoli, ingegnosi et honorati trattenimenti che si costuman di dare in Siena a belle et valorose gentildonne, antica molto si truova esservi l'usanza che per la festa l'anno dell'Epifania si facciano et alla presenza di quelle si traggano Sorti, o Venture, le quali dalla voce alquanto alterata di tal festa Venture della Befana, o Befana sono nominate. [2] Costume s come di certo parne intendere non poco usitato in molte altre nobilissime citt ancora, ma nella nostra spetialmente di Siena si truova in vero cos ricevuto et generalmente confermato, c'hoggid par quasi ch'in prescritta legge trapassato vi sia del tutto, poscia ch'a non leggier fallo et mancamento reputato sarebbe a' belli spiriti in essa, per li quali massimamente /c. 3v/ si facesse alcuna professione di voler piacer'et servir'a nobili et leggiadre donne, qualhora essi l'anno, nel detto tempo dell'Epifania, mancassero di mandar'ad effetto in qualunque maniera cos fatta gentil usanza. [3] Ma prima che si venga hor qui per noi a narrar qual uscisse la Ventura questa volta de' Cortigiani Ferraiuoli, et in qual guisa introdotta et come rappresentata fosse, n' paruto non esser punto fuor di proposito con brevissimo ordine di parole mostrar primieramente quanto fosse antica la cosa del trar le sorti, poi dire come cattive, o ree non siano le sorti di lor natura, ultimamente raccontar pi et diversi modi onde si compongano, et diverse forme onde si traggano et s'introducano, et trarre et introdur si possano queste nuove Sorti della Befana, delle quali noi hora specialmente nel nostro breve ragionamento intendiamo alquanto di favellare.
	[4] Il trarre adunque in prima per sorte, o vero il rimetter'ad arbitrio della sorte che ci piaccia dire, alcuna cosa, generalmente in s considerato, si pu intender chiaramente non esser moderno, ma s bene antico trovato, s come l'auttorit d'antichi et approvati scrittori chiara ce ne rende et piena fede. [5] Omero in prima, antichissimo s come /c. 4r/ famosissimo scrittore, nella grave sua opera della guerra troiana fa che per conseglio del discretissimo Nestore si rimetta nel voler della sorte qual de' principali campioni dell'esercito greco proferitisi a prender l'armi contra la persona del fortissimo Ettorre troiano dovesse haver l'impresa solo d'andar'ad affrontarlo, onde mettendo nove de' pi prodi cavalieri greci la sorte loro, improntata ciascuno del suo proprio marco, o segnale, ne la celata d'Agamennone, quasi in urna di quelle, fu dal medesimo Nestore cavata la sorte d'Aiace. [6] Il latino Omero poi ancora nella sua Eneida ripose nel parer di fortuna coloro che dovevano haver'il carico d'essercitar'i nobilissimi giuochi apparecchiati da Enea in honor del morto padre Anchise. [7] Il medesimo autore, ancora nella medesima sua opera mettendone davanti agl'occhi nostri la porta scolpita et figurata del tempio della Cumana Sibilla, fenne veder'ivi tra l'altre figure intagliata la morte d'Androgeo, figliuolo del Re di Creta, data a quello gi per invidia dagl'Ateniesi, et l'urna appresso delle sorti donde erano stati tratti poi ciascun'anno sette giovani d'Atene, destinati, per tributo in vendetta dell'occiso Androgeo, a dover'esser'cibo del monstro Minotauro entro il famosissimo laberinto della medesima isola rinchiuso. [8] Ma non rendon longa testimonianza i poeti che i lor pi principali /c. 4v/ e pi potenti dei per mezzo delle sorti si dividessero tra di loro tutto il nobile et immenso regno dell'universal macchina del mondo, a Giove la parte del cielo toccando, a Nettunno quella del'acque, et quella della terra et dell'inferno a Plutone, s come questo  detto da Virgilio in persona di Nettunno, quando dall'impeto de' venti d'Eolo gl'era turbato il suo regno venutogli in sorte? [9] Il medesimo ancora  confermato da Claudiano, nobil poeta, in persona di Plutone parlante contr'a Giove per cagione del voler prender moglie, dicendo che se la suprema sorte gl'havea dato per parte sua i pi bassi et oscuri luoghi del mondo, non gli havea tolto per le forze, l'animo et l'ardire. [10] Plauto oltr'a ci, tra gl'altri primi antichi scrittori latini avanti a Vergilio, fa in pi luoghi fede tal costume delle sorti esser'anco a loro trapassato, dicendo egli nella sua comedia Casina intitolata, in persona di Stalino vecchio: "Io far in questa maniera: metter le sorti ne la cestella et indi cavarolle per te, et per Calino". [11] Marco Tullio, appresso, scrivendo a Quinto suo fratello, pruova il medesimo con tai parole: "Disse il suo parere di voler per mezzo del Pretore della citt eleggere i giudici per sorte"; et nelle sue Filippiche mostra ch'i magistrati e le provincie si davano a' cittadini in questa medesima /c. 5r/ maniera ancora. [12] Simili autori seguitando a' tempi nostri l'Ariosto, et Omero et Vergilio in questo specialmente, nella sua maggior'opera non fe' risolvere il suo Agramante, non potendo egli porre accordo niuno fra' primi guerrieri del suo campo, li quali volevano con l'armi terminar le lor liti, perch si dichiarasse pi sicuramente chi di quelli dovessero esser'i primieri a combatter a duello insieme, che prendessero quattro brevi, ne' quali fossero scritti i nomi de' cavalieri accoppiati secondo le discordie et le differenze loro, et si mettessero all'arbitrio dell'instabil dea? [13] Ma che? la sagra et divina scrittura non ci rende pieno et sicuro testimonio dell'uso delle sorti in pi et diversi luoghi, et per molte et varie cagioni ancora, et come elle con dritta ragione usar si possono? Il sagro proverbio in prima non dice egli: "La sorte acqueta le discordie"? Il che si vede aperto l intervenire dove in divider facolt di beni et premii d'honore et in dar pene et castighi, non essendo per se medesimo suffitiente il parere et il giuditio degl'huomini, si ricorre all'arbitrio della sorte. [14] Saul non fu egli per mezzo della sorte eletto re? Et Iona non fu ancora per sorte gittato in mare? Et parimente in Ester non si ritruova che fu messa la sorte nell'urna per intender'in qual mese et in qual giorno dovesse il popul ebreo esser occiso? /c. 5v/ [15] Altri testimonii ancora, et di non minor credenza, per certo si sarian potuti produrre per provar l'uso et l'antichit delle sorti: ma da vantaggio per avventura mi stimo esser'i raccontati.
	[16] Le sorti poi appo gl'antichi furon chiamati ancora gl'oracoli, le sibille, le sacerdotesse de' loro dei et altri simili, o vero le risposte et le carte ov'erano le sorti contenute scritte. Et sortlego, o vero predicitore et eleggitore per sorte venne detto ancora colui che dava altrui le sorti, et il luogo medesimamente dove quelle si rendevano. [17] Onde Oratio Flacco nella sua opera che scrive dell'arte del poeta chiam con l'aggiunto di sortlega l'isola di Delfo, per ragione d'Apollo che donava quivi le sorti et le risposte a' mortali. [18] Le quali sorti et risposte degl'oracoli et de le sibille non  da lasciar qui di dire ch'elle furon date ancora in versi, s come, per mostrar la grandezza dello scriver poetando in quelli, testimonia il medesimo Oratio nel medesimo luogo con queste parole: "dicte per carmina sortes". Le quali nel nostro volgar suonano: "rendute in versi ancor furon le sorti". [19] N solamente furon queste date a voce et in versi, ma riposte nelle foglie ancora, s come largamente il mantuan poeta afferma nella sesta parte del suo maggior poema con le supplichevoli preghiere ch'il /c. 6r/ suo Enea porge a la Sibilla Cumana, dicendo: "Ben ti prego ch'in foglie oggi non scriva le risposte, che dar mi devi in versi". Et poco sopra havea fatto dire alla medesima sacerdotessa d'Apollo al medesimo Enea che egli dirizzerebbe in honor di lei ampissimi tempii insieme con eletti sacerdoti, dov'ella potesse poi dire alle genti le sue sorti et i suoi secreti et misteriosi fati.
	[20] Che le sorti ancora non sieno per lor natura malvagia cosa, n cattiva, s come fu da noi promesso di mostrare, ce n'assicura non leggiermente il gran padre Santo Agostino, l dove dice che, sentito gi mai da noi il nome delle sorti, non dobbiamo tosto ricorrere a cercarne il parer de' datori delle sorti, o di coloro che in qualunche modo facciano arte di predire altrui il futuro, essendo che la sorte per se medesima non habbia nulla di malvagio, n di reo, ma bene sia ella cosa che, l ove mai sta dubbiosa la mente humana, dia inditio della volont divina, perci che et gl'Apostoli proprii messer le sorti quando Giuda, doppo il tradimento al suo Signore, col laccio al collo termin la sua vita, cercandosi per loro in luogo di quello chi ripor si dovesse, et scelti di loro a tal effetto due per human giuditio, fu de' due eletto uno per giuditio divino, s che, prendendosi consiglio chi di essi rimaner vi dovesse, la sorte diede sopra Matthia. /c. 6v/ [21] Ma chi desiderasse ancora intender a pieno la virt delle sorti et in quanti modi elle s'intendano et quanto a noi si convenga di riporle in uso, legga il trattato di San Tommasso, che non men dottamente che piamente delle sorti ha composto. 
	[22] Vedutosi adunque da noi, bench quasi per passaggio, l'usanza delle sorti esser'antica et quelle appresso non ritener niente di male, resta homai solamente, per quanto ne fu promesso, che con ogni possibil prestezza si proceda avanti a trattar'alquanto delle Sorti Befane, che cos ci piace di nominarle, le quali si veggono esser ogni giorno in molto usitato costume in diverse citt et provincie. [23] Pu apparire adunque non senza cagione che queste moderne Sorti ritengono ancora alquanto della natura dell'antiche, et di quelle maggiormente che dagli oracoli et dalle sibille si  mostrato essere stati in versi et in carta riposte, poscia che a simiglianza di quelle per diletto et honesto sollazzo sono poi state per noi introdotte in veglie et in trattenimenti di nobile et allegra brigata, perci che per opera di dette Sorti, o Venture Befane, si fa intender'a ciascuno che v'intervenga, quasi per voce, o scrittura d'alcuno oracolo, o di profetico avvertimento, ci che alla vita sua debba sopravenire. [24] Dove incontra /c. 7r/ ben le pi volte che per quelle siano fatte saper le cose della passata vita d'alcuno, non altrimenti che non essendo elleno state mai gli debbano avvenire una volta, et siano ancora scoperte le fantasie et i pensieri, et come si suol dire gl'humori altrui, di cosa che stimi essergli tra l'altre pi fissa nell'animo: s che si pu senza dubbio affermare che simil usanza introdotta fosse non meno certamente per utilit che per diletto de le persone, essendo per s gentil modo rendute dalla Befana gratiosamente accorte le genti de' lor proprii corrigibili difetti et mancamenti, acci che da indi innanzi, ammendandosene essi, se ne liberino; et sendo non meno ancora per quelle medesime con degna lode commendate l'altrui belle operationi et i virtuosi pensieri, acci che vadano per l'avvenire in quelle lietamente continuando. [25] L onde ben comprender si pu quanto di piacere et di giovamento insieme debba portar'alli spiriti nobili e leggiadri il sentirsi con dolcezza raffrenar'o spronare da quello, od a quel corso al quale si trovino di gi haver mossi i pensieri dell'animo loro, et ci forse allora maggiormente avviene che queste nostre Venture con alcuna leggiadra et spiritosa inventione ordinate sono et messe ad effetto, imper /c. 7v/ che vengono pi stimate et sono tenute in maggior pregio le cose che in esse notate sono et avvertite sopra la vita, qualit, costumi et pensieri di qualunche persona si sentano <risonare>.
	[26] Ma acci che qualche lume si scuopra oltr'a la natura di queste Sorti Befane, gi in parte da noi toccata, della forma ancora et dell'ordine, onde si possa per chi vuole assai agevolmente et distintamente procedere intorno a quelle, cos quanto alla maniera del comporle, come ancora quanto alla guisa dell'introdurle et del rappresentarle, il che nel terzo luogo si disse di dover mostrare,  hora adunque, in quanto a la forma del compor tal Sorti, primieramente da sapere che cos fatta maniera si pu tutta considerare in uno di questi tre modi: perci che elle a ordinare si vengono, o disporre, o di parole sole, o di cose sole, o vero di parole et di cose insieme. [27] Oltr'a ci, s'elle si mandano ad effetto per mezzo di parole sole, queste o sono scritte in polize, o dette in voci, et in qualunche de' due detti modi o elle si scrivono et si dicono in lingua che da veruno hoggi naturalmente non si parla, ma da' nobili universalmente s'intende, s come  la lingua latina, o vero in quella che per molti da natura si favella, /c. 8r/ qual  la nostra materna et quella delle nationi de' nostri tempi et alle nostre contrade pi vicine, talch o simil lingua vive per le bocche de' populi della Toscana, o vero delli stranieri, come della Francia et della Spagna. [28] Oltr'a questo, in compor dette Venture vi si porge ancora quest'altra diversit: perci che nelle parole scritte, o dette in voce, cos della lingua di gi morta nel comune parlare come in quelle scritte, o dette in queste che hoggi si parlano, quando motti et quando sentenze riporre, et hora proverbi, et hora versi vi si possono spiegare. [29] I versi poi tanto della toscana, quanto della franciosa et della spagn(u)ola lingua si posson legger'ancora, o che siano semplici, cio sciolti da rima et senza compagnia d'altri versi, o ver con altri appresso, s che rimino insieme, et anco questi pi versi talhora saranno due versi soli rimati insieme, quali sono i due ultimi della stanza, o vero ottava rima, che chiusa son domandati, talhora tre, convenendo la rima del primo con quella del terzo verso, s come son quelli del capitolo, o della catena che la vogliam chiamare. [30] Et talvolta ancora si vedranno quattro versi, rimando il primo col quarto, il secondo col terzo, o vero col terzo il primo et il secondo col quarto, nella guisa de' quadernarii da sonetti. [31] Ancora nelle medesime Venture tutte le medesime forme /c. 8v/ di versi posson esser o novellamente da chiunque sia composti et dettati, o ver da noto et celebre autore tolti in prestanza. Questi sarebbono Dante, il Petrarca et l'Ariosto, o s'altri fussero nella nostra, o nell'altrui sopradette lingue a questi simili et vicini, o veramente ancora che senza niuna differenza dell'un'o dell'altra sorte di rime mescolatamente si compongono. Ma ben si sente per prova che i versi et le rime levate da noti et nobili poeti riescono in ci molto pi felicemente che le composte di nuovo. [32] Ma quanto  stato detto intorno all'uso del verso e delle lingue et della guisa delle parole in quelle dettate, o scritte  riposto sempre nell'arbitrio et nell'ingegno dell'acuto autor della Befana, cio del dover comporla pi in uno di questi che in altro modo, secondo che a lui pi aggrada, o secondo ancora che esso stima dover pi agl'altri in quel tempo aggradare.
	[33] Di cose sole poi ordinar si possono somiglianti Venture, prendendo pi et diverse maniere d'animali dipinti, o con parole descritti in carta, o vero molte et diverse sorti d'herbe et di fiori et di piante, o d'altre varie cose com'a ciascuno meglio piaccia, senza porvi per niuna parola appresso che sprima, o ver /c. 9r/ dichiari la natura, la propriet, o qual si voglia altra qualit di quelle. [34] Di parole, ultimamente, et di cose appresso si potrebbon metter'insieme cotali Venture usando in quelle le predette, od altre cose accompagnate con parole scritte in qualunche lingua, o forma delle sopranominate che altrui pi paresse, per le quali si dimostrasse con leggiadria in qualche parte la natura et la qualit speciale delle cose per ci prese. [35] Alla forma di queste Venture posson servire molto bene tra l'altre quelle opere d'ingegno, le quali compongonsi (com' ottimamente noto a coloro che vi ripongon qualche studio) di parole et di cose, in guisa che l'une non possano dirittamente star senza l'altre, et imprese son domandate: et di queste non ha molto tempo che per simile cagione furon portate dell'assai argute et avvistate da' chiarissimi spiriti Intronati. [36] Et la presente Ventura ancora de' Cortigiani Ferrai(u)oli entrar forse non indegnamente, come vedrassi pi di sotto, in cos fatta schiera, infra le quali sorti di Venture dignissimamente, senz'alcun dubbio, havran sempre i lor luoghi quelle che di belli et leggiadri doni et di nobili et ricchi presenti saranno composte, et di versi et di rime insiememente ornate, s come di tali fu l'ornatissima /c. 9v/ et ricchissima Ventura pochi anni addietro del Serenissimo Principe di Toscana posta insieme di tazze et di coppe d'argento, di catene, di medaglie, di frontali et d'anella d'oro et di pendenti adorni di pretiosissime gioie, dove erano i doni tutti accompagnati da una chiosa, ternario o quadernario, di leggiadre rime, et trahendosi da uno non men bello che ricco vaso d'oro il nome di signora o di signore, di dama et gentildonna, o di cavaliere et gentilhuomo che in quella dovesse ritrovarsi, si cavava da poi dall'altro vaso compagno da fronte la benefitiata del dono, la qual usciva insieme co' versi nella maniera gi detta, et subitamente tai doni a cui erano toccati in sorte venivano portati.
	[37] Lo 'ntroducimento, o 'l rappresentamento di tali Venture Befane, bench le pi volte si costumi di far per mezzo di polize semplicemente scritte in alcuna delle sopr'assegnate forme, le quali siano appresso tutte segnate, piegate et messe insieme dentro un'urna o vaso, tra loro confusamente mescolate et sottosopra rivoltate, niente di meno si possono ancora in altra maniera quelle introdurre, oltr'a varii modi che poco appresso si diranno intorno allo stile del far uscir le polize del vaso, col far talvolta trarlene fuora per le /c. 10r/ mane de' puri et gratiosi fanciullini o fanciulline, talvolta di novelle spose, o di leggiadre giovani donne che al trar della Ventura si trovino presenti: perci che per lo pi, se non sempremai, alla presenza di vezzose et accorte donne si fanno vedere et sentire s fatte cose, mettendosi dagli elevati spiriti quelle insieme solamente (massimamente appresso noi, come si disse) per diletto et consolatione di simiglianti donne. [38] Questo fu sempre il principal intendimento degl'ingegnosissimi et virtuosissimi Accademici Intronati, fuori de' lor gravi studii et accademici essercitii, in mandare ad essecutione le lor piacevoli inventioni et giuochi di spirito, perci che in simili occorrenze di Venture erano usati, ritrovandosi fra bel drappello di gentildonne, di riporre tutte le polize che lor pareva, et nella forma che pi lor piaceva, dentro d'accomodata et bella coppa et spesse volte ancora nella lor Zucca da sale, et quella o questa portando oltr'a ciascuna delle quivi presenti donne, facevanle di propria mano prenderne in prima la ventura di lei, et poi quella di colui che a lei pi piacesse. [39] Oltr'a ci era da colei medesima chiamato alcuno de' circostanti che sponesse et interpretasse ci che la Befana quella volta volesse a lei significare et di che cosa avvertirla con la sua presente poliza. La qual /c. 10v/ cosa appar manifesto per se medesima quanto fusse pronta cagione che s'udissero tuttavolta varie et belle interpretationi et nuovi et strani capricci in accomodar'i versi a proposito della natura et della qualit et de' pensieri di quelle donne a cui erano stati mandati in sorte, et insiememente quanto di piacere, d'utile et di contento di ci si trahesse da tutti gl'ascoltanti, s come per provar questo sarebbe pi facile che breve cosa l'addurr'al presente essempi di molte spositioni fatte in diversi tempi nella nostra citt da sottili et stravaganti ingegni in cos fatte occasioni. [40] Simil costume di far'interpretar le polize scritte subitamente che tratte sono, s come  bello veramente in s et ingegnoso, cos  stato da poi ricevuto et seguitato ancora da molti nobili intelletti in tutte l'altre maniere di simiglianti Sorti, o Venture.
	[41] Quanto al modo poi del porre le polize nel vaso, oltr'a quello hora narrato tenuto dagl'Intronati, si pu usar questo stile cos fatto: o che quelle si pongano in dui vasi, in uno de' quali siano tutti i versi scritti, nell'altro tutti i nomi degl'huomini et delle donne insieme, o vero in tre vasi ripongansi, uno de' quali tenga i versi, l'altro i nomi delle donne, et il terzo quelli degl'huomini, o veramente /c. 11r/ che tutte le polize s'acconcino in quattro vasi, uno de' quali quelle per le donne ritenga, un altro quelle per gl'huomini, et l'un degl'altri due serbi i nomi di questi et di quelle l'altro. Da cos fatto uso, se si pon mente bene, uscir poi sempre la cosa pi ordinata et pi distinta, et le sorti verranno ancora molto meglio appropriate alla natura et conditioni delle persone. [42] La detta Ventura ancora in questa medesima forma si pu con diverse inventioni diversamente rappresentare: perci che in alcun tempo  stata vestita la Befana in habito grave et magnifico, accompagnata da pi sue ancille et ministre, tutte honestamente ornate et in aspetto gravi et antiche, con vasi di eccellente mistura et di sottilissimo lavoro in mano, dentrovi tutte le polize scritte della Ventura; la qual compagnia poi havendo al suo arrivo dolcemente in musica narrato l'esser loro et a che effetto fossero l comparsi, fecero appresso, appressandosi alle donne, trarre ad esse de' vasi le lor sorti proprie et quelle ancora d'alcun huomo a piacer loro. [43] In altro tempo da' nobilissimi et spiritosissimi giovani Academici Accesi furon figurate le Sibille, le quali dentro a bellissime frondi d'alloro et di palma, dove si afferma quelle esser state solite di dar'alle genti i consegli et le risposte loro, /c. 11v/ composte di seta verde con le parole intessutevi d'oro, portavano intorno a ciascuno quivi presente segnato in esse il suo responso et notato il suo fato, havendo elle primieramente cantando in musica dolcemente dato notitia dello stato loro et del lor venir'in simil luogo. 
	[44] Si lascia al presente di dire come si possano anco mandare ad essecutione queste Venture col prender'un'opera di qualche famoso poeta, et quella a caso aprendo, correr subbito con l'occhio a' primi versi d'ambedue le facciate del libro, uno de' quali sia per la donna et l'altro per l'huomo, et attender quello che dicono et significono, et tutto accettar quella volta in luogo della lor ventura. [45] N manco si far hora alcuna parola di veruna di quelle Venture, o Sorti che stampate vanno per le mani di ciascuno, non solamente per esser quelle cosa molto comune et vulgare, ma molto pi per essere state elle sbandite dalle nostre mani et da' nostri pensieri da coloro che meritamente sostengono il peso et la cura della salute dell'anime nostre. [46] Sono state fatte talhora delle dette Venture senza sorte niuna di polize scritte, ma solamente dando la ventura altrui a voce: et ci fassi col bendare gl'occhi ad alcuno eletto et accorto ingegno et fargli porre il capo in grembo a qualche persona, /c. 12r/ huomo o donna, del cerchio con una delle mani voltata sopra le reni, il quale poi a chiunche vada a percuotergliela predice la sua sorte con verso, motto, o sentenza, secondo il gener del dire che pi al bendato piaccia, o vero che pi gli sia imposto quella volta. [47] Questo medesimo modo si potrebbe per avventura (come io avviso) esseguir molto meglio, o ver con pi leggiadria almeno, eleggendo della brigata uno avvistato et pronto intelletto, et velatigli gl'occhi della fronte et datagli una verga in mano fargli rappresentar qualche indivinatore, o vero indivinatrice, quali sarebbono Tiresia tebano, o Manto sua figliuola, o d'altri di cui per scritture, o per fama s'havesse certa notitia essere stati nel numero di coloro ch'avessero annunciate, predette, o profetate le cose avenire, et da quel tale poi a qualunque huomo, o donna condottigli davanti fosse in uno delli sopr'accennati modi detto et raccontato il fato et la ventura sua. [48] Non poche altre ancora varie et diverse forme di simili Venture si potrebbono qui raccontare, et col pensiero diversi et nuovi modi per quelle immaginare et per non pochi luoghi a cotal materia atti et proprii andare al presente discorrendo. Ma perci che di breve proemio che /c. 12v/ questo esser dee, un lungo trattato homai non divenisse, si dir solamente hora che, come luogo comunissimo da trovar'acconcia materia et abbondantissimo fonte per attigner liquore di cos fatte Venture, sono profetesse, sibille, sacerdotesse di dei, auguri, o aurispici, astrologhi, maghi, incantatori: et in brieve tutte quelle cose che della predittione, del profetico et della divinatione in s ritengono per lor natura. [49] Et tutto il rimanente che intorno a cos fatto soggetto et argumento si potesse di pi hora dire, si rimetter di buonissima voglia al saper de' bell'intelletti et alla cura de' pronti investigatori et solleciti di simil'opere ingegnose. N s'ander per altro modo ricercando ancora quando cotal sorte di Venture havesse la sua prima origine, n per qual cagione in questo giorno proprio dell'Epifania sia solito di trarle pi di quello che sia per dover'investigarsi donde sia proceduto che in tal giorno ancora, o ver nella notte ch'a quello precede, si dica dalla gente del vulgo che tutte le sorti delle bestie hanno libera facolt et ampio privilegio di poter favellare, o ver ancora perch nel medesimo d solenne si faccia dalle femminelle la /c. 13r/ mostra su per le finestre delle figure d'huomini et donne d'ogni et di panni composti, di borra et di stoppa tutti pieni. [50] Ma verrassi homai finalmente a narrar con brevit quello che n'ha fatto in prima prender'a quest'hora in mano la penna, cio a dar'alcuna notitia della forma c'havesse la Ventura de' Cortigiani Ferrai(u)oli et sopra qual materia ella fondata fosse.
	[51] Essendo adunque nella nostra patria di Siena (come di sopra fu detto) l'usanza del trar le Venture della Befana continuata ogn'anno, stabilita et quasi per irrevocabil legge servata, et questa usanza verso coloro principalmente risguardando che, per cagion di liete opere et virtuose sogliono ragunarsi con diletto insieme et voglion mostrar'ancora altrui d'haver l'animo impiegato al nobilmente seguir gentildonne, i gentilhuomini della predetta Corte, facendo professione a questa non dissimile, non vollero che nel primo anno della lor gioiosa et honorata congregatione in nessun conto per loro si lasciasse in dietro una simile consuetudine o pi tosto da loro si cadesse in una cos grave contumacia appresso le savie et gratiose madonne. [52] L onde, quantunque ne' giorni vicinissimi alla solennit dell'Epifania per lor medesimi fatti accorti di dover pagar'in alcun modo cos fatto debito, si trovas/c. 13v/sero in molte gravi cure involti et in molte et importanti opere occupati, per dover'indi a brevissimo spatio rappresentare allegre feste et honorati spassi pubblichi, s come appresso fecero et nella maniera ancora che fecero, tuttavia per non tralasciar giamai cagione, n occasione niuna di mostrarsi ad ogni lor potere presti sempre et pronti ad ogni piacere, commodo et honor dell'amabili et cortesi gentildonne, deliberarono infra loro che tosto fosse apparecchiata una delle somiglianti Venture et nella sua consueta stagione messa ad effetto. [53] Onde da coloro a tal carico proposti, in brevissimo spatio di giorni, per non dir'hore, lor conceduto, fu stimato che non dovesse esser cosa del tutto indegna di simil tempo il far quella volta veder riverci di medaglie fatte in lode delle da tutti loro servite, amate et reverite nobili donne: talch, messi insieme buon numero di quelli leggiadramente in carta dipinti, co' lor motti et versi appresso scritti, furon presentati nella maniera che con poche parole hora si verr manifestando.
	[54] Presupposto adunque in questo luogo, secondo il parere d'alcuni filosofi, seguitato ancora dal comun parere de' favolosi poeti, ch'il Fato regga, governi et signoreggi tutte le cose che sono, che furon mai /c.14r/ et che mai saranno, tanto sopra come ancora sotto il cielo, et che a lui sopposte sieno tutte l'altre quantunque altissime potest, et d'ogni cosa finalmente sia universal autore, finsero l'autori della presente Ventura che detto Fato, riguardando nelle forme, o vero Idee di tutte le cose in cielo riposte, vedesse che la universal natura di gi haveva da quei celesti esempi tolti i belli et leggiadri volti delle rarissime donne senesi di questa presente et et dimostrato a pieno in quelle quaggi a noi quanto lass veramente poteva. [55] Per che, entrando egli in consideratione che tali donne non havevan men chiare virt rinchiuse dentro nell'animo che scoprissero di fuore splendenti bellezze nel corpo, et appresso quanto ad ogn'altro alto honore et vera et rara gloria andassero col cuor sempre aspirando, deliber nel conseglio dell'altissima sua mente di voler mandar'in terra per mezzo delle Parche, sue antichissime ministre, sotto la scorta al presente della sorte Befana, pur una delle ministre sue, a cos fatte gentildonne la figura di quelle cose onde ciascuna d'esse pu et potrebbe, sempre che le s'offrisse degna cagione, mostrar chiaro il suo singolar valore et rendersi pienamente meritevole che fossero scolpite in marmo, in bronzo et in oro le sue /c. 14v/ nobili et egregie operationi. [56] Et ci fece egli per opera di riverci di medaglie, acci che si rendesse per ogni parte bello, compiuto et perfetto il luogo del ritratto, od immagine del bellissimo viso di quelle, s che si potesse quivi in un tempo scorger colla lor bellezza, offerta agl'occhi della fronte, la belt parimente indi a quelli dell'intelletto mandata.
	[57] Ma potrebbe qui non leggiermente forse alcuno prendersi maraviglia et non senza alcuna cagione dannare in qualche parte cos fatta inventione per essersi altrui valuto in questo luogo dell'opera del Fato, presupponendo la natura di quello esser tale quale poco sopra  stata dichiarata: perci che, attribuendosi ad esso ogni sorte di potere et di valore non solamente nel basso mondo, ma ancora nel supremo, si vede da ci seguire che all'huomo sia negato et tolto ogni libero arbitrio dell'animo suo, ogni volont et potest insieme, cose veramente contra l'humana credenza in parte, et del tutto contra la nostra cattolica vera fede. [58] Perci  da sapere che da chi pose avanti simil soggetto in qualche parte almen si sapeva qual sia la vera natura del detto Fato, et in qual maniera appresso sia tenuto et creduto dalle fedeli et cattoliche persone secondo il parere et la sentenza di Severino Boetio, /c. 15r/ hoggi da tutti per vera et buona ricevuta. Questa si  ch'il Fato sia una intrinseca dispositione intorno a tutte le cose mutabili, per lo cui mezzo la somma divina providenza co' proprii ordini lega et congiunge tutte queste cose. [59] Da' medesimi ancora in parte si sapeva che questa dispositione, onde tutte le cagioni inferiori con essentiale ordinatione sono alle superiori suggette, fu in prima, anzi, e sempremai, et si trova nella mente divina et che s fatto ordine divina providenza  addimandato. [60] Et appresso a questo non era loro in tutto oscuro che la medesima dispositione, riposta poi nelle cagioni in cui apparisce simil ordine essentiale, per mezzo del quale, disponente la divina providenza, tutte le cose sono insieme collegate et sotto l'una l'altra ordinate,  poi per tal consideratione Fato nominata, et che ancora, veramente parlando, il Fato non si ritruova se non nelle cose che son prodotte dalla natura et non in quelle della volont, n meno ancora in quelle che dall'arte son formate; [61] che il Fato non  in Dio, n manco  superiore ad esso Dio, s come mentivano gli stoici et vaneggiavano i poeti, n manco impone il Fato necessit necessaria a veruna cosa, acci che indi non nascano quelli indegni inconvenienti che /c. 15v/ dalla oggettione posta di sopra necessariamente seguirebbono. [62] A' quali inconvenienti per avventura non voltarono gl'occhi que' filosofi che ogni cosa di necessit riconoscevano dal Fato. N ancora i poeti, da cui per lo pi hanno tal opinione accettata et con le lor favole vanamente innestata. [63] Li quali poeti seguitando i Cortigiani Ferraiuoli al presente in questa materia, s come pare che in tutte le altre ancora habbian seguito, le quali per honesto et ingegnoso diletto si trattano dalle brigate con poetico stile,  lor piaciuto di scherzar'alquanto sopra la natura del Fato, potendosi essi difendere sicuramente sotto il medesimo scudo di tutti coloro li quali a' tempi nostri ancora trattano le cose loro secondo l'opinioni, o pi tosto fintioni degl'auttori de' gentili, o pagani. [64] N perch si faccia qui mentione del Fato (acci che sia tolta via ogni soverchia lunghezza) si reciteranno partitamente tutte l'oppinioni et le sentenze che da pi et diverse sette di filosofi sieno state tenute et confermate intorno alla natura di quello, n quanto ciascuna di esse portasse con seco del vero, o del verisimile.
	[65] Ma tornando a ripigliare l dove s'era da noi lasciato il nostro parlare delle Parche et della Befana /c. 16r/ mandate co' riverci di medaglie dal Fato lor signore,  alquanto da mostrare come le Parche fossero prese dagl'antichi per ministre d'esso Fato e talhora per lo Fato stesso. Il che appar manifesto per quello che cotanto manifestamente  noto: cio che la rocca e 'l fuso co' quali esse si dipengono prendonsi spessissime volte per significar'il Fato. Et sonnovi pieni i volumi de' poeti che per li stami, per li fusi et per la conocchia quello stesso et non altro ne danno ad intendere. [66] Che le Parche fossero ancora preposte a tal offitio del servir'al Fato fu da Platone ampiamente dichiarato nel XII libro della sua Republica, mostrando quelle esser tre: la prima delle quali tenga la rocca inconocchiata, la seconda poi fili et la terza al fine, con le forbici in mano alle fila della seconda accostata, hor tagli queste et hor recida quell'altre. [67] Che ancora il Fato sia a Giove superiore, ne fa certa fede una statua, la quale dicono gli scrittori essere stata appresso i popoli di Megara sopra la cui testa erano state poste le Parche et l'Hore insieme. Per questa cagione, dice Pausania: perci che elle hanno potest et signoria sopra Giove, et queste, le quali noi chiamiamo stagioni dell'anno, dispongono di noi secondo l'arbitrio loro. Eschine, /c. 16v/ ancora, famoso autore, afferma Giove proprio esser'al Fato inferiore et soggetto. Il medesimo ancora  da Erodoto approvato. [68] Con le narrate considerationi, adunque, furon le tre Parche introdotte a dar'effetto con la Befana a la presente Ventura, la quale in casa del gentilissimo messer Ascanio Borghesi Cortigiano Ferrai(u)olo, non senza piacere et contento di chi la vidde et l'ud, fu tratta a la presenza forse di vinticinque gentildonne, per ogni nobil conditione delle prime della citt, state qui magnificamente convitate la sesta sera di Gennaio, dove poi che furon levate le tavole et le gentildonne hebbero preso dal bonissimo fuoco un poco di conforto, che s come richiedeva la stagione del tempo nella sala ardeva, et danzatosi lietamente per chi volse alquanto spatio, fu dalle donne richiesto poi della Ventura, secondo il costume antico in simil notte, acci che esse non venissero frodate allhora di quel tributo ch'era lor consuetamente dato l'anno in tal tempo da' belli et cortesi ingegni. 
	[69] Onde senza molto indugio si vide comparire in prima nell'honorata sala la singolar Befana in habito ricco et quasi regale insieme con le tre Parche, et come guida et duce di esse andava lor forse un passo avanti, vestita d'una robba /c. 17r/ lunga fino a' piedi di velluto tan fornita intorno di bellissime treccie d'oro. In capo havea una nobilissima chioma negra con straniero et leggiadro modo attrecciata, adorna tutta di fine et rare pietre pretiose; sopra 'l viso una maschera morella. In mano portava un ben formato vaso d'argento col pi, dentro il quale era una parte di riverci dipinti, quelli che per le donne erano destinati. [70] Seguitavano appresso (com' detto) le tre Parche, fatali sorelle: la prima, detta Cloto, havea in dosso una veste di drappo di pi et diversi colori, una corona di lucenti stelle in testa, una rocca assai grande di lino inconocchiata et l'ali sopr'a le spalle. In mano teneva un vaso di finissimo cristallo, dove erano i brevi vagamente disegnati et coloriti, scrittivi entro i nomi delle donne. [71] Appresso a questa al pari veniva l'altra Parca sorella, Lachesi nominata, ornata la vesta, che era di drappo turchino, tutta di vaghe stelle, dall'una delle cui mani pendevano fusi attaccati a molte fila di pi colori, alcuno de qua' fusi mostrava di filo avvolto gi pieno, altro ammezzato et altro ancora appena incominciato, mostrando ella in atto di voler'attorcere et avvolgere hor a questo, et hor a quello di porger la mano; haveva l'ali sopra gl'homeri s come la prima et /c. 17v/ un nappo d'argento in mano, dentro a cui stavano i riverci per gl'huomini formati. [72] La terza poi, chiamata Atropo, mettendo la seconda in mezzo, era ornata di veste oscura et negra: vecchia d'et et fiera et horribil nell'aspetto, con l'ali s come l'altre, la quale con taglienti forbici in una delle mani si stava in atto di recider'et di troncar le fila di quella che allato l'era, et nell'altra mano portava un altro vaso di cristallo, s come la prima, dov'erano servati i nomi degl'huomini, nella medesima forma scritti che quelli delle donne. A pi di queste erano non pochi fusi qua et l in terra sparsi, qual con poco, qual con pi, qual con molto stame di varii colori avvolti. [73] Non pare ancora di lasciar di dire in simil proposito essere state finte dagl'antichi autori queste tre dee per rappresentarne con detta lor figura la natura di tutto l'essere et stato di tutte quante le cose che sotto il cielo si ritruovano: delle quali proprio  in prima il nascerci, appresso a questo il crescere et finalmente poi il venir meno et perire. Onde la prima di quelle, il cui nome avvolgimento significa, col suo vestimento di varii colori ne dimostra l'origine et il nascimento tuttavia, et diverse cose /c. 18r/ che venir si veggono nel mondo; le fila, poi, et gli stami della seconda, che inducimento denota, mostra l'accrescimento maggiore, o minore che quelle facciano nell'esser loro. Le forbici, al fine, della terza et ultima Parca, che immutabilit  interpretata, dichiarane il nascimento et la destruttione et la morte di tutte quante le cose che quaggi hanno mai vita. [74] Sono state prese anco talvolta queste tre donne a mostrar le tre maniere del tempo, cio il presente, il passato et l'avvenire. Sono state chiamate Parche dalla voce latina parcere, che perdonare significa, perci che non perdonin giamai a la vita di veruno che ci nasca. Le stelle, oltr'a queste cose, poste in capo a Cloto et sparse per la veste di Lachesi, denotano il Fato, il quale per la stella fu da' sacerdoti d'Egitto significato, et la vulgata opinione ancora de' gentili dottori prova il medesimo: la quale era che la disposition del Fato consistesse et procedesse dalle stelle. [75] Le tre Parche medesimamente, secondo Platone, altro non vogliono inferire che il tardo movimento in prima del cielo di Saturno, per lo quale tutte le cose particulari si maturano, et la moltitudine appresso delle virt che si ritruovano nel fermamento, o vero cielo stellato, /c. 18v/ donde tanta variet di cose si generano in queste parti inferiori, et il numero di tutto quello ancora de' sette pianeti, per opera de' quali ciascuna cosa nella sua stagione perviene al suo maturamento. Dalle varie congiuntioni et diversi aspetti di pianeti, ancora,  stato detto proceder quello spesso cambiamento dell'humane cose il quale molti Fato addimandano. [76] L'ali, ancora, sopra le spalle di esse (per non lassar'intatta alcuna cosa dell'habito et della figura loro) ne danno agevolmente ad intendere la prestezza, anzi la velocit del corso delle cose mortali. Il lino ultimamente fu preso da' poeti in significamento del Fato, dicono, perci che il lino  parto et frutto della terra, s come sono anco i mortali, il qual rotto et troncato ne vuol far vedere che l'huomo venuto di terra dee ancora nella terra ritornare.
	[77] Venuti adunque i quattro ministri fatali nella forma et maniera narrata davanti al cospetto delle dette bellissime gentildonne, che loro attentissimamente vi guardavano, et fermatisi alquanto, con dolcissime voci et ottimamente unite cantarono in musica le qui sottoscritte parole: /c. 19r/



[78] Donne pi che mortali, amate et belle,
	di virt sol cagione,
	colui a cui le stelle
	cedono, et legge a Giove stesso impone,
	eterno, immobil Fato,
	ha la saggia Befana a voi mandato
	con le di lui ministre Parche antiche
	al lungo viver vostro ogn'hor amiche.

[79] Per che le forme tra l'Idee pi chiare
	ch'impresse in paradiso,
	veggendo al mondo care
	nel ritratto del vostro amato viso,
	et voi ad honor preste,
	nel senato ordin grave celeste
	che d'altra parte scopra la medaglia
	quanto di voi fra l'altre il pregio vaglia.

[80] Ond'hora in bronzo e in or le vostre historie
	scolpite e i chiari fregi
	manda per vostre glorie, /c. 19v/
	come d'illustri donne et d'alti regi,
	perch poi resti eterna
	vostra belt di fuor con quella interna,
	et l'una et l'altra fia resa pi chiara
	per Corte a Marte et ad Apollo cara.

[81] Quest'amanti ch'intorno hora a voi stanno
	pendon s da' vostr'occhi,
	che nessuna cura hanno
	di ci che lor per fato, o sorte tocchi:
	son solo i lor trofei
	far voi men dure e illustri i lor homei;
	e del trovarvi sol benigne, o dure
	pruovano i fati lor, le lor venture.

[82] N perch detto habbiam ventura o sorte,
	altri ch'un Fato regna,
	e da lui vita e morte
	viene, et ogni opra fra voi cara e degna;
	et s'altra cosa regge,
	di lui sol obbedisce all'alta legge,
	lo qual benigno e largo hora a voi porge
	quel ch'in mill'altri a gran pena si scorge.



	[83] /c. 20r/ Fornito il dolce et gratioso cantar della Befana et delle Parche, si dest maggiormente nelle donne et nell'altra nobile brigata ch'erano stati ad ascoltare, la volont e 'l desiderio di vedere quanto prima et d'intendere pi particolarmente le cose che qui fossero state da essi portate quella sera; et divisesi le messaggiere del Fato in due parti, secondo che in due parti della sala erano poste a seder le gentildonne, non per ci troppo l'una dall'altra distanti. Aandarono dalla destra banda quelle che portavano i riverci et i nomi delle donne, dalla sinistra quelle che i riverci havevano et i nomi degl'huomini; dove posati inchinevolmente i lor vasi davanti a due delle pi giovani donne che vi fussero per ciascun lato, incominciarono a far di man propria trarre indi ad una di quelle il breve in prima del nome d'una gentildonna, et all'altre appresso il rivercio che alla medesima donna era mandato dal Fato. [84] Et l'uno et l'altro tratti, erano insieme subbito portati ad uno accorto et intendente giovine della Corte, stante ivi da parte per tal offitio in piedi, dal qual tosto et aggratiatamente con voce da esser intesa da tutti i circostanti, detti in prima i nomi posti ne' brevi, erano poi /c. 20v/ spiegate le figure de' riverci, et lette le parole intorno a quelli scritte. Il medesimo similmente da un altro desto e pronto Cortigiano era fatto dall'altra parte, dove si trahevano i nomi et i riverci degl'huomini. [85] Tratti adunque tutti i riverci et veduti non senza gran diletto et mirabil'attentione di ciascuno, s per le molte et vaghe figure vagamente disegnate et dipinte, s molto pi ancora per li belli et acuti sentimenti dentro a quelli riposti, la Befana et le Parche non con picciola lor sodisfattione tolsero humilmente commiato dalle gentildonne, et della sala si partirono; dalle quali donne poi consumossi alquanto di tempo in riguardar ciascuna la sua propria medaglia et in mostrarla appresso alla compagna che le sedeva accanto, mirando insieme l'una quella dell'altra, et insieme ragionando et discorrendo di quello che alquanto al dentro tenessero in s riposto tali figure et parole: onde si scorgeva perci in esse non leggier desiderio d'udir'un poco sopra tali inventioni il parer d'alcun gentile et elevato spirito. [86] Hora il maestro del giuoco, stato creato allhora acci che si consumasse allegramente l'altra parte del tempo /c. 21r/ di quella notte, fatto per se medesimo benissimo accorto della volont delle donne, con acconcie parole propose prestamente che quella volta non voleva ch'il suo giuoco fosse fondato sopr'ad altra materia che quella del dover'intendere qual fosse stata la vera intentione del Fato intorno a ciascun rivercio mandato ivi alle presenti virtuosissime donne. [87] Et dopo questo rivoltatosi a quella che pi gli parve, le impose che si dovesse elegger due de' quivi circostanti giovani, comandando loro che dovessero interpretare ci che significar volesse il dono quella sera a lei destinato dal cielo. Et appresso, secondo che ciascuno di quelli si portasse nell'aprir tali sentimenti, il Giudice del giuoco (di gi preposto ad udire s fatte interpretationi) dovesse determinar per quelli il premio, o la pena secondo i meriti loro. [88] L onde fatto questo medesimo per tutte le gentildonne che l si trovavano, s come tal giuoco con somma contentezza di ciascuno hebbe il suo principio, cos ancora con somma sodisfatione di tutti venne alla sua fine per le nuove, belle et proprie spositioni che da' leggiadri et acuti spiriti furon'oltre portate et con pienissima attentione tutte ascoltate. [89] I riverci /c. 21v/ ch'usciron quella sera, di quelli che si son potuti poi ritrovare, saranno qui appresso nella medesima forma che uscirono dipinti, et secondo l'ordine ancora che prima et poi furon tratti et con questo o con quell'altro insieme accompagnati.



 			/c. 22r/ I Riverci delle Medaglie



				         I.


			[90] Per madonna Flavia Bellanti.
	Minerva armata, che nella sinistra mano tien lo scudo col volto di Medusa, nella destra l'hasta et un dragone a' piedi. Il motto: Saggio custode, et forte MDRV[tav. 000].



                        /c. 23r/ II.


		[91] Per lo Serenissimo Gran Duca di Toscana.
	Una donna posta a man destra, vestita tutta di drappo bianco, con ali sopra gl'homeri, con ghirlanda di lauro in testa et un ramoscello di palma in mano, posata col destro piede sopra un dado, corpo quadrato. Da man sinistra un'altra donna sopra una palla con una vela alta gonfiata, le quali amendue tengono con una mano sospesa in alto una corona reale. Il motto: D'una il voler dell'altra al valor giunto MDRV[tav. 000].



                       /c. 23v/ III.


			 [92] Per madonna Artemisia Bardi.
	 Il superbo et mirabil sepolcro del re Mausolo. Il motto: Di piet vero essempio et meraviglia.



                            IIII.


	   [93] Per messer Flavio Figliucci, Cortigiano Ferraiolo.
	Il tizzone acceso del re Meleagro. Il motto: La vita ardendo insieme corre al fine.



	  			         V.


			[94] Per madonna Eusta Petrucci.
	Strali, archi, faretre et faci, rotti, spezzati et spente. Il motto: Armi d'Amore.



                             VI.


	[95] Per messer Attilio Marsilii, Cortigiano Ferraiuolo.
	Un altare, postavi sopra la statua d'un giovane senza barba che ne la mano dritta tien uno scettro, nella manca un'asta; in capo la celata con le penne, li stivaletti in gamba, et sotto i piedi una tartuca. Il motto: Pi de la vita caro.



			        /c. 24r/ VII.


		     [96] Per madonna Faustina Venturi.
	Un giovane senza barba, con la corona di rose et di persa in capo, col giogo in una mano, nell'altra un velo giallo, vestito d'habito verde sopra et sotto rosso, et Amore che stanno con le mani congiunti insieme. Il motto: Con giusto et santo nodo insieme aggiunti.



                            VIII.


		[97] Per il Signor Cavalier Elio Bolgarini.
	Una mano col dito della fede disteso dentro ad uno anello d'oro con una pietra di diamante in punta, et gl'altri diti piegati, coperta d'un velo. Il motto: In un coperta et salda.



                           VIIII.


		[98] Per la Signora Contessa Cinthia d'Elci.
	Cupido ferito co' suoi proprii strali. Il motto: Dell'armi stesse mie provo le piaghe.



                             X.


		[99] Per lo Serenissimo Principe di Toscana.
	Un huomo sopra l'aquila, che con la man dritta tiene un folgore, con l'altra /c. 24v/ una palla rossa. Il motto: Con alta providenza et tempra et regge.



                            XI.


		   [100] Per madonna Portia Brogioni.
	Il tempio d'Amore con le sue insegne. Il motto: Ognun prieghi vi porge, incensi et voti.



                            XII.


	  [101] Per messer Girolamo di Camillo Petrucci.
	Un giovane a cui son divorate le viscere da rapace augello. Il motto: Nuova esca ogn'hora a cruda, ingorda brama.



	 			       XIII.


		  [102] Per madonna Aurelia Falconetti.
	Una donna con il giglio in mano. Il motto: Speranza ne lusinga et riconforta.



                           XIIII.


    [103] Per messer Girolamo Palmieri, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Una mano in atto di giurare sopra un ferro rovito. Il motto: Di certa et chiara f sicura prova.



			        /c. 25r/ XV.


	          [104] Per una nobilissima vedova.
	Una colomba negra. Il motto: Del caro estinto bene a cor la doglia.



                            XVI.


    [105] Per messer Oratio Azzoni, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un pesce marino nell'onde che si carica di pietruzze et d'arena. Il motto: Le future tempeste accorto vedo.



                           XVII.


       [106] Per la Serenissima Principessa di Toscana.
	Una donna sedente in maest con scettro et corona regale et con i pavoni a' piedi. Il motto: In tanta altezza humile.



                          XVIII.


             [107] Per messer Antonio Borghesi.
	Un huomo con le braccia dietro alle reni, posto a seder sopra una pelle di bue distesa in terra. Il motto: Merc chiedendo aspetta.



                       /c. 25v/ XIX.


	        [108] Per madonna Cinthia Paccinelli.
	Una donna con le ninfe che perseguita co' dardi un fanciullo alato con l'arco in mano. Il motto: Chi tutti vince al fin vinto si fugge.



                            XX.


             [109] Per messer Emilio Pannilini.
	Un huomo sopra un cavallo alato volante verso il cielo et un mostro sotto a' piedi. Il motto: Spenti i gravosi affetti.



                            XXI.


               [110] Per madonna Oritia Tegliacci.
	Il drago che guarda un arboro co' pomi d'oro. Il motto: Conforme guardia a s pregiati frutti.



                           XXII.


          [111] Per messer Giovan Battista Placidi.
	Due mani che si lavano sopra un vaso. Il motto: Vera innocenza et chiara.



                       /c. 26r/ XXIII.


		      [112] Per madonna Portia Cosci.
	Un fanciullo bendato divenuto cieco in riguardando il sole. Il motto: Da maggior luce vinto.



                           XXIIII.


           [113] Per messer Belisario Bolgarini.
	Un huomo legato le braccia et i piedi sopr'una ruota. Il motto: Immobil pur nel lungo moto et grieve.



                            XXV.


             [114] Per madonna Urania Piccolomini.
	Un giovine con un ferraiolo rosso avvolto et posto sopra la spalla accompagnato da pi altri giovani, tutti co' ferraiuoli di varii colori nel medesimo atto. Il motto: Di rara Corte illustre et bel principio. 



                           XXVI.


    [115] Per l'Illustrissimo et Eccellentissimo Signor 
    Paolo Giordano Orsino Duca di Bracciano, protettor de'
                  Cortigiani Ferraiuoli.
	Un huom armato da man destra et una bella giovane da sinistra, che lietamente si tengono per mano. il motto: Fin da' primi anni amici.



			      /c. 26v/ XXVII.


		 [116] Per madonna Portia Buoninsegni.
	Una donna che si mette i carboni accesi in bocca. Il motto: D'amor, di fede et di fortezza essempio.



				       XXVIII.


   [117] Per lo Signor Carlo Fiammengo, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un huomo con una verga in mano appresso un serpe. Il motto: Cerca una vipra humiliar cantando.



                            XXIX.


		    [118] Per madonna Emilia Gucci.
Un'ara o ver altare. Il motto: Fermo rifugio sacro.



			             XXX.


		   [119] Per messer Alessandro Vannocci.
	Una donna in habito di ninfa appresso ad un antro, o ver grotta. Il motto: Al tristo sempre, al lieto suon rispondo.



				        XXXI.


               [120] Per madonna Aurelia Tolomei.
	Una donna armata. Il motto: In petto femminile alta virtude.



                     /c. 27r/ XXXII.


       [121] Per messer Giovan Benedetto Buoninsegni, 
                  Cortigiano  Ferrai(u)olo.
	Un garzone che, destrutte le penne da' raggi del sole, cade in mare. Il motto: Illustre vien l'ardore.



				       XXXIII.


	           [122] Per madonna Flavia Cerretani.
	Cupido con lacci, strali et facelle in mano, guida di Venere et delle tre Gratie, con paniere in mano, davanti ad una ragunata di nobilissime donne sedenti, in atto di reverenza verso quelle. Il motto: Liete cediam de' nostri pregi il vanto.



				      XXXIIII.


	[123] Per messer Ascanio Borghesi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un cane risguardante una testa di morto. Il motto: Fin a la morte.



				       XXXV.


	[124] Per l'Illustrissima et Eccellentissima Signora Donna
      		Isabella Medici Orsina Duchessa di Bracciano.
	Pallade armata che tien per mano Cupido. Il motto: Amor gentile et saggio.



				   /c. 27v/ XXXVI.


  [125] Per messer Clemente Piccolomini, Principe meritissimo de'
	  	          Cortigiani Ferraiuoli.
  	Un huomo posto sopra le fiamme in un monte. Il motto: Da terra al ciel n'innalza un s bel foco.



				       XXXVII.


		     [126] Per madonna Felice Finetti.
	Un'ara sopravi la Fortuna. Il motto: Fortune reduci.



				      XXXVIII.


	[127] Per messer Emilio Azzoni, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un giovine che s'affanna di spingere un grave sasso verso la cima d'un monte. Il motto: Pur sempre a quel di pria.



				       XXXIX.


             [128] Per madonna Flaminia Carli.
	Una colonna di marmo. Il motto: Costante et saldo.



				        XL.


	  [129] Per il Signor Cavalier Mutio Piccolomini.
	/c. 28r/ Un huomo mezzo nudo che sta nell'acque, appoggiato col petto sopra una tartuca marina, et sopra lui il sole. Il motto: Contra l'onde nemiche unico schermo.



				        XLI.


		  [130] Per madonna Francesca Sozzini.
	Un huomo in habito lungo che lancia un'hasta, accompagnato da tre fanciullini. Il motto: D'amore a giusta, alta battaglia sfido.



				       XLII.


	[131] Per messer Curtio Guglielmi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un huomo posto in mezzo a' pomi et all'acque. Il motto: Povero nella ricca, amata copia.



				       XLIII.


		[132] Per madonna Vittoria Guglielmi.
	Un huomo vecchio et antico, con grandi ali di varii colori sopra le spalle et un oriolo in mano, accompagnato da 3 fanciulle, et un huomo vestito alquanto alla rustica con canestre et cornucopie in mano dinanzi ad un drappello di gentildonne in atto humile verso quelle. Il motto: A maggior forze le sue forze inchina.



			      /c. 28v/ XLIIII.


	 [133] Per l'Illustrissimo Signor Don Luigi di Toledo.
	Mercurio allato a Cupido. Il motto: D'amorosa facondia invitta forza.



				        XLV.


			[134] Per la Poliza bianca.
	Un scettro intorno a cui  avvolto un ramoscello di quercia. Il motto: Altrui sol per giovare.



				       XLVI.


	    [135] Per messer Pandolfo d'Augustino Petrucci.
	Una donna legata ad uno scoglio et un giovane armato con lo scudo di Medusa in braccio et nella destra la scimitarra, con l'ali et il cappello, o celata, et un mostruoso pesce morto in mare quivi presente. Il motto: De' mostri domator prigion mi rendo.



			            XLVII.


		  [136] Per madonna Caterina Azzolini.
	Una donna che da man destra tiene il sole, dall'altra la luna. Il motto: Eterni lumi et chiari.



			     /c. 29r/ XXXXVIII.


		[137] Per il Signor Capitano Leone.
	Cupido con un pesce velato dall'una mano, et dall'altra l'arco. Il motto: Ignudo fuor, dentro coperto ogn'hora.



			           XLVIIII.


		      [138] Per madonna Aurora Mandoli.
	Una giovane in grembo d'una matrona donde pi giovani vengono per forza a levarla. Il motto: Vergogna contr'a forza non ha loco.



			              L.


    [139] Per il Signor Conte Carlo d'Elci, Cortigiano
                        Ferrai(u)olo.
	Un fanciullo che spira col suo fiato verso un cigno. Il motto: Pi lieto canto assai dolce aura muove.



		                  LI.


	         [140] Per madonna Fulvia Sergardi.
	Una donna dipinta la veste a bocche, lingue, a penne, con la tromba in mano et l'ali bianche sopra le spalle. Il motto: Spiego con bianche piume il volo al cielo.



				  /c. 29v/ LII.


	[141] Per messer Cesare Foresi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Una donna con iscudo in braccio et dardo nell'altra mano, coronata di palma et d'olivo, et un fanciullo alato et bendato con arco teso in atto di combattimento. Il motto: In giovenil pensiero alto contrasto.



				       LIII.


		    [142] Per madonna Orintia Piccolomini.
	Un giovane davanti a tre dee, che ad una di quelle dona un pomo d'oro. <Il motto:> D'ogni eccellenza il chiaro pregio invola.



				       LIIII.


		[143] Per il Signor Cavalier de' Martini.
	La pelle del leone et della volpe appicate nelle loro estremit insieme. Il motto: L dove manca l'un l'altro supplisce.



				        LV.


			    [144] Per madonna Livia Foresi.
	Un'asta et un dirizza crine. Il motto: In bel cuor femminile alto valore.




				  /c. 30r/ LVI.


   [145] Per messer Aniballe Borghesi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un giovane che giura nelle mani d'Amore. Il motto: A nuovo principe giurato.



				       LVII.


			[146] Per madonna Volunnia Loli.
	Un huomo che d'alto et eminente luogo sta mirando l'abbruciamento d'una citt. Il motto: Del fuoco da me acceso e godo e rido.


				       LVIII.


  [147] Per messer Alessandro Fantoni, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un monte dalla cui sommit escono grandissime fiamme, circondato a' piedi da un grandissimo fiume. Il motto: N secca l'un, n giamai l'altro smorza.



			             LIX.


			 [148]  Per madonna Livia Carli.
	Due mani aperte. Il motto: Pronte mai sempre all'honorate imprese.



                       /c. 30v/ LX.


	[149] Per l'Illustrissimo Signor Federico de' Conti
                di Montauto, dignissimo Governatore.
	Un huomo sopra un letto, con un braccio sospeso fuor di quello, che tiene in mano una palla d'argento sopra un baccino d'ottone. Il motto: D'opere eccelse, alte, svegliate cure.



                            LXI.


		 [150] Per madonna Casandra Arrighetti.
	Una corona di gramigna. Il motto: Dall'assedio d'amor fatta sicura.



			            LXII.


   [151] Per messer Pompilio Foresi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un giovane sopra il carro del Sole, che scorrendo pel cielo trabocca a terra. Il motto: La vita verr men, ma non l'ardire.



				      LXIII.


	            [152] Per madonna Berenice Bardi.
	Una donna sopra una testuggine. Il motto: Grave belt riposta.



		            /c. 31r/ LXIIII.


	[153] Per messer Emilio Carli, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un huomo che trahe fuor d'uno speco un cane con due teste. Il motto: Doma gl'empii d'amor desir rubelli.



			             LXV.


		 [154] Per madonna Aurelia Borghesi Bolgarini.
	Tre dei a sedere, appoggiati le gombita sopra le ginocchia. Il motto: Al nobil parto dei propitii et cari.



		                 LXVI.


	             [155] Per messer Laurentio Griffoli.
	Una donna con un mazzo di rose con le spine in una mano, in atto di sceglierle con l'altra. Il motto: Del soave dall'aspro ottima scelta.



	                      LXVII.


	           [156] Per madonna Fausta Nuti.
	La Fama, scorta delle Ninfe de' sette Chori con varie canestre et cestelle in mano, in habito tutto conforme alle deit loro, al cospetto di bellissime et nobilissime donne sedenti, in atto chino et riverente verso quelle. Il motto: Per mirare et ammirar belt s rara.



			    /c. 31v/ LXVIII.


     [157] Per messer Torquato Colombini, Cortigiano
                       Ferrai(u)olo.
	Un fanciullo con ali et armato di saette sopra un carro tirato dalle tigri. Il motto: Cede fierezza all'aspro giogo et grieve.



			           LXIX.


          [158] Per madonna Verginia Petrucci Spannocchi.
	Una donna sopr'un carro, intorno al quale  Giove con l'aquila; appresso un satiro con un leone et Plutone con Cerbero. Il motto: In ciel trionfa, in terra et nell'inferno.



				       LXX.


    [159] Per messer Antonio Savini, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un vaso pien di sangue, dentro a cui sono due aste. Il motto: D'un amico voler sagrato patto.



				      LXXXI.


            [160] Per la Signora Contessa Urania.
	Una sfera materiale del cielo co' segni del Zodiaco. Il motto: Vera forma del cielo.



                    /c. 32r/ LXXII.


    [161] Per l'Illustrissimo et Reverendissimo Cardinal 
                         de' Medici.
	Un pastorale, un turribile et sopr'a questi una mitria papale. Il motto: Aspira ogn'hora al glorioso regno. 



                          LXXIII.


             [162] Per madonna Artemisia Santi.
	Cupido con la benda degl'occhi in mano che guida per mano un giovane. Il motto: Per alto, erto sentier ne guida e regge.



                         LXXIIII.


    [163] Per il Signor Cavalier Brogioni, Cortigiano
                       Ferrai(u)olo.
	Un giovane in ginocchioni con le braccia aperte. Il motto: Cos nel cuor, come negl'occhi humile.



                           LXXV.


           [164] Per madonna Cornelia Paccinelli.
	Una statua sopra un piedestallo, la qual tiene in mano un caduceo, et sopra la base  scritto COR. MAT. GRACH. Il motto: Di statua eterna a raro honor degnata.



                     /c. 32v/ LXXVI.


    [165] Per Scipion Bargagli, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un cappello. Il motto: L'amata libert perder'apprezza.



                          LXXVII.


            [166] Per madonna Honorata Mignanelli.
         Un tempio. Il motto: Pudiciti' dicatum.



                         LXXVIII.


      [167] Per messer Fausto Sozzini, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Un huomo che al suon della lira edifica le mura d'una citt. Il motto: Col dolce canto ogni durezza smuove.



                          LXXIX.


            [168] Per madonna Pompilia Guglielmi.
	Un dragone che sta appresso una cassa. Il motto: Di pretioso tesor degno custode.



                          LXXX.


    [169] Per messer Bartolomeo Fantozzo, Cortigiano
                      Ferrai(u)olo.
	Un giovane in mezzo alla Virt et a Cupido, guidato da questi /c. 33r/ ad un tempio. Il motto: Scorte uguali d'Honore al vero tempio.



                          LXXXI.


           [170] Per madonna Cinthia Lucarini.
	Un fanciullo alato et bendato con un ramoscello di palma nella destra mano. Il motto: D'honesto amore honesto segno et chiaro.



                          LXXXII.


     [171] Per messer Pier Maria Luti, Cortigiano Ferrai(u)olo.
Un fanciullino nella culla che con le mani strangola un serpente. Il motto: Di virtute immortal alto presagio.



                          LXXXIII.


             [172] Per madonna Andromeda Petrucci.
	Una donna armata con una corona d'olivo in mano et una collana di diamanti et di topatii al collo. Il motto: Sicura, honesta pace.



                    /c. 33v/ LXXXIIII.


    [173] Per messer Fausto Bellanti, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	Tre fanciulle che al fonte, prendendo l'acqua co' crivelli, la versano. Il motto: Di s lunghe fatighe opre s vane.



                          LXXXV.


              [174] Per madonna Livia Piccolomini.
	Un paio di tortorelle. Il motto: Per casta fede et rara.



                          LXXXVI.


     [175] Per messer Girolamo Cerretani, Cortigiano
                        Ferrai(u)olo.
	Un huomo con una mazza che colpisce sopra un'idra di pi teste. Il motto: Per li spenti d'amor disdegni et ire.



                          LXXXVII.


             [176] Per madonna Agnesa Cerretani.
	Uno scudo bianco et puro. Il motto: Fian qual in marmo le chiar'opre scritte.



                        LXXXVIII.


    [177] Per messer Oratio Borghesi, Cortigiano Ferrai(u)olo.
	/c. 34r/ Un fanciullo alato et con arco in mano accanto ad una donna con la vela et col corno di dovitia. Il motto: Et in amore ha sua ragion Fortuna.



		              LXXXIX.


		   [178] Per madonna Laodomia Colombini.
	Una serpe et una colomba a paro. Il motto: Rara coppia.



                        LXXXX.


      [179] Per lo Serenissimo Signor Don Petro de' Medici.
	Un giovanetto col tridente in mano sopra una conca di mare in mezzo l'acque, tirata da quattro cavalli marini. Il motto: Gran re novel dell'alte acque tirrene.



                       LXXXXI.


             [180] Per madonna Laura Tondi.
	Una mela cotogna. Il motto: A dolce, honesto amor gioconda alletta.



                       LXXXXII.

            [181] Per messer Andrea Bartolucci.
	/c. 34v/ Un huomo diritto in piedi con un anello di ferro in dito, vicino alla rupe d'un monte donde si vede pendere una longa catena di ferro. Il motto: Del raro don grata memoria eterna.



                       LXXXXIII.


         		[182] Per madonna [...]
	Una donna in apparenza et in atto di prudente et modesta, che leva la benda dagl'occhi d'Amore. Il motto: Tolgo del <senso> il grave oscuro velo.



                        LXXXXIIII.


	[183] Per messer Giulio d'Ambrogio Spannocchi, Cortigiano
			         Ferrai(u)olo.
	Due giovani sopra due cavalli bianchi con cappelli in testa, et sopra ciascuno una stella. Il motto: Di graditi destrieri alto desio.



          /c. 35r/ Proemio alle dichiarationi de'
                      riverci de' Cortigiani
                           Ferraiuoli



	[184] Avanti che da noi si proceda pi oltre a quelle dichiarationi, ancora che brevissime, le quali n' paruto assai convenevole di dover porre intorno a ciaschedun rivercio di queste medaglie de' Cortigiani Ferraiuoli per manifestamento d'alcune cose pi oscure che per avventura potessero per qualunque cagione in quelli trovarsi, n' paruto ancora ragionevol cosa di mostrar brevemente in prima che cosa fossero le medaglie appo gl'antichi et per cagione di quali persone essi costumassero di batterle et qual fusse il lor fine principale intorno a quelle. [185] Et questo fie acci che meglio poi comprender si possa quanto convenevolmente et propriamente si siano potute ordinare, o finger medaglie da' detti Cortigiani in occasione simile a questa loro della Ventura Befana, et appresso acci che s'intenda sopra qual concetto principalmente fondassero il pensiero et l'intendimento loro et si renda insieme conto d'alcune particolarit intorno a tali riverci, delle quali potesse agevolmente /c. 35v/ da qualche ingegnoso spirito esser talvolta ricercato alcuna cosa.
	[186] Erano adunque quelle che da noi sono hoggi medaglie chiamate, battute, o scolpite dagl'antichi, per quelle che non in poco numero, n di rado ci pervengono alle mani, in varie sorti di belli et preciosi metalli di rame, di bronzo, o di metallo Corinthio (questo dicono gli autori esser'un mescolamento di pi et varie sorti di nobilissimi metalli insieme congelati doppo alcuni gravissimi incendii che destrussero infinito numero di ricchissime statue nella citt di Corintho) et d'argento et d'oro in varie forme stozzate et con sottilissimi lavori disegnate. [187] Queste si crede assai fermamente che da' loro inventori fossero addimandate numismata, poscia che non pare che per le scritture rimasteci degl'antichi si truovi sparsa voce alcuna che fosse di esse riconosciuta sola et propria; et elle ancora sono cotanto simili (come si vede) alle monete, che nummi erano dette dagl'antichi et nella materia et nella forma rotonda et nella maniera dello stozzo con cui le medesime erano formate. [188] Sono state poi da' nostri dette medaglie, s come riferisce il diligentissimo et intendentissimo messer Sebastiano Erizzo nella sua bell'opera delle medaglie antiche, per vocabolo corrotto, /c. 36r/ o vero per la lettera T mutata in D per pi dolce suono, quasi metaglie, o, pi tosto derivando simil voce di medaglie dal verbo greco MDRV....., che imperare significa, quasi imperatorie, perci che la pi parte di quelle che medaglie si deono chiamare sono con l'effigie improntata d'imperadori, o per quante altre derivationi sia stato formato tal nome, s come pu ciascuno che ci desideri sapere assai pienamente intendere appresso il medesimo Erizzo, nel copioso proemio ch'egli distende sopra tutta questa materia. 
	[189] Tali medaglie, adunque, di diversi metalli havevano, come si vede, da una parte scolpita dal naturale l'immagine di colui, o di colei per honore et memoria di cui fosse ciascuna battuta, dall'altra parte v'erano posti certi segni, o note et figure, o immagini di persone, o di cose denotanti attioni alte et magnifiche da que' tali operate, o vero rappresentanti le egregie et singolari virt dell'animo loro, s che in un medesimo luogo si scorgeva il vero ritratto del corpo con quello appresso dell'animo delle persone degne et meritevoli d'honore et di chiara fama. [190] Et queste impronte erano tanto di privati, quanto di gran capitani, di consoli et molto pi d'impera(t)ori et d'imperatrici. Cos fatto segno speciale veniva conceduto altrui dal Senato et Popol /c. 36v/ di Roma, quando vi fioriva quel famoso imperio, in luogo di pregiatissimo honore et di soprana gloria, s come appar manifesto quasi per marco, o sigillo dalle due lettere nelle medaglie segnate S. C., Senatus Consultum, cio per determination del Senato, et in altre ancora  il medesimo si rafferma per le lettere cos scritte N. C. A. P. R. cio Nobis Concessum A Populo Romano. [191] In manifestamento poi delle medaglie antiche pi in generale si lasciar al presente di dire come dalle citt della Grecia et dell'Asia ancora ne fussero battute delle bellissime per honorare gl'imperadori romani lor signori et in testimonianza della divotion loro verso quegli et per rendersegli ancora quanto potevano il pi sempre gratiosi et benevoli. [192] N si terr da noi alcun ragionamento ancora, per non entrar in lunghezze dal nostro principal proposito alquanto lontane, in narrar distintamente che le cose onde usavan gl'antichi di servar memoria nelle lor medaglie erano tutte l'egregie et magnifiche loro operationi per mare et per terra manifestate, gl'acquisti delle provincie, l'edificationi delle citt, delle rocche, de' ponti, de' tempii et d'altri simiglianti opere, o vero la memoria de' consolati, de' giuochi et degli spettacoli fatti celebrare per gl'ampii teatri di /c. 37r/ Roma, i donativi fatti da' principi al popolo et i parlamenti fatti da' capitani agl'eserciti, gl'oracoli, i pronostichi dell'avvenire, le costellationi et altre cose di s fatta maniera. [193] N si metter in campo di nuovo la disputa se tali medaglie erano battute per che dovessero servire all'uso dello spendere et del contrattare che far si vede dalle persone tra loro tutto 'l giorno, o vero per memoria dell'opere gi dette, essendo stata massimamente la prima di quelle due opinioni con bellissime ragioni, autorit et cognetture, come ne pare, del tutto riprovata dal sopranominato Erizzo nel medesimo luogo, ma solamente si confermar che altro non erano le medaglie che un'altra maniera d'historie ordinate dagl'antichi per questo fin principale: che rendessero eterna memoria et fosser quasi testimoni et fidelissimi riscontri della verit lasciata da loro a benefitio de' posteri ne' libri dagli scrittori publicati, et per mostrar'ancora semplicemente la gloria, l'honore, la veneratione et il nome de' lor principi con le chiare virt dell'animo di quelli in tali riverci scolpite, et delle qualit di queste ultime non mancano medaglie che ne fanno certa et larga fede. 
	[194] Tale  quella infra l'altre che si vede di Marc'Antonio impera(t)ore, dove  dall'altra parte la figura d'Orfeo con la cetera in mano, posto in mezzo a varie sorti d'animali /c. 37v/ che sembrano stare tutti intenti al suono della sua dolcissima musica. Questa medesima medaglia fu battuta in honor di quel principe, essendo egli stato non solamente per santit di vita, come dicono l'historie, ma per dottrina et eloquenza tale che super tutti gli altri principi stati avanti a lui, onde Orfeo sonante la cetera non  per altra cagione quivi posto che per significarne un huomo savio et di tutte le buone virt ornato, perch fu dagl'antichi presa la cetera musicale per la moral virt et Orfeo inteso misticamente da' poeti per persona che con la musica et col soave concento, cio con le belle, savie et dotte parole, havesse da prima la religione agl'huomini mostrata, et i lor costumi bassi et vili ad alti et nobili, et la lor brutta et rozza vita all'honesta et civile ritornata, talch da coloro, da' quali detta medaglia fu improntata, non si volle altra cosa fare che attribuire a simil impera(t)ore la virt della religione, et con quella della dottrina et della eloquenza insiememente. [195] Altre ancora non poche medaglie antiche si truovano per iscoprirne solamente la virt dell'animo di coloro ad honore et gloria di cui erano stozzate, s come a chi ha alcuna pratica di simil opere antiche et punto si diletta di leggere i buon libri che ne fanno mentione /c. 38r/ divien noto agevolmente.
	[196] Hora, venendo hormai a proposito donde i Cortigiani Ferrai(u)oli si mossero a voler formar riverci di medaglie per honor'et lode di private persone, delle quali molto di rado in vero et malagevolmente ci sono operationi alte et eccellenti, le quali, poste negli scritti de' famosi historici, possono esser poi raffermate et con la testimonianza delle medesime riscontrate, et massimamente d'attioni di private donne, quantunque nobili et gentili, poi che ad esse non so per qual cagione par quasi del tutto vietato il poter mostrar'il lor vero valore nell'alte et gravi operationi, s come agl'huomini  liberamente conceduto,  perci da sapere che simil pensiero de' predetti Cortigiani fu da essi mandato ad effetto mossi et sospinti sicuramente dall'essempio della detta medaglia di Marc'Antonio et d'altre a quella simiglianti, i riverci delle quali ne scuoprono le virt speciali onde chiari splendevano et volevan far credere altrui gl'antichi che risplendessero i lor principi. [197] L onde gl'autori della presente Ventura Befana pensarono con cos fatto essempio di poter fermamente honorar persone private, nate nobilmente et allevate, manifestando le chiare virt et le singolari qualit degl'animi loro per mezzo di pi /c. 38v/ et diverse figure et immagini di persone et di cose in forma de' mostrati riverci. [198] Da' quali autori facendosi la predetta Ventura per cagioni principalissime di piacer a valorose et amorose donne, a cui par oggi che quasi rimaso sia solo il campo d'amore, avvenga che non picciolo, o sterile, ma amplissimo si renda et fertilissimo, da poter far prova del valore de' bell'animi loro et manifestare l'altezza et la nobilt de' lor pensieri, fu havuto il primo riguardo che tal Ventura principalmente sopra vaghi et nobili concetti d'amore fondata fosse, s come di tali venture per lo pi pare esser la vera propria et degna natura. [199] Le virt del qual amore, per non esser elle punto inferiori a niun'altre, anzi, in volerle alcuno acquistare et essercitare dirittamente, facendo di mestieri posseder'ottimamente quasi tutti gl'altri lodevoli habiti virtuosi, et essendo elle pi di tutte l'altre dilettevoli, stimarono i Ferrai(u)oli che per ci dovesse anco non leggiermente esser'altrui grato che di simili parti et qualit per loro si trattasse.
	[200] Et se per aventura paresse ad alcuno che tra questi riverci di quelli si ritrovino in honor di grandissimi principi et signori, li quali di molte et molto famose operationi loro vi potevano degnamente esser honorati, /c. 39r/ et non di meno vi appariscon per lo pi solamente le virt et le qualit degl'animi di essi, si potrebbe a costui dar'in risposta (s'altro non vi fosse) che cos parve et piacque al Fato, dal quale furono tutti i presenti riverci mandati. [201] Ma pur non vengon meno ad esso ragioni ancora da poter ci fare, per che, veggendo esso Fato che non mancavano al mondo pi et varie medaglie di cotali principi formate in diversi preciosi metalli, secondo le diverse ragioni onde portano in s scolpite le chiarissime loro attioni et dignissime d'ogni famoso historico, fu contento di significarne solamente le loro altissime virt, acci che ancora da quelle si rendessero le passate loro operationi et se n'attendessero per l'avvenire dell'altre simili et maggiori appresso. [202] Ma perci che ne' medesimi riverci de' Ferraiuoli si potrebbono agevolmente ritrovare da alcuno spirito eletto cose non del tutto ritratte da quelli delle medaglie degl'antichi, di qui  che al presente, s come di sopra accennandone si promesse, se ne far non senza qualche ragionevol cagione alquanto di scusa, ma non troppa per ci, stimando che la cosa debba per se stessa avvertire i belli ingegni onde tutto ci sia proceduto. Et ci in prima esser potrebbe che in questo luogo i riverci habbian d'intorno scritte lettere in /c. 39v/ forma di motto et di verso, cosa senza alcun essempio nelle medaglie antiche, dove notate erano semplici parole per dichiaratione solamente delle cose quivi segnate. [203] A che brevemente rispondendo, non si niega di essersi altrui questa volta scostato in ci alquanto dall'uso antico, ma ben s'afferma che, convenendo servirsi hora di riverci in bisogno di Venture Befane, le quali sempremai in alcuna sorte di versi, o di motti si compongono, s come non manco pienamente forse, che distintamente  stato dimostro nel primo proemio, o vero introducimento a questa opera, non si pot senza difetto venir meno a cos fatta usanza, perci che troppo di vaghezza et di leggiadria nel vero gli sarebbe levata questa volta tollendo i motti et i versi da cos fatti riverci. Et quanto in occorrenze di simili trattenimenti sia richiesta simil vaghezza et leggiadria di versi et di motti, non m'accade farne pur una parola, rimettendo tutto ci nel giuditio de' discreti et leggiadri spiriti.
	[204] S che per l'addotte cagioni mossi gl'inventori di tal Ventura, s'assicurano non poco a ripor motti, o versi intorno alle lor medaglie; et questi ancora vi scrissero nella lor materna lingua, pi tosto che nell'altrui lontana et istraniera, avvenga che loro non fosse nascoso non mancar di /c. 40r/ quelli che con molta pugna vogliono sostenere la contraria opinione. A' quali non ci par luogo questo di dover dare in ci risposta alcuna, essendo di gi assai a bastanza stato fin qui risposto da' belli ingegni, et di queste et d'altre simili inventioni intendenti, al parer di cos fatti huomini et con ragioni non punto deboli n oscure. [205] Ma con tutto ci par che non ci manchino ancor di quelli, li quali, ostinati in simil pensiero, voglian pure che per legge inviolabile s'osservi che n intorno a medaglie, n per imprese si debbano mai usar parole vulgarmente dette, non ostante che da persone di tali concetti molto pi di costoro intendenti sia stato ci appena per conseglio accettato, et habbiano l'uso comune si pu dir'in maggior parte contrario, conciosia cosa che si veggono forse non manco imprese et medaglie in questi tempi con lettere et motti scritti nella nativa lingua del suo autore che nell'altrui; n parmi trovare altra cagione che pi confermar possa costoro nel lor parere, salvo forse ch'il presupporre essi che i concetti et i pensieri altrui non siano spiegati in cos fatte lingue per altra cagione se non perch non siano da ognuno universalmente intesi. [206] Ma troppo in ci veramente si gabbano se ci si fanno a credere, poscia che a cui riguarda dritto apparir certo che non perch non sia da ciascuno appreso et penetrato /c. 40v/ l'intendimento e 'l valor loro si levano imprese et medaglie dagl'acuti spiriti, ma s bene per iscoprirlo altrui non con usitato modo basso et vulgare, anzi con alto et pellegrino: il che si rende anco manifesto levandosi imprese per lo pi et componendosi per far intendere l'animo nostro a persone le pi delle quali non sono di straniere lingue intendenti, quali si vede esser le donne, se ben loro non  oscura o nascosa veruna sorte di alti concetti. [207] Oltre che dall'opinione di costoro pu facilmente seguire che tutto quello che vien mai trattato dalli scrittori dotti et scientiati nella lor lingua paterna, o vulgare debba subitamente esser tutto aperto et piano a tutti quelli che vi sappian parlare, n si ricerchi all'intender delle cose ingegno, giuditio, studio, o dottrina, s come certamente tutto questo v' richiesto. [208] Et ci si vien per s scoprendo appieno esser falso non solamente per le dottrine et scienze state fin qui nelle vulgari lingue insegnate, ma ancora molto pi nelle vaghe et buone poesie nelle medesime lingue spiegate, le quali pongasi mente di gratia se a doverle ben intendere basti semplicemente il saper parlar vulgare, et parimente procurisi alquanto dall'altra parte se per ritrarsi, od assicurarsi che i concetti d'alcuno non pervengano di leggieri all'intendimento del popolo et di tutto 'l vulgo sia non poco a bastanza che quelli si rendano /c. 41r/ nobili, alti et non popolari et distesi poi per mezzo di nature di qualit et di propriet di cose che non siano manifeste ad ogni rozzo et grosso intelletto et con maniere non cos facili a ciascuno d'esser recate ad effetto, senza che vi si habbiano a mettere appresso lettere hebraiche, greche, o latine, o di qualunque altra straniera lingua oltre la nostra che hoggi vive et si parla. 
	[209] N mi potrei fare in niuna guisa a credere che fossero altre ragione pi potenti a mantener costoro nella lor s fatta credenza se per avventura essi non istimassero che la nostra toscana favella non ritenesse in s per sua natura dolcezza, ornamento, gratia, o gravit veruna in esprimere et manifestar qualunque sorte di vago et alto concetto che possa giamai cader'in petto humano. Ma ci in vero quanto di verit in s ritenga vegganselo essi medesimi, se pur lo credono, che di soverchio mi credo essere stato questo poco che se n' ragionato fin qui. [210] N di ci punto si sarebbe favellato ancora, se non n'havesse in un certo modo sospinti alquanto il vedere che dette persone hanno pur voluto ch'in questo loro errore del motto volgare siano non senza lor maraviglia incappati nobilissimi et dottissimi intelletti, tra' quali hanno reputato il dottissimo et ingegnosissimo autor dell'impresa del lauro fulminato con il motto: Sotto la f del cielo all'aer chiaro tempo non mi parea da far riparo. /c. 41v/ [211] Ma per non mostrar di voler difender cosa a cui l'autor suo in questa parte diede facolt di potersi difender sempre per se medesima, tornando a' nostri riverci pur col motto vulgare, poi che et i versi interi et non interi voglion hoggi costoro nelle medaglie et nell'imprese chiamar motto, oltr'a quanto in tal proposito  stato detto et provato si conferma tutto ancora, per che, facendosi tali riverci per cagion di donne, si dovean in quelli scrivere i motti s come vi si vennero scrivendo, senza che, a voler ancora li Cortigiani Ferrai(u)oli quanto per loro si poteva in questo fatto imitar gl'antichi, erano tenuti a porvi lettere che spiegassero il lor parlar nativo, s come si vede aperto ci essere stato servato sempre da' latini et da' greci, scrivendo nelle lor medaglie con parole della lor propria favella. Et quantunque alcune poche se ne trovino in questo numero fatte da' Ferrai(u)oli col motto latino, elle pur l'hanno di parole tanto simili, anzi, fuor che nella terminatione le medesime con quelle che da noi comunemente si parlano, che per ci non possono da veruno esser dannate, o riprese con ragione.
	[212] Potrebbe ancora oltr'a queste cose alcun altro notare et forse anco tassare in questi medesimi riverci esserne alcuno che pi d'impresa che di rivercio ritenga la natura, et che pi di /c. 42r/ quella che di questo gli si convenga il nome. Il che veramente negar non si pu, ma pur  paruto che tra tante medaglie potesse passar senza molto frodo un'impresa ancora, conciosia cosa che tra queste due opere di belli ingegni si trovi pur qualche simiglianza, esprimendo et manifestando ciascuna di esse sempre alcun concetto dell'autore per mezzo medesimamente di cose insieme et di parole, talch l'un'e l'altra di queste due sorti d'inventioni par che si possa convenevolmente riporre ancora dall'altra parte dell'effigie del volto di qualunque persona formata dal naturale in qualunche nobil materia, nella maniera che per molte persone  hoggi posto in usanza, le quali, facendo simil effigie, o ritratti scolpiti in cameo, in argento, od in oro, gli portan con nastro di seta a collo, o sopra cappello, o birretta vagamente composti, et ancora si veggono tele, fregi et quadri dipinti per ornamento delle camere, o delle sale pur con qual sia l'un de' detti modi figurati, cio riverci od imprese. [213] Per che fu stimato non dover esser'in tutto fuor di proposito et di ragione metter'innanzi agl'occhi degl'accorti et intendenti spiriti alcuna impresa fra cotanti riverci, ancora che molte pi per aventura siano le differenze che le convenienze tra di loro, le quali se non si racconteranno al presente tutte minutamente, per dirannosi queste che non saranno forse poche n leggieri.
	[214] Primieramente l'imprese non ricevono persone /c. 42v/ humane n favolose, et ne' riverci l'un'e l'altre sono accettate. Nell'imprese ancora non hanno luogo l'opere de' gieroglifici semplicemente presi, non ritenendo essi in s altra forza di significar cosa alcuna se non ad arbitrio et compiacimento d'huomini et non per propria natura, s come appar per chi prenda il fiore, o giglio a denotar la speranza, o 'l cappello la libert, od altro simile; bench s fatto parere sii contra l'opinione forse di molti: ma a questi tali non  per mancato chi habbia in ci risposto, quantunque la risposta non sia stata communemente veduta ancora dal mondo. I quali gieroglifici con ogni ragione et perfettione vengono pur tuttavia riposti ne' detti riverci, s come poco sopra trattando de' luoghi communi di essi fu accennato et detto, et pi ancora non molto lungi se ne verr mostrando. [215] Oltr'a ci son diverse queste due ingegnose opere tra loro, essendo la prima un manifestamento di pensiero per via di comparatione, tolta da propriet singolari di cose naturali et da usi di opere et di instrumenti artifitiali, et la seconda una memoria di cosa gi stata, od un segnale d'altrui virt per mezzo di figure quelle significanti dimostrata, senza verun'altra similitudine, o comparatione in esse presa. [216] L'impresa ancora non si fa per particolar gloria, o lode d'alcuno, et il rivercio non si mette per altra cagione insieme che per honore, grandezza /c. 43r/ et memoria di colui solo appresso la cui effigie si pone. Questo oltr'a ci notifica per lo pi opera alta et egregia magnificamente operata, o virt et parte rara dell'animo, com' detto. Questa dall'altra banda discuopre un proprio pensiero, il quale sia alcuno con fermo proponimento per esseguire et mandar'ad effetto. [217] Ultimamente le parole che si mettono nell'impresa hanno questa differenza da quelle de' riverci: che in quelle necessariamente vi si convengono et in guisa tale, come non fa dubbio a veruno intendente di esse, che senza il corpo delle figure nulla significano, n il corpo senza le parole rileva cosa alcuna, l dove in questi le parole non vi stanno se non per dichiaratione delle figure, o del fatto stesso et senza possono ottimamente stare, veggendosi molti riverci che non hanno alcuna lettera appresso. Et se ancora in questi si pongon le parole, non  ricercato ch'elle siano cos acute, cos brevi et di sentimento, n anche tolto da provati et noti autori, s come si sa esser richiesto ne' motti delle ben formate imprese.
	[218] Ma lasciarassi tutto 'l restante di quello che sopra ci dir si potesse, l dove alcuno de' gentili Cortigiani Ferraiuoli (se vero  quello che di ci s'intende) si prepara a trattare non con minor chiarezza che contezza della propria natura delle medaglie et di tutte le qualit necessarie /c. 43v/ che si richieggono in un bello ed honorato rivercio secondo il vero stile degli antichi, convenevoli et degni tanto di persone private quanto di publiche, o ver di principe, s come da altri de' nostri tempi  stato fatto in alcuna parte sin qui sopra l'imprese, dandone altrui i luoghi, le regole et i precetti, acci che con le giuste misure et pesi si possa poi sicuramente andare da' belli ingegni formando et componendo simil'opere ingegnose. [219] Et nel vero par da prender non poco di maraviglia che, essendo ancora molti valent'huomini in queste prossime et dallo studio, osservatione et diligenza de' quali  stato portato tanto di lume a questa delle medaglie, come ad altre spetie d'antichit nell'opere loro, non si sia veduto parimente chi per ogni pienezza et compimento n'habbia recata di quelle qualche luce, acci che dirittamente si potesse alquanto caminare per le vere strade che tener si deono in saper dar'alcuna vera forma a s fatte materie di riverci. [220] L onde in questo mentre noi, per mostrar pure in qualche parte come si possa apprender quello che  forse in ci pi d'altro importante, scopriremo come per noi si potr il meglio alcun luogo acconcio et proprio d'onde si possan poi agevolmente trarre i riverci accommodati alle persone /c. 44r/ private, o vero atti a dimostrar et manifestar le qualit et le virt dell'animo altrui, s come si pu dire che siano quasi tutti questi presenti de' Cortigiani Ferrai(u)oli, che per aventura in pochi altri modi si possan comporre riverci per persone private, s come fu di sopra mostrato.
	[221] I luoghi adunque per rappresentar con figure di pi cose le virt dell'animo altrui esser potranno (s'il giuditio non c'inganna) immagini di deit de' gentili presi per quella virt, natura et propriet che da essi era misticamente con quelle significata et intesa, et di queste ne fia prestata a ciascuno non picciola copia discorrendo et ricercando da per se medesimo per tutte quante quelle forme di dei che da loro furono riposte o finte sopra 'l cielo, ne la terra et fin dentro l'oscuro dell'inferno. [222] Oltr'a questo paiono ancora a tal opera molt'atte cose le favole et le fintioni de' medesimi gentili et approvati autori, pur che elle sieno note, vaghe et di convenevol significato et proprio con quello che si ha da esprimere et notificare. Tali sarebbono non <poche> delle favole, o transformationi cantate da Ovidio, et a queste appresso molte notabili cose sparsamente segnate per l'antiche et degne historie, et ultimamente non manco punto di tutte le dette cose sarebbono accomodate quelle che misteriosamente son prese et /c. 44v/ intese dagl'autori et che cose gieroglifiche sono da loro addimandate, tratte per lo pi dalle scienze degl'antichi et savii sacerdoti d'Egitto, et perci ancora chiamate sacre lettere, delle quali, per nostro buonissimo fato,  apparso a' nostri giorni un volume tanto dotto et elegante et pieno, quanto a giuditio degl'intendenti huomini si potesse desiderare giamai da qual si voglia nobile et alto intelletto, quale si trova esser hoggi l'opera del Pierio Valeriano, mare, veramente, et oceano da trovar'ampiamente materie et instrumenti appresso attissimi a cos fatte opere d'ingegno. [223] Et tutto questo che in ci  stato detto, s'intenda secondo l'opinione di coloro da' quali a' tempi nostri non si rifiutano ne' componimenti poetici, o d'altre simili inventioni le predette favole et opere gieroglifiche. Et di queste simili cose non mancano tra' presenti riverci, s come tra gl'altri si vede esser quello che porta il pileo, che noi diciamo cappello, posto in significamento della libert, per le cagioni che al suo luogo si diranno. Et felicemente in verit riusciranno sempre in medaglie a chiunque vi rivolger il pensiero et lo studio le dette cose gieroglifiche, pur che bene, come poco fa si disse, et propriamente sieno all'intentione dell'autori accomodate.
	[224] S'a veruno altro ancora porgesse mai noia alcuna il vedere che infra /c. 45r/ tali moderni riverci ve n'ha alcuni a' quali fa di bisogno, per manifestar pienamente l'intendimento loro, dell'opera de' colori, cosa nel vero, s come in tal caso non conceduta principalmente nell'imprese, da permettersi molto meno nelle medaglie, i primi autori delle quali le formaron sempre in metalli, dove si vede chiaramente i colori non haver mai luogo alcuno, a s fatta oggettione, et non indegna d'esser avvertita, si pu senza troppa difficolt rispondere, dicendo a chi ben riguarda che non si disdicono a s fatti riverci per lor natura i  colori ogni volta massimamente che le figure poste in quelli, perch elle sieno appieno rappresentate, hanno de' colori mestiero, poscia che non si pongon quivi le figure per altra cagione se non perch'elle aprino dirittamente la principal intentione dell'autore et mettano davanti agl'occhi altrui le cose nella forma stessa che ella fu in verit. [225] S che qualhora faccia bisogno, non che necessit ad alcuno, per far'intender'et conoscer la cosa, d'usar colori nelle figure che ne' riverci si pongono, non si dubbiter punto in tal caso (quanto al veder nostro) di non concedergli a chiunque ne habbia di bisogno. Ben si confesser parer molto meglio il non haver'in ci a valersi di colori, acci che tali riverci si possano pi sicuramente in metalli rappresentare secondo lo stile et il costume antico, che per altro in disegni et in raccami non /c. 45v/ perderanno perci punto della loro usata vaghezza, o valore, avvenendo tal cosa ne' riverci, chi ben la considera, pi per accidente che per natura. Et gl'antichi ancora, per le dette cagioni, non si sarebbono forse guardati da porre ne' lor riverci i colori, s'havesser creduto d'appoggiarli a soggetto, o materia tale che gli havesse potuti assicurare di quella perpetuit che in essi andavano ricercando.
	[226] Non sar forse ancora mal nessuno a non lasciar'in dietro di toccar con due parole, prima che si ponga l'ultima mano a questo secondo discorsetto, sopra la parola onde si chiama l'altra parte delle medaglie poi che da certi riverso, da alcuni rovescio, et da altri rivercio  addimandato. [227] Diciamo brevemente, adunque, che, lasciate le due prime voci, si son voluti questa volta i Ferrai(u)oli appigliare all'ultima, confidati forse di poter ci fare per non poche, n leggieri cagioni, le quali per avventura son queste, o simiglianti. Perci che, quantunque sieno incontra a questo vocabolo rivercio cos detto, o scritto, il parlare et la scrittura de' primi popoli et de' migliori scrittori toscani, li quali, se non di medaglie, pur d'altre cose et propriamente parlando hanno detto rovescio et non rivercio, donde  stata poi presa la parola metaforica delle medaglie, nominando una delle parti d'esse rovescio, con tutto ci l'uso del /c. 46r/ parlar de' nobili nella citt di Siena, dove la presente Ventura fu tratta,  in questo modo diverso, et dove impossibil quasi sarebbe che alcuno s'inducesse mai a formare et proferir simil parola altrimenti per non venirne ancora beffato, lasciando rivercio per pigliar rovescio. [228] Il che  da stimare che habbia non leggiermente confortato simili Cortigiani a cos doverla scrivere, et in ci possono essere stati affidati non poco ancora dal parer loro che la lor patria non sia dell'ultime citt di Toscana et che in quella per ogni tempo siano state persone che habbian dato qualche opera et studio alla forma della bella lingua et della buona scrittura di tal provincia, et che con alcuna sicurt et ordine si possa dagl'habitatori vicino l'Arbia riporre in scrittura non solamente una voce alquanto variata da quella medesima che  parlata da quei dell'Arno, ma dell'altre ancora, usate per con legittime formationi et derivationi di nomi et di verbi sue naturali et proprie, quantunque diverse alquanto forse dall'altre che son passate oggi in assai comune uso et attribuitesi del tutto la vera et perfetta propriet del parlar toscano. [229] Che s'alle citt della Grecia, quando quella provincia di popoli et d'ingegni fioriva altamente, non fu vietato lo scriver grecamente a ciascuna secondo l'uso di lei nativo et proprio, non ostante che vi fosse la /c. 46v/ lingua del parlar comune et di tutte l'altre pi perfetta, non so vedere con qual ragione debba esser vietato alla citt di Siena, se non la prima, non anco la terza della provincia toscana, di scriver voci, cos di nomi, come di verbi, secondo l'usanza, o pi tosto la natura del parlare di quella, pur che tuttavolta con giuditio, con regola et con imitatione de' buoni autori si spieghino i lor concetti, s come far conviensi a tutti coloro che dalli scritti loro amano riportar nome et vera lode.
	[230] S'aggiunge a quanto s' detto ancora il parerne che la voce rivercio sia pi bella et pi dolce a proferire et comunemente pi usitata in molte parti d'Italia, et tanto pi confessandosi per non pochi giuditiosi spiriti (se non voglion perci in parole et in scritture lusingar questa natione) che la lingua de' sanesi proferisca le toscane voci con molto maggior gratia et dolcezza che quella di coloro non fa che s'arrogano d'essa, per ogni rispetto et cagione, tutto 'l principato et l'imperio, et che i sanesi in molte cose hanno raddolcite et temperate, o schifate alcune asprezze che in effetto si veggono nel resto della Toscana. [231] Ma per non esser questo breve luogo capace alle tante cose che in s fatto proposito dir con piene ragioni si potrebbono, si lasciar tal impresa per hora da parte, non dovendo mancar (come si spera) chi con altri nobilissimi concetti academici /c. 47r/ sia insiememente per trattare con abbondanza et chiarezza di questo particolare, cio Quanto possa ciascuna nobil citt di Toscana, scrivendo nella lingua nativa et propia, assicurarsi di scriver bene et toscanamente, ma se sia vero che la parola rivercio pi bella sia et pi vaga che rovescio, rimetterassi al libero giuditio de' pi dilicati et purgati orecchi liberi da passione. [232] Ben si dir che quello sia pi ragionevolmente detto che questo non , conciosia cosa che la particella ri nell'esplicar s fatte voci di reiteramento di cose nella lingua toscana sia molto pi in uso che la ro, dicendosi in quella riandare, ritornare, rifare, riedificare et ultimamente rivolgere et rivoltare, donde si vede essere stata presa questa voce di rivercio, per che altri si rivolta la medaglia in mano per veder ci che dall'altra banda vi sia riposto, senza dir nulla del biasciamento et aprimento di bocca che convien fare a chi rovescio vuol proferire: et chi nol crede ponga mente, se gli piace, a chi principalmente per sua natura cos la parla, et baster per chiarirsi in tutto chi bene a rivercio pronuntii tal parola. [233] Che poi buona parte d'Italia ancora dica rivercio, et non rovescio, basti et appaghi altrui l'essempio della corte di Roma, dove si ripara sempre il fiore de' nobili spiriti Italiani, da' quali  certo che si parla tal parola come da' sanesi, et non come /c. 47v/ da alcuni altri vien fatto. Dove ancora chi non sa che, tra l'altre infinite delicatezze et virt di cui ogn'hora vien pi ornata et pi bella quella primiera corte delle provincie christiane, si netti et si pulisca questa nostra favella et si ammendino et purghino tutte l'imperfettioni del parlare et del proferir proprio et naturale delle citt particolari di Toscana? [234] Et in maniera dagli ingegnosi et politi cortigiani di Roma si d opera intorno a ci, che non mancano ancora di quelli pi arguti et faceti, li quali per lor diletto facciano conserva d'alcune parole propriissime et di tuoni et di voci et di pronuntie di diversi popoli toscani, per prendersi talhora non leggiero spasso di coloro che, uscendo uccelli nuovi del nido, se ne volano di posta a Roma et per esser nati in Toscana non prendon guardia niuna come si parlino, dandosi a creder che ci che dicono, et nella maniera che lo dicono, debba esser a martello ricevuto per ottimamente detto. [235] Della parola riverso non si dir altro, essendo voce del tutto lombarda, bench sia alcuno de' primi che oggi hanno trattato di medaglie, il quale delle dieci volte le nove dice "riverso", forse per che l'us l'Ariosto in rima l dove disse: "Sobrin raddoppia il colpo, et di riverso". 
	[236] Et tanto basti haver detto per aprir in parte l'intentione sopra cui fu posata la Ventura de' riverci delle /c. 48r/ medaglie de' Cortigiani Ferrai(u)oli, et per discioglimento ancora delle dubitationi che pareva si potesse muover'intorno alla composition di quelli. Passisi hormai ad alcune brevissime dichiarationi di cose che per aventura potrebbon parer'alquanto oscure intorno a ciascuno rivercio particolare.



		Brevi dichiarationcelle intorno a' di sopra
		     dipinti Riverci, a' quali rispon=
		        deranno col numero appresso
			           segnato



			             I.


	[236] Cos  nota cosa che Minerva sia presa dagli 'ntendenti, oltr'agl'altri suoi significati, per la pudicitia, s come  nota et manifesta la figura di quella dipinta in questo rivercio: s che n quella, n questa accadr hora voler mostrare con parole esser vera. [237] Il dragone poi che l' appresso ne d ad intendere la svegliata et vera cura che honesta /c. 48v/ et nobil donna dee sempre tenere della sua pudicitia incontro alle molte et diverse insidie che ogni giorno da pi parti le vengon tese, perci che si ha per cosa ferma il drago esser di acutissima vista et di ferocissima forza per sua natura. [238] Si lascia d'andar descrivendo minutamente la persona et l'habito di Minerva et di gir discorrendo sopra ciascuna parte et propriet di quella, s per non esser cose queste del tutto scure et il luogo presente esser dedicato alla somma brevit, s ancora per poter ciascuno, ricercandole da varii scrittori che n'hanno parlato, ritrovarvele pienamente trattate, o ver con l'alto ingegno et giuditio suo fabricarvi sopra belle et nuove considerationi; et il medesimo si dice intorno a tutti gl'altri riverci che con questo presente riterranno alcuna simiglianza.



			              II.


	[239] La figura posta a man destra del secondo rivercio  la Virt, vestita tutta di bianco, con ali parimente bianche sopra gl'homeri, con ghirlanda di Lauro in testa et ramoscello di palma in mano, posata un piede sopra un corpo quadrato, o ver dado. L'altra figura  la Fortuna, come per se stessa ottimamente si manifesta. [240] Certa cosa , nel vero, che grande et infinito  il valor della virt: /c. 49r/ niente di meno talhora, pi tosto, in verit, per poter'apparir'altrui, che ella ne sia per se medesima bisognosa, le fa mestieri ancora del favor della fortuna, onde il dottissimo messer Alessandro Piccolomini, per significarne cotal intendimento, fece dipinger le due sopranominate figure, dicendo appresso: o questa vaglia, cio la Virt, o questa voglia, cio la Fortuna; le quali  chiarissimamente noto al mondo con quanto raro et mirabil consentimento si ritrovino oggi ugualmente congiunte insieme in questo non men fortunato che savio, prudente et virtuoso Gran Duca.



			             III.


	[241] Riguarda il presente rivercio al nome della donna a cui fu mandato dal Fato, nominata Artemisia, conciosia cosa che la moglie di Mausolo re di Caria, chiamata con questo nome, amasse di maniera il marito che, venuto quello a morte, prendesse l'ossa et le ceneri di lui, et con acque et unguenti odoriferi le mescolasse insieme et le bevesse, et altri molti segnali ancora non minor di questi mostrasse dell'ardentissimo amore che a quello portava. [242] Dalla quale Artemisia ancora, a perpetua ricordanza della piet sua verso il marito, fu fatto edificar'un sepolcro di tal materia et di s fatto lavoro, che da poi numerato venne infra le sette maravigliose cose che fossero allhora nel /c. 49v/ mondo. Et da indi innanzi ancora tutte le sepolture, o depositi drizzati in piedi per pompa et memoria de' grand'huomini stati al mondo furono mausolei nominati, s come da Svetonio Tranquillo, nobile scrittore, il sepolcro che fece Augusto fu chiamato Mausoleo.



			             IIII.



	[243] Altea, moglie d'Oneo re di Calidonia et madre di Meleagro, quando gl'hebbe partorito questo figliuolo, vide starsi intorno al fuoco le tre Parche, le quali, tenendo in mano un broncon di legno, assegnavano et riponevano in quello il termine fatale della vita del quivi nato fanciullo, la qual cosa ben osservata da lei, partite indi le Parche, prese il detto legno et con diligenza et cautela lo ripose, et custodillo fin a tanto ch'il figliuol Meleagro, per cagion della testa del famoso porco calidonio, mandato per isdegno da Diana a distrugger tutta quella contrada, fece morir due fratelli di lei, li quali non si volean mostrar contenti del dono fatto da esso in premio dell'occiso animale ad Atalanta giovanetta, la quale era stata primiera a ferirlo. [244] L onde Altea, mossa ad ira et vendetta contra il figliuolo, ricordatasi del tizzon fatale, corse subbitamente a porlo nel fuoco: et acceso /c. 50r/ ardendo, appresso si consum insieme con esso la vita dello infelice Meleagro.



				         V.


	[245] Per l'armi d'Amore rotte, spezzate et isparse che quivi hora scorgiamo, altro non pare in vero che si debba intendere se non che la parte ragionevole in noi gagliardamente contrastando con quella del senso, alla fine la supera et la vence, tollendole di mano et rompendo l'armi onde quella suole star sempre armata per ferire et prender i gattivelli et semplici cuori. Et di cotali armi si pruovano esser non deboli ma forti l'humana lascivia, i pensieri dolci et soavi, i piacevoli giuochi, le pompose et sollazzevoli feste, i balli, i suoni, i canti, i delicati cibi, et in breve il lento et brutto otio di tutte queste cose prima origine et potentissima radice.



				        VI.


	[246] Furon dagl'antichi drizzate statue, tempii et altari in honor dell'Honore. Il che senz'altro pu darne ad intendere in quanta, et quale stimatione fosse quello tenuto sempre da quelli egregii et immortali spirti, et per conseguente ancora quanto debba esser havuto in grado et /c. 50v/ pregiato sempremai da ogni generosa et nobil persona al mondo. [247] La figura dell'Honore si truova disegnata per un giovane senza barba, tenente sotto i piedi una tartuca; in gamba li stivaletti, nella destra mano uno scettro et nella sinistra un'asta; in testa la celata con le penne. [248] Per la celata posta in capo dell'Honore la virt si vuole intendere, la quale fa di mestieri per conseguir'honore et per la quale ancora ci rendiamo sempre sicuri da tutte le soprastanteci insidie, per la qual cagione medesimamente a quello  posta l'hasta in mano; per le penne  significata l'acutezza et l'altezza dell'ingegno, drizzato sempre a cose alte et singolari. Per lo scettro l'imperio di domar'i vitii et raffrenar le voglie et l'affetti humani. [249] Gli stivaletti, o borzacchini, che porta in gamba possono ammonirne di due cose: una si  che coloro che bramosi sono di seguitar la virt deono sempre presti esser et pronti per dover'essercitar quella et mutar luogo qualunque volta lor faccia di bisogno. L'altra si  acci che noi copriamo et difendiamo i piedi et le gambe, le quali, per la debolezza loro cagionata da questo corpo terreno, ci rende molto sposti et suggetti a' colpi delle voglie et degli affetti, et ci per mezzo della prudenza facciamo, di cui  gierogliico, simbolo et significato, come ci vogliam dire, la tartuca che l'Honore si tien sotto a' piedi. /c. 51r/ [250] In questa maniera, adunque, drizzando l'huomo i passi suoi con la scorta della prudenza appresso, far s che per se medesimo non s'indurra giamai nella necessit o pericolo dell'errore, et terr sempre avanti gl'occhi suoi et risguardar il vero et giusto honore.



				       VII.


	[251] Quegli figurato accanto ad Amore  Imeneo, riputato dall'antichit signore et dio delle nozze et de' maritaggi. Dicono alcuni che costui fu figliuolo di Venere et di Bacco; altri d'Urania, una delle nove Muse, et il primo fra gl'huomini che ordinasse li sponsalitii et li matrimonii. Altri affermano Imeneo essere stato huomo ateniese, il quale, havendo tolte dalle mani de' ladroni alcune fanciulle vergini, le restitu salve et intatte a' parenti loro. Et per questa cagione essere stato poi da' gentili chiamato il suo nome nelle nozze, s come di persona difenditrice della pudicitia delle giovani donne. [252] Altre et diverse opinioni ancora sono rapportate da varii autori dell'esser d'Imeneo, et secondo quelle diverse son le cagioni per che egli fosse invitato, et con letitia et festa chiamato dalle genti nelle nozze et matrimonii loro, ne' quali, s come Imeneo senza la compagnia di legittimo, sincero et ardentissimo amore non pu giamai operar cosa di niun profitto buono, cos all'incontro, congiunto /c. 51v/ strettamente et santamente con quello, non produce giamai se non cose di dolcezza, di bont et di somma perfettion ripiene.


				       VIII.


	[253] Era in costume appo gl'antichi di far sacrifitio alla fede con la man velata per darci ammonimento che la fede, per qualunche cagione altrui donata, dee star sempre coperta et secreta. Della fede poi vera propriet pu saper ciascuno esser la saldezza et la costanza di quella, la qual per la pietra del diamante qui riposta vien'intesa, s che congiunte queste due s fatte cose nella fede, et la secretezza et la costanza insieme, non ha dubbio niuno che faccian poi un composto interamente perfetto.



				       VIIII.


	[254] Pu ciascuno da se medesimo per cos fatto rivercio comprendere che Amore habbia a' d nostri ancora ritrovata in altrui di quella grave forza ch'egli adopera verso gl'altri continuamente, cio del ferire con amorosi strali, s che esso, quantunque dio dell'amore, sia stato pur giunto al passo et amorosamente piagato. Et questo nel medesimo modo che da Apulegio  favoleggiato Cupido esser gi nell'amorosa rete di Psiche, leggiadrissima fanciulla, /c. 52r/ involto et preso, et tutto ci molto meglio avvertir qualunche spirito gentile che habbia veduta mai la donna per cui  stato composto simil rivercio, o vero che habbia almeno udite per alcun modo ricordare le celesti bellezze et le divine amabili maniere di lei.



				         X.


	[255] Sono stati attribuiti a Giove gli scettri et regni, le potest et i governi grandi sopra quelli, et perci il presente rivercio non pu haver riguardo ad altro che al dignissimo scettro et felicissimo regno di questo Serenissimo Principe et al giusto et prudente governo principalmente de' suoi stati, de' quali, con somma sodisfattion di lieti popoli, gli fu dal prudentissimo gran padre posto in mano il freno e 'l governo. La palla rossa che Giove tiene in mano  simbolo della Serenissima fameglia de' Medici, rappresentante in questo luogo il mondo.



			             XI.


	[256] La forma del tempio si dichiara per se medesima, et l'insegne d'Amore quivi poste manifestano a qual delli dei sia consegrato, /c. 52v/ et dal corpo della presente medaglia, dallo spirito et dalle sue parole si scuopre quello che per lei si debba, o si possa comprendere.



				       XII.


[257] La favola di Titio, a cui sono continuamente divorate le viscere dall'augello dall'adunco rostro, messaci hora innanzi dipinta, potr hora ancora, a chi voglia andar quella alquanto adentro riguardando, mostrar facilmente ci che con la sua scorza ella ricuopra.


				       XIII.


	[258] E' da sapere che tutti i fiori sono tenuti per simboli, o ver significati della speranza. Perci se la speranza (come diffinisce il platonico Speusippo)  un aspetto di bene, s come all'incontro la paura un movimento d'animo con aspettation di male, et se dal veder noi i fiori sogliamo indi l'uso de' frutti attendere, non far dubbio a persona ch'il fiore non sia annunciator del futuro bene et appresso che non prometta a man a mano il /c. 53r/ crescente frutto. [259] Ma quantunque di tutti i frutti sia il privilegio di apportarci buona speranza, niente di manco uno oltr'a tutti gl'altri, cio il giglio, per comune consentimento tiene il primo luogo di questo significato et perci nell'antichit con la scrittione della speranza si ritruova pi tosto il giglio che qualunque altra sorte di fiore. Per che si vede la medaglia dell'imperador Alessandro Pio Augusto haver dall'altra parte una dea che nella destra tiene il giglio col motto SPES PUBLICA. Ancora il medesimo motto colla medesima figura si vede nella medaglia dell'impera(t)or Emiliano, et in quella di Tito Claudio si legge SPES AUGUSTA.



				       XIIII.


	[260] Appresso i popoli di Livonia fu una specie di giuditio et di giuramento sopra 'l ferro rovito, pi tosto superstitiosa in vero che pia, per che, coloro che d'alcun grave fallo et sceleranza fossero accusati, erano chiamati al ferro infocato et talhor forzatamente erano a quello costretti. [261] Il costume era di questa maniera: ch'il reo del peccato dovesse prender'in mano il ferro tratto fuori di mezzo i carboni accesi, mostrando questo suo atto agl'accusatori et a' giudici, et se egli senza cuocersi et sentirne /c. 53v/ punto di offesa et di dolore sano rimanesse della mano et salvo, dovesse interamente esser dall'accusa assoluto, ma s'egli non havesse potuto sofferir la forza di quel fuoco, s come convinto del fallo statogli opposto venisse subitamente condennato.



			             XV.


	[262] Fu dagl'Egittii, solennissimi investigatori delle cose naturali, osservando ritrovato nella colomba tanto di pudicitia et di fede verso il compagno suo che, volendo essi descrivere et significar donna nella vedovanza perfetta et riguardevole, dipensero una colomba nera, et con tal segno dichiaravano aperto che colei non fosse passata alle seconde nozze, ma che tutta oscura et mesta manifestasse il grave dolore ch'ella sostenesse del primo suo morto marito. [263] L'usar nelle cose dogliose et meste il color negro fu gi, com' hoggi, ancora comunemente usanza di molte genti et nationi, quantunque scriva Plutarco et Erodiano che ne' mortorii degl'imperadori romani usassero le vesti bianche. Il color nero  segnal di fermezza et di perseveranza, ma gl'altri colori trapassano agevolmente d'uno in altro et col mescolamento di corpo pi scuro divengono pi spessi /c. 54r/ et pi densi, infin a tanto che con ordine diritto pervengano a quello che veramente  nero, perci che allhora ivi ciascuno si ferma.



				       XVI.


	[264] Il pesce qui dipinto  da' latini chiamato echino di mare per dividerlo da quello della terra, et noi lo possiam domandare riccio marino per separarlo dal riccio terrestre. La sua figura  quasi in forma di lenticchia, la crosta di chiocciola et veramente scabrosa, con ispesse linee et righe tirate quasi in forma ritonda et alquanto dipinta. E' armato di spine nella guisa del terrestre, ma quelle di questo son'alquanto pi splendenti. [265] Questo animale, s come riferiscono valenti scrittori, prevedendo per sua natura le fortune et le tempeste che deono sopravenire in mare, non meno che quell'altro si faccia quelle di terra, si provede di molte pietruzze et di rena, et di queste caricandosi si fortifica contra la forza et orgoglio dell'acque gonfiate. Onde non sono mancati di quelli che per lo riccio marino hanno figurata la sicura navigatione, conciosia cosa che i naviganti, dall'accortezza di quello avver/c. 54v/titi, proveggiano a' bisogni loro et si rendan sicuri dalle tempeste del mare.



				       XVII.


	[266] Essendo stato il Serenissimo Principe di Toscana, pel gran governo che egli amministra, assimigliato al gran Giove, ragionevol era bene che la Serenissima sua moglie fosse accomparata a Giunone. Dalla quale, per lo presente rivercio levata via ogni alterezza, superbia et gelosia et altre simili non buone qualit, di cui ella venga notata dagli scrittori, vi sono state lasciate iscoperte et affermate tutte l'altre belle et gran virt et potest di che quelli medesimi hanno fatta lei ricca et adorna, s come dal motto si pu comprendere, il quale ancora par che tiri altrui grandemente nella consideratione del dignissimo titolo di Sua Altezza, et non meno niente appresso in quella grande et santa humilt che vivamente regna in cos gran donna et reina.



				      XVIII.


	[267] Gli Scithi popoli havevano in usanza, qualunche volta volevano do/c. 55r/mandar'altrui favore et aiuto ne' lor bisogni et necessit, di far distender'in terra una pelle di b, et con le mani rivolte dietro le reni sedervi sopra colui che bisogno havesse, dove tutti coloro che lo volevano sovvenire ponevano il destro piede sopra la detta pelle, dichiarando quanto fosse quello di che potessero far dono et gratia al domandante.



				      XVIIII.


	[268] Nota  la pittura di Diana, nota quella d'Amore et non men noto il significato in che quella et questi si prenda ogn'hora et di qual maniera appresso sieno essi nemici insieme.



				        XX.


	[269] Molti et diverse cose si trovano scritte da pi autori in dichiaratione delle tre diverse parti d'animali onde  stata composta la chimera, cio della parte dinanzi di leone, della parte di mezzo di capra et di quella di dietro di drago, o ver serpente. Ma quella opinione intorno a ci par che sia molto volentieri ricevuta da' belli intelletti che per la parte dinanzi s'intenda la ferocia et la nequit /c. 55v/ dell'amore, la qual fu da Bellorofonte postoci hora davanti agl'occhi vinta et superata, perci che di tal sorte par che sieno i principii in amore che nel primo incontro c'assaliscano con fierezza di leone. Per la capra fu significata la lascivia, a cui il medesimo eroe fortemente fece resistenza, per lo drago, o ver serpente, fu significata la battaglia et il contrasto pericoloso che in amore si trova.



				       XXI.


	[270] Il drago, per le sue disopra raccontate parti della sua prontissima vista et ferocissima forza, fu ancora da' poeti posto alla guardia et difesa delle cose ricche et belle, s come furono i pomi dell'oro nel bel giardino delle fanciulle Esperide.



				       XXII.


	[271] Dice Eutimio che, in qualunche luogo delle sacre lettere si fa mentione della nettezza et purit delle mani, sono per le mani l'attioni et l'operationi significate, essendo che per mezzo di quelle sian solite farsi l'opere sue dall'huomo. La mondezza /c. 56r/ delle mani senza dubbio niuno dimostra l'innocenza, onde ancora l'atto del lavarsi le mani  segno d'innocenza, quasi che di non l'haver imbrattate allhora gl'huomini facciano professione. [272] Gl'antichi, ogni volta che volevano con testimonio confermare s d'alcuna sceleratezza esser'innocenti et non s'esser mescolati in veruna lorda attione, n prestatovi il lor consentimento, al cospetto di tutta la moltitudine si lavavano le mani, acci che da quella mondezza delle mani dessero inditio insiememente della purit et candidezza dell'animo loro.



				       XXIII.


	[273] Da' filosofi che delle cose di natura lasciaron nobilissime cose scritte fu detto fra l'altre che qualhora l'obietto sensibile d'alcun de' sentimenti nostri  di tanta forza et valore che ecceda et avanzi fuor d'ogni proportione la potenza del senso a quello appropriato, qual sarebbe un grandissimo et stupendissimo suono che percotesse l'orecchie, od una splendentissima et soprhumana luce che ferisse l'occhio d'alcun mortale, medesimamente non possono essercitar l'offitio et le operationi loro del veder et dell'udire, ma ne divien'/c. 56v/ancora offeso et guasto lo strumento per lo cui mezzo ponevono in opra l'uditiva virt et la visiva potenza loro. Et il simile intender si dee degl'altri sentimenti ancora. [274] Onde si pu hora facilmente stimare di qual forza et virt fosse la luce che tolse gl'occhi ad Amore, il quale ci si presenta qui davanti fatto cieco per la somma potenza d'un lampo et d'uno splendore onde  stato fierissimamente percosso, poscia che, non si dovendo credere che le parti et le pi nobili del corpo di quello sieno caduche et debili, s come le nostre mortali, ma celesti et divine, fu di mestieri che maggior divina possanza che 'n lui non era si trovasse in quel luminoso colpo, il quale per non poter sostener con gl'occhi suoi gli fu forza venir meno della sua luce, et da indi innanzi restarne privato sempre.



				       XXIIII.


	[275] Si fa riconoscer la presente figura dalla sua notissima favola d'Issione penato sopra la girante ruota in inferno. Intorno a cui varie cose potrebbonsi andar col discorso applicando, s come /c. 57r/ ciascun pellegrino ingegno per se medesimo pu benissimo cognoscere et con l'effetto comprovare. E ci per avventura sarebbe se si ponesse mente a' continui movimenti ch'in occorrenze d'amore, di fortuna, o d'altro avvengono all'huomo, per li quali accada che, s come la rivoltata ruota in un medesimo luogo, bench con le parti sue mai non si fermi et sempre sia mossa et agitata, niente di meno tutta insieme presa et considerata sta salda et forte et mantiene tuttavia il vero essere et istato suo, cos medesimamente l'huomo savio et prudente da' casi predetti, quantunque travagliato spesse volte et turbato sia, nulla di meno fermo et costante si conserva ogn'hora nel suo virtuoso operare, n da quello  giamai per accidente alcuno ancor che grave del tutto rimosso, n levato. [276] Et che 'l tormento amoroso si possa a quello assimigliare che per la voltata ruota si sostiene, ne fa dolente testimonianza quel plautino amante dicendo: "Lasso me, ch'in questa ruota d'amore agitato, voltato, stratiato, stimolato et conquiso mi ritruovo". [277] Altre considerationi appresso, et di queste molto maggiori, si potranno ne' belli intelletti destar' et muovere sopra questo, od altri concetti di tali riverci a questo simili. Et hora massimamente da chiunque volger la mente alle /c. 57v/ singolari parti et chiarissime virt di colui al quale  stata ordinata dal Fato et dedicata la presente medaglia.



				       XXV.


	[278] Avvenne l'anno prossimo passato nelle sere del carnovale in Siena, c'havendo alcuni non meno ingegnosi che nobili giovani della citt continuato di gentilmente trattener vegliando alcune bellissime et nobilissime donne, una volta tra l'altre trascorse il trattenimento loro per la piacevolezza sua fino all'alba del giorno, quando, partendo le donne per andar'alle case loro, furono a quelle da' medesimi giovani accompagnate, li quali, preso al fine dall'ultima che condussero in casa di lei commiato, non essendo punto ancora aggravati dal sonno perduto la notte passata, tutti concordi cos per tempo lietamente s'inviarono verso una porta della citt per potere con libert maggiore goder'insieme della loro usata dolce conversatione. [279] Tutti per ventura havevano allhora in dosso il ferraiuolo, tra' quali essendo uno che l'havea di rosso colore, et perci molto apparente infra gl'altri, procurata questa cosa da tutti, fu di comune consentimento chiamato et salutato da /c. 58r/ ciascuno per lor Principe. Egli, non rifiutando cos bel titolo, n s gran carico appresso del dover'altrui comandare, cominci a valersi dell'autorit sua et a divisar varii carichi a ciascuno, creando in tanto tutti gl'offitii ch'ad una vera et nobil corte sono dovuti et necessarii, s che non era alcuno di quella nobil compagnia che, con ogni osservanza, prontezza et riverenza, mancasse di dire et di far tutto quello che dal suo Principe gli venisse comandato. [280] Questa compositione et adunata di giovani, ridotto in simil forma a caso et per giambo, hebbe cos bello et gratioso incominciamento che non parve di poi a niun di quelli che v'erano intervenuti, per la dolcezza et sodisfatione di ci presa, che per niun conto si dovesse lasciare svanire, ma con ogn'opra et diligenza da condurlo fosse avanti sotto un s bel nome di Corte, da veruna s fatta compagnia d'huomini non mai pi preso, et con opere liete et ingegnose incaminar si dovesse arditamente ad honorate imprese et di quelle buona parte si rivolgesse al servigio et essaltatione delle nobili et virtuose donne. [281] Non manc a s bel pensiero il suo dovuto effetto, s che aprirono i predetti giovani subitamente una nuova Corte, aggiungendo ancora altri accorti et destri ingegni /c. 58v/ desiderosi d'entrar'in quella, et in breve divenne tale quale si vede esser ne' presenti giorni. Et indi a questo d sono stati dati quei saggi della destrezza et del lor valore che non senza diletto et contento altrui si sono nella lor patria veduti, con isperanze non leggieri che debbano da quelli esser dati degl'altri per l'avenire non punto di minor succo et dolcezza. [282] N a caso per certo  stato il presente rivercio dalla sorte a simil gentildonna mandato, essendo ella veramente tra le principalissime di quelle per cagion delle quali la predetta Corte s'aperse, et per poter loro in ogni miglior modo servire et piacere tuttavia pi numerosa et fiorita divenne. 



				       XXVI.


	[283] I due nobilissimi pianeti di Venere et di Marte, la figura de' quali  nel presente rivercio con atto amichevole insieme disegnata, erano cos disposti et situati nell'alte parti del cielo et cos l'un verso l'altro risguardava, allhora che per largo et benigno favor delle stelle fu al mondo prodotto il romano eroe a cui  il detto rivercio destinato, che la ferocia et l'asprezza che per natura /c. 59r/ sempre si ritruova in Marte divenne dalla benignit et dolcezza naturale di Venere temperata, et all'incontro queste due piacevoli qualit di Venere furon da quelle agre di Marte in guisa condite che n'usc formato un composto d'ogn'alta et gioconda virt pieno et adorno, et fu uno aspetto celeste in somma di tal dispositione qual bisognava a far concepir'et nascere un cos fatto eroe, come al presente conosciamo questo compiuto signore, conoscendolo noi attissimo ugualmente all'alte cure et importanti imprese della guerra et alle gratiose et honeste della pace, talch di lui par che con ogni ragione dir si possa ch'egli col valore, sapere, gentilezza et leggiadria sua veramente sia huomo da tutte le sorti de' tempi et da tutte l'hore. [284] Qual fosse la forma et la disposition dell'aspetto de' due gi detti pianeti in cielo, et con qual cambievol temperamento finalmente si riguardassero l'un l'altro quando un cos fatto parto venne nel mondo, si lascia a' dotti astrologi considerare.



				       XXVII.


	[285] Appare chiaro per se stesso che questa medaglia con la sua figura ha /c. 59v/ riguardo all'atto che si legge di Portia romana, figliuola di Catone et moglie di Bruto, li cui castissimi carboni accesi sono da tutti i secoli in grande ammiration tenuti. Perci che, intendendo Portia che Bruto suo marito era ne la battaglia de' campi Filippi rimaso vinto et morto, poi che non l'essendo conceduto 'l ferro, n alcun'altra cosa per occidersi, non dubit prendersi in bocca i carboni ardenti, imitando con spirito femminile il fine del padre suo e la morte virile d'esso, del che come donna della gentilit merit non poca lode et lasci in dubbio s'ella havesse operato cosa di maggior fortezza di lui. Poscia che quegli con usitato et facile et ella con nuovo et difficil genere di morte et di pi intenso dolore distrusse se medesima.



				      XXVIII.


	[286] Quantunque la figura che con la verga in mano appresso ad una serpe ci s'offerisce hora davanti sia quella d'uno incantatore, et perci possa parer forse a proposito ad alcuno ch'in questo luogo si debba in alcuna parte mostrare che cosa sia incantesmo, o ver'incanto, di quante sorti se ne ritrovi, quali siano gl'effetti loro, quello che /c. 60r/ per ci fare et usar si convenga, non di meno non vi se ne far per mention veruna, come di cose non punto degne, n convenevoli a persone honeste, civili et sopr'ogn'altra cosa cristiane, del tutto nimiche non che lontane da cos fatti pensieri et magiche operationi. [287] Ben si potrebbe per aventura, moralmente parlando, dir che le gentili, accorte, belle et passionate attioni amorose habbian forza talhora non piccola di legare altrui a voglia propria et di cambiarlo non leggiermente da se medesimo et del tutto in atto trasformarlo, s come da' veri et sinceri amanti questa si prova come vera et principal passione che ne faccia loro sentir'amore. [288] Et il veracissimo amator di Laura moltissime volte queste trasformationi mostr d'haver'in s provate l dove disse:

		L'aura celeste, che 'n quel verde lauro
		spira (ec.)
		pu quello in me che nel gran vecchio mauro
		Medusa quando in selce transformollo.

Et l dove disse ancora:

		E mi fece obliar me stesso a forza
		che tien di me quel dentro, et io la scorza. /c. 60v/

[289] Con tutto quello ch'ei cant nella maggior canzone di lunghezza di versi, di gravit, di stile et d'altezza di concetti ch'egli habbia in tutto 'l suo mirabilmente grave e leggiadro Canzoniere, et onde le venne poi ragionevolmente il nome della canzone delle trasformationi. Et forse non meno quando disse:

		Gratie ch'a pochi il ciel largo destina.
		Rara virt non gi d'humana gente

infino al fin del sonetto: 

	da questi maghi trasformato fui.

[290] Che se col canto, come disse quell'altro raro poeta, si vince il serpente et gli si toglie il suo veleno, non crederemo che, aggiunti a quello in amore gl'atti, li sguardi et l'opere d'una leale et larga servit, di canto non divenga potentissimo incanto?



				       XXVIIII.


	[291] Che appo gl'antichi, s come hoggi ancora, fossero asili, altari et luoghi di sicura et santa franchigia, non credo esser nascoso a veruno. Perci Priamo appresso Virgilio, perduta ogn'altra speranza di salute, si fugg all'altare, al quale la moglie disse;

		Haec ara tuebitur omnis. /c. 61r/

[292] Et Marco Tullio per Roscio comedo: "Sicut in aram confugit ad huius domum", cio "S come all'altare s'  di costui rifuggito alla casa". Et Ovidio nel libro de' Tristi: "Vnica fortunis ara reperta meis", "Unico altare trovato a mie fortune". In tanto appresso gl'antichi era noto simil concetto che ne divulgarono il proverbio: "Confugere ad sacram aram", cio "Rifuggirsi al sacro altare", per significar luogo di sicurissimo rifugio.



				       XXX.


	[293] La figura che nell'altra parte di questa medaglia si scorge in habito ninfale appresso un antro, grotta, o spelonca,  la ninfa Echo, di cui, com' noto, si favoleggia da' poeti che, essendo lei da Narciso, dell'amor del quale sommamente ardeva, schernita et sprezzata, da estremo cordoglio trafitta consum infelicemente la vita sua, et convertito il corpo suo in un duro sasso, non ritenne altro che la voce, per il che di lei fu detto: "Et quella che lui amando in viva voce / rimase il corpo un duro sasso asciutto". [294] Echo  un ripercuotimento di suono, o di voce, s come tal parola nella lingua dove fu formata significa. Si forma nelle valli et negl'altri luoghi concavi, dove  mosso, o rotto l'aere ch'indi risulta, ne' qua' luoghi con pi numeroso ripercuotimento sono multiplicate le /c. 61v/ voci ricevute. Et, come dice Plinio,  stato da' greci detto echo per non haver campo da vagar liberamente, ma  dalla parte opposta ribattuta; et la piena et vera diffinitione che ne danno i naturali si  che echo altro non sia ch'una voce ripercossa da una concavit di luogo opposto, che non realmente, ma, come dicono i filosofi, intentionalmente ritorna la medesima in specie, ma per movimenti diversi. [295] Non si esaminaranno con le prove loro ciascuna delle parti di tal diffinitione per non parer questo il luogo suo; dirassi bene che simil suono d'echo si sente molto pi forte alla campagna nella primavera che in qualunche altra stagion dell'anno, et la cagione per aventura potrebb'essere che la primavera sia pi humida di tutte l'altre et perci pi atta l'aria in essa a ritenere i percuotimenti de' suoni che vi si facciano, non essendo il suono altro che quello che risulta, o nasce dalla percossa fatta nell'aria; o vero si sente l'echo maggiormente in tale stagione perci che, uscendo simil voce, com' detto, da' luoghi cavernosi, li quali, venendo in quel tempo turati dalle frondi novelle, pi potenti al far resistenza che in altra parte dell'anno, il suono, che di tai luoghi ripercosso dee uscendo ritornar fuori, trova la strada e 'l passo /c. 62r/ pi stretto per la spessezza delle foglie et viene a uscir pi unito et per conseguente pi vigoroso et a farsi pi forte sentire. [296] Questo concetto fu ultimamente tra alcune altre leggiadre descrittioni della primavera dimostrato in alcune stanze con tai parole:

		Hor che rinuova dolcemente all'ombra
		i varii lai d e notte Filomena
		et ogn'altro augelletto, u' fronde adombra
		limpida acqua cantando, i balli mena,
		et al concento ch'ogni duol ne sgombra
		Echo rinforza la sua antica pena.

[297] Rendendo adunque echo le medesime voci, note, o suoni che senta ad altrui, nobile intelletto per certo  da stimar questo di s fatto rivercio, fondato, come la maggior parte di tutti gl'altri di questa Ventura, s come ragionevolmente richieggono simil concetti, sopra la materia d'amore, dove non par c'habbia dubbio alcuno che dar non si possa pi vero et pi notabil segno di sincero amore verso la cosa amata che mostrarsi ad ogn'hora in tutte le cagioni et in tutti i tempi di prender qualit dall'esser di lei, mestitia, o letitia ch'ella dimostri di sentire, et a ci con le voci et con l'opere rispondere /c. 62v/ sempremai, et in breve mostrarti tutto in lei trasformato, s come ci per detto rivercio si rende pienamente palese.



				       XXXI.


	[298] I lacedemoni dedicarono la statua di Venere armata per far manifesta la viril virt delle donne loro, perci che, essendo i lacedemoni venuti a gran battaglia co' messenii et non possendo sostener l'impeto di quelli et gi cominciando col piegarsi a mettersi in fuga, le donne loro, di ci fatte accorte, incontinente presero l'armi et, fatto sforzo contr'a' nimici, non solamente rimessero in piedi la gi perduta schiera de' lor mariti, ma roppero ancora et messero in fuga i messenii, onde i lacedemoni, abbracciando le mogli loro armate, cos come essi ancora erano, si congiunsero con sommo diletto insieme. Et cos da indi innanzi cominciarono ad adorare Venere armata.



				       XXXII.


	[299] Gli animi belli e generosi, che veramente col cuore alla lode et alla gloria aspirano, cos cercano et si studiano d'impiegar l'ingegno et le /c. 63r/ forze loro ad opere grandi et rare, quantunque difficili, che non hanno cura niuna del danno che indi loro ne possa seguire, pur che si rendan certi che ne acquistino il desiato frutto di grido et di fama: la qual cosa si scuopre in Icaro quivi dipinto.



				      XXXIII.


	[300] I gi di sopra detti virtuosi giovani della Corte de' Ferraiuoli pochi giorni doppo a quello che dato havevano principio alla compagnia loro, dando una sera infra l'altre honesto et nobil trattenimento a forse trenta gentildonne, per ogni conditione delle prime della citt di Siena, ridotte nell'antico palagio de' Cerretani, dove furono,MDRV habitatione de' gentilissimi messer Pietro et messer Girolamo Cerretani, due dell'honorato numero della predetta Corte, fra le altre sorti di belle et ingegnose inventioni che fecero comparir'avanti a quelle fu un Cupido, il quale, con estrema gratia cantando bellissime stanze, narr che la chiara bellezza et la meravigliosa gratia di quelle gentildonne, s come havea sempre di gioia et di letitia empite l'humane menti, cos ancora havea colmate <di invidia> con le tre Gratie la dea Venere insieme. [301] Ma da poi che esse a segnali manifestissimi s'erano pur /c. 63v/ accorte dalle qualit d'esse rimaner vinte, deposta ogni ira et ogni sdegno contra di loro conceputo, erano quivi allhora venute a confessar liberamente che per ogni giusta cagione le predette gentildonne di gran lunga lor passavano avanti. Et per ferma certezza di ci, lasciando tali dee gl'antichi regni loro, cedevano ad esse di quelli ogni in terra lor potest, s come a persone che n'erano assai vie pi meritevoli. Et che esso Cupido, parimente, spezzando strali, rompendo lacci et ispegnendo facelle che portava in mano, insieme con quelle a far il medesimo humilmente se ne veniva. [302] Appresso a questo narr s come Giove, che teneva delle medesime donne somma cura, acci che la di loro unica bellezza non venisse mai per tempo a mancare, anzi diventasse veramente immortale et che in niun conto di simili dee non fussero mai minori, havea proveduto loro d'arme contra ogni forza et impeto del tempo, onde non potesse mai esser distrutto quel vago e quel bello che cos chiaro regnava in loro. Cos presentarono a tutte le gentildonne che quivi si trovavano bellissimi vasetti pieni d'acque odoriferissime et di liquori preciosissimi, et questi havevano portato le dee dentro a bellissime canestre di vimi maestrevolmente intessute et dorate.



				 /c. 64r/ XXXIIII.


	[303] Fra l'altre belle et notabili virt che della natura del cane si ritruovano par che principalissima quella sia della fede et dell'amor suo. Per che Socrate nel Fedone giura per lo cane quando pensa che debba mantenersi et osservarsi la fede da coloro che ritengono il freno nelle cose della citt. Alla qual fede essendo stata havuta non leggiera consideratione, fu preso il cane per significato dell'amicitia, nella quale tra le principalissime parti, per sentenza di tutti quei che ne parlano, si ricerca la fede. [304] Moltissimi sarebbono et chiarissimi gl'essempi che al presente si potrebbono addurre dell'amore et della fede del cane, di che gli scrittori hanno fatta degna et perpetua memoria, ma per non dover'hora empir un volume saremo contenti di toccarne alcuni pochi degni d'esser notati et avvertiti. Si fa mentione, tra gl'altri molti fedelissimi et amorevolissimi, d'un cane c'hebbe un certo Pirro, di tanta fedelt verso il suo padrone che quando fu morto et posto sopra il rogo, o ver catasta delle legna accese ordinate all'abbruciamento dell'human corpo morto, subito fu dal suo cane seguitato, il quale messosi entro le fiamme volle pertinacissimamente morire. [305] D'un altro cane /c. 64v/ ancora si tien ragionamento che nella sepoltura di Teodoro saltatore volle rinchiudersi. E' ancora non meno celebrato quello d'Eupolide, poeta comico, detto Eugea, il quale, essendo morto et sepolto il caro et amato suo padrone, gravemente s'inferm et pel dolore del perduto padrone finalmente consum la vita. Da che possiam dire che non sia punto inconsiderata la consideration di coloro che per il cane risguardante alcuna immagine od alcun corpo morto s'intenda la gratitudine de' ricevuti benefitii.



			            XXXV.


	[306] Per nuovo miracolo si pu rimirare in questo rivercio Minerva con esso Cupido insieme, s come miracolosa cosa  ancora il vedere a' d nostri menti di persone savie, gravi et prudenti che sentano di punto gentile et gratioso amore, o vero animi leggiadri et amorosi che dimostrino modestia, prudenza et accortezza et in somma che facciano una lega insieme simile a quella che ancora per queste figure si comprende, ferma et stabilita in questa Illustrissima et Eccellentissima Signora, della quale godon tutti i pi belli valorosi et felici ingegni che oggi siano in Toscana, /c. 65r/ anzi in Italia, poscia che dal molto et grave sapere di essa restano tutti non ammirati ma stupefatti et dalle rare bellezze et accortissime maniere sue presi et indissolubilmente legati. [307] Ma il tacere di cos rara et singolar donna, ricordandone solamente il bellissimo nome, fia in vece di mille lingue et di mille penne che di lei dire, o scriver potesser giamai, ancora che l'une et l'altre s'agguagliassero quasi a quella ond'essa cos gratiosamente parla et s altamente ancora scrive.



				      XXXVI.


	[308] Non  maraviglia s'il fuoco, che per sua propria natura si muove sempre in su,  preso non di rado a significar cosa nobile, alta et degna; et ancora perci che da se medesimo  molto attivo, o vero operativo, anzi pi di niun'altro elemento, s come affermano i naturali. Di qui  che le cose che resistono contra la gran forza di quello per buone et perfettte si ricevono, s come evidentemente si conferma per l'oro stato nella fornace ardente, il quale dentro a quella separandosi da tutte l'altre mescolanze pi grosse et terrestri ch'in lui si ritruovino, et quelle distrutte, rimane tutto nella sua vera natura /c. 65v/ bello, lucido et fino. [309] Perci i nobili intelletti hanno detto che, volendo Ercole liberarsi del tutto dagl'effetti mortali et dispogliarsi de' terreni pensieri per vestirsi de' divini et celesti, compose a se medesimo una catasta di legna nel monte Oeta, sopra la quale tutta accesa ei si pose per dividere et ispartire dal corpo caduco et frale l'animo immortale et sempiterno et indi, scarico et leggiere, sicuramente salir'MDRVal cielo. [310] Questo medesimo concetto dell'Ercole sopra le fiamme non ha dubbio che non fosse tolto gi pi anni son passati da' famosissimi Academici Infiammati per impresa dell'Accademia loro, se perci ella merita il nome di legittima impresa. Ma gl'ingegnosi Cortigiani Ferrai(u)oli hanno ben potuto senza scropolo di coscienza questa volta levarlo dal medesimo fonte et luogo comune che quelli (questo  dalla favola nota et vulgata) et molto pi a proposito farsene rivercio di medaglia, la quale per pi et diverse essentiali cagioni  diversa et differente dalla natura dell'impresa. Et ci possono molto ben sapere tutt'i belli spiriti che della profession dell'imprese et di quella delle medaglie si dilettano, et dove ancora vanno ponendo alcuna opera et studio loro. [311] Che di poi Amore /c. 66r/ figuratoci quasi sempre per fuoco et fiamma sia per sua natura di tal virt che separi et disgiunga le voglie brutte basse et del tutto carnali che surgono et crescono nell'huomo dalle belle alte et spirituali, lo lasciar anco considerare et narrare a tutti coloro che, nelle fiamme d'honestissimo et altissimo amore tenendo il cuore, sentono ogni giorno maggiormente che, quanto esso pi per quelle si vada consumando, tanto pi fino et pi perfetto si renda. Et di questi beni creder si pu che colui a cui  dal Fato stato fatto dono del presente rivercio sia de' primi, s come d'una cotanto honorata Corte  primo et Principe in questi giorni.



				       XXXVII.


	[312] Riconoscevano di maniera gl'antichi la deit della Fortuna tra l'altre loro et a quella cotanto attribuivano, che la tenevano et reputavano quasi per arbitra et disponitrice di tutti gl'affari humani et di tutte l'operationi del mondo, onde le dirizzavano la statua col temone nella destra et il corno della dovitia nella sinistra, et per quella intendevano il governo et la signoria, et per questo l'abbondanza delle cose utili al viver de' mortali. Onde /c. 66v/ chiamavano le lor facolt et ricchezze fortune, quasi beni venuti dalla mano della Fortuna. [313] A questa, secondo i varii concetti et desiderii loro, dedicavano statue et immagini. Tal che ne drizzarono una anche alla Fortuna reduce, come dicevano essi, acci che benigna et favorevol fosse al ritorno di persona amata, grande et meritevole. Et questo potr apparir manifesto a chiunque sar in piacer di riguardar la medaglia d'Adriano Impera(t)ore, dove  posta la Fortuna con un temone in mano a seder sopr'una palla. Et quella ancora di Settimio Geta, dove si trova scolpita col temone et col cornucopia, battute tutte in gratia della tornata de' detti grandi huomini.



				      XXXVIII.


	[314] Il medesimo parimente si potr dire della favola di Sisifo, condennato a portar'et ispinger su al monte il grave sasso, propostaci hora dinanzi, che di sopra fu detto di quella di Titio.



				     XXXVIIII.


	[315] La colonna fu inditio di fermezza et di costanza et d'egregie operationi, /c. 67r/ ancor diede segno et fu tenuta in cos fatta stima et consideratione dagl'antichi che colui era sopra gl'altri mortali riputato glorioso al cui nome fossero state drizzate et dedicate colonne. Di qui Ennio disse quelle parole di Scipione: "Quantam statuam faciet Populus Romanus, quantam columnam, quam res tuas gestas loquatur"; "Che statue cos degne potr far'il Popul Romano, et che altra colonna la qual narri l'opere che da te sono state fatte?"



				        XL.


	[316] Sono stati ne' tempi nostri alcuni spiritosi ingegni et di approvata autorit li quali, essendo da gravi et aspri colpi di fortuna percossi, et tuttavia contr'a quelli con animosa franchezza et serenit d'animo resistendo, figurarono il dispregimento della fortuna avversa per un huomo posto in naufragio, il quale in mezzo all'onde orgogliose del mare stesse appoggiato sopra una testuggine marina, aggiunto a questo un raggio del sole scoperto, merc del quale non era nell'acque sommerso.



				      XXXXI. /c. 67v/


	[317] La figura del presente rivercio  quella del Feciale de' romani, il quale, secondo l'usato costume di essi, con un'hasta ferrata in mano, et alquanto abbrustita, andava a' confini de' nimici, et quivi quella lanciata essendovi tre fanciulli presenti, et espostane in prima la cagione, s'intendeva per significata et publicata giustamente la guerra et di gi esser' incominciata. [318] Per che Virgilio:

		Turnus primus iaculum intorquens emittit in auras,
		Principium pugnae.

Et noi potremmo dire: 

		Turno primiero in aria l'asta manda,
		della battaglia giusto, alto principio.



				      XLII.


	[319] Questo Tantalo in mezzo a' pomi et all'acque che di fame et di sete si muore altro in questo luogo non par che vogli significare ch'uno d'ogni parte scambievol amore, il quale con tutto ci sia quasi impossibile condurre al desiato effetto.



				       XLIII.


	[320] La medesima sera ch'i Cortigiani Ferrai(u)oli con i trattenimenti di sopra in parte /c. 68r/ raccontati alle predette gentildonne, condussero ancora dinanzi a quelle il Tempo, rappresentato s come conviensi per esprimere la natura di lui, non con minor pompa in vero che leggiadria, a cui poco appresso seguivano le quattro Stagioni dell'anno cos vagamente et riccamente come tutte propriamente vestite. [321] Il Tempo, rivoltato verso le donne, con alcuni colti et leggiadri versi disse che egli, il qual tutte le cose che sono sotto il cielo va consumando et di quanto ha nel mondo  padrone et signore, poi ch'intendeva et vedeva che niuna sua forza non poteva spegner il lume de' lor begl'occhi, n mutarMDRV il colore de' lor leggiadrissimi volti, veniva lietamente a sottoporsi all'alto imperio di quelle prima che esso per cos strano fatto si trovasse da loro superato et vinto. [322] Dette queste cose, fece dono alle donne d'oriuoli, di specchi et di libri. Le Stagioni dell'anno, appresso, dolcemente cantando, in musica l'esser loro mostrarono alle donne che con ogni humilt et riverenza erano venute a render loro debito homaggio. Et in segno di questo vero loro affetto interno havevan portato ciascuna di quelle pi dilettevoli et pi pregiate cose che producono i regni loro. [323] Onde la Primavera port a tutte le donne quivi presenti diverse sorte di /c. 68v/ vaghi fiori in mazzetti di seta et d'oro leggiadramente composti. La State bellissime spighe di seta verde et d'oro et pomi statarecci di zuccaro et molto vicini  a' naturali. L'Autunno rec uve et altri de' frutti autunnali composti di profumo et di zuccaro, non manco buoni a gustare che belli fossero a vedere. Il Verno, finalmente, present falde di zuccaro finissimo in cambio di neve, pezzi di zuccar candio in vece di giaccio et confetti papali in luogo di grandine. 



				      XLIIII.


	[324] Quanta sia la forza ch'in s ritenga l'ornato et facondo parlar nell'huomo, altra carta in vero bisognerebbe che questa brieve, dove hora appena s'accennano, non che si spieghino pienamente le cose, et di altra penna molto pi farebbe mestieri di questa debole et rozza scrivente per dover dirne le lodi almeno in qualche parte. Poscia che delle parole d'huomini savi stati et facondi nel dire si truova scritto c'havevano forza et virt di fermar i cieli, di muover le pietre, gl'alberi et i monti et d'arrestar i correnti fiumi. [325] Ma in amore quanto vaglia l'accorto et gratioso favellare per muovere /c. 69r/ et piegar i duri et ostinati cuori altrui, oltr'a le moltissime cose che legger degnamente se ne possono, bastine et per hora n'appaghi quello solamente che ne scrive il gran maestro d'amore:

		Non formosus erat, sed erat facundus Ulysses,
		et tamen aequoreas torsit amare deas.

In nostra lingua:


		Bello non fu, ma ben facondo Ulisse,
		pur ad amar le dee pieg del mare.



				      XLV.


	[326] Lo scettro, s come arnese et insegna reale,  stato preso anticamente per significatione di regno et d'imperio et l'arbor della quercia per dimostratione d'utilit et di giovamento, onde si truova che la fermezza et stabilit dell'imperio era dimostrata per lo scettro avvolto d'un ramo di quercia. [327] In Viterbo si pu per chi vuole vedere ancora in una colonna d'alabastro uno scettro con le foglie di quercia, li cui rami sono da basso tagliati et quelli d'alto cos intessuti insieme che rappresentano la figura d'un occhio. Riferiscono chiari autori che cos fatti scettri erano talhora di pi rami ornati secondo che pi erano le provincie alle quali signoreggiasse colui in honor del quale /c. 69v/ tale ornamento fosse stato dedicato. [328] La quercia, oltr'a quello che comunemente se ne parla, che fosse arbore consegrato a Giove, dio de' regni et degl'imperi, era dedicato ancor a Rhea, che  la Terra, s come afferma Apollodoro nel III degli dei, et tutti quelli ancora dice esser coronati di quercia per l'utilit che simil pianta apport a' mortali tanto nell'uso degl'edifitii, quanto del viver ne' primi tempi del mondo. [329] Et ben fermo, stabile et santo si dee stimar quello imperio che solamente a giovare et benificar i suoi soggetti si vede ogn'hora disposto. Et durabile anche in amare, et degna veramente della sua monarchia,  quella imperial potest che persona giamai sopr'altra ritenga ogni volta che solo in salute et benefitio di quella l'usi et la spenda.



				       XLVI.


	[330] La donna legata allo scoglio rappresentataci in questa figura  Andromeda; l'huomo  Perseo, che, superata et vinta l'orca marina, rimane prigione et vinto dalle bellezze di tal donna. Non possono le forze della bellezza entrar'in comparatione con veruna sorte di forza humana, perci non vi ha tra quelle similitudine, /c. 70r/ n proportione alcuna, ch la bellezza ignuda sola, legata et mutola quello opera che molte persone armate, libere et sciolte et eloquenti non havran poter di far giamai, anzi supera per sua natura tutti i pi forti et pi potenti che mai si trovino. [331] Et la bellezza di Briseide et della femminella ch'in Puglia prese et leg il figliuolo d'Amilcare ne fa certa et ampia fede, con quella di mille altre donne di cui si leggono piene tutta via le carte cos de' nostri come degl'antichi tempi.



				      XLVII.


	[332] Era significata l'Eternit dagl'antichi per una donna che tenesse nelle mani i maggiori et pi splendenti lumi di che notte et giorno tutto il globo del cielo  ornato, giudicando quelli ch'il sole et la luna fossero come perpetui elementi delle cose, generando essi con la propria virt loro, conservando et perpetuando tutte le cose che sono in questo mondo da basso. Et bench la luna manchi cos spesso del suo lume, come da noi si vede, era pur tutta via presa da' gentili in signi/c. 70v/ficato dell'Eternit. Poscia che quando par ch'ella sia mancata, ella si rif di nuovo, et molto spesso in tutto 'l giro dell'anno ringiovenisce, onde Oratio, lamentandosi della brevit della vita humana: "Suoi danni rif pure in ciel la luna".



				      XLVIII.


	[333] Il pesce  cos preso da ognuno per il silentio e taciturnit, che indi s' tratto l'antico proverbio "Pi cheto de' pesci". Per che sono stati quelli da alcuni infin reputati compagni et domestici di Pitagora, padre si pu dir del vero silentio, essendo stato quello da lui cotanto commendato et osservato. Il velo aggiunto al pesce  posto a maggior dichiaratione della predetta natura di quello. Quanto in amor sia cosa dicevole il silentio, meglio sar con silentio passarne hora che, parlandone, non ne poter dir mai appieno, ancor che non sia veruno che non habbia sempre in bocca la segretezza ch'in amor si convenga. Pur conviene che a guisa del pesce l'opera vi si conformi. [334] Ma potrebbe forse non di leggieri cader nella mente di alcuno svegliato spirito come possono star bene insieme queste due qualit contrarie in amore, et questo /c. 71r/  che egli sia dipinto tutto nudo, il che denota, come ognun sa, libero, aperto et palese, et hora gli sia posto in mano il pesce velato che significa (come s' detto) silentio et chetezza. Et pure il sentimento di questa medaglia par certamente che voglia manifestare doversi, o potersi trovar'in amore l'un'e l'altra delle dette parti. Non crederei io che questo dubbio si potesse discioglier'hora con quel tanto comune et tanto noto privilegio degl'amanti: "Sciolti da tutte qualitati humane".



				       XLIX.


	[335] Era dagl'antichi tenuta in tanta stima et veneratione l'opera del matrimonio, che non lasciavano parte niuna di quello s che con qualche bella forma et nobil sentimento non la rappresentassero. Per che, mandando essi la sposa a casa del marito, havevano in usanza che la madre propria di quella, o d'altra pi congiunta in parentado si prendesse la sposa in grembo, aspettando che i mandati dello sposo la venissero indi a torre, li quali poi quasi a forza la strappavano dal grembo et dalle braccia della detta donna. [336] Ci veniva fatto dagl'antichi acci /c. 71v/ dimostrassero che, dovendo la giovane lassar la casa de' parenti per andar in quelle dove perder dovea cosa tanto pregiata et cara quanto  la virginit, ella non desse a divedere d'andarvi di proprio animo et spontanea volont, ma s bene contra sua voglia et per forza.



				         L.


	[337] Filostrato, greco scrittore, dice ch'i cigni allhora cantano con maggior dolcezza quando dal fiato di Zeffiro par che a ci siano invitati. Eliano ancora scrive che essi non cantano mai se non allhora che Zeffiro spira. Chiunque ancora volesse attissimamente descrivere, o dipingere la musica non potrebbe altra figura prender pi propria di quella ch'il predetto filosofo con parole ne pone avanti agl'occhi, dicendo che de' cigni, quelli che sono di maggior et miglior voce, fermati in riva del fiume, quasi in cerchio si pongono, dove non senza certo contrasto et gareggiamento fra loro mandan fuore non so che tuono et concento arguto di canto et d'armonia. [338] Il segno et la figura della cantilena si pu scorgere per un fanciullino alato, che  il vento /c. 72r/ Zeffiro, per che questi, spirando, d et dona a' cigni il canto. Si dipinge cotal fanciullo tenero et dilicato, qual  il fiato di quello da noi cos volentieri sentito per l'anno et ricevuto. Le piume de' cigni parimente al detto fiato et spiramento si sollevano alquanto, essendo dal percuotimento di quello commosse.



				        LI.


	[339] La fama  detta buona et rea, o vero  delle cose che buone et cattive sono. Et delle buone ancora  maggiore et minore secondo il valor di quelle. Quando si voleva dagl'antichi mostrare alcuna attione, o persona esser di fama et di nome non solamente buono et chiaro, ma ottimo et chiarissimo, dicevano che la fama di colui con ali bianche volava. Questo era ch'in s non ritenesse macchia, o neo di sorte niuna, ma per tutta la vita et costumi et operation sue fusse puro, ingegnoso, candido et leale. [340] La bella fama et honorata della donna che meritato ha il presente rivercio di medaglia merita ancora d'andar spiegando il suo volo per le bocche di pi chiari et eloquenti spiriti che sieno in questa et, s come  meritevole d'essere stata alquanto spiegata in carte poste appresso a quelle dell'ornatissima oratione di messer Bartolo(m)eo Carli /c. 72v/ Piccolomini, composta in lode del glorioso S. Giovan Battista, a lei dedicata, et per altre opere simili ancora si dee tener per costante ch'ella debba venir tuttavia per chiarissimi suoi meriti lodata et essaltata.



				       LII.


	[341] Quella che si vede hora armata in  atto di combattere contra Amore  la Gloria, la qual di rado in nobili cuori giovenili si ritruova che far non le convenga asprissime battaglie per discacciarne del tutto Amore, o almeno rimanergli in qualche parte superiore, quantunque spesse volte le avvenga il contrario.



				       LIII.


	[342] Il giuditio di Paride verso le tre dee si d cos bene a conoscere per se medesimo, che non ha bisogno dell'opera d'alcuno per rendersi noto altrui, o <far sapere>, dichiarandosi, il suo concetto, o sentimento.



				       LIIII.


	[343] Il leone  preso per le forze del corpo, la volpe per quelle dell' /c. 73r/ ingegno, onde fu dettato d'un lacedemone che quando a coprire, o fornir una cosa nostra la pelle del leone non ci basta, di quella della volpe ci valessimo, supplendo a quanto manca; et tanto basti hora dirne.



				        LV.


	[344] Havendo in costume i romani d'usare per loro spose novelle in vece del dirizzacrine un'hasta ferrata, questo era per renderle avvertite che, essendo congiunte con persona forte et valorosa, non conveniva guidar la vita loro in delicatezze et vanit femminili.



				       LVI.


	[345] A similitudine de' capitani romani si vede esser stato fatto simil rivercio, li quali erano consueti ed obligati di giurar fedelt nelle mani del loro impera(t)ore. 



				       LVII.


	[346] L'huomo qui dipinto sopra la torre, che lieto mostra di mirar l'in/c. 73v/cendio d'una citt, accenna l'atto del crudel Nerone quando fece metter il fuoco in pi parti di Roma per rappresentarsi avanti agl'occhi in effetto quale stato fosse l'abbrusciamento di Troia con parole di Vergilio descritto.



				       LVIII.


	[347] Un monte con le fiamme circondato da un fiume, figurato nell'altra parte di questa medaglia, ci scuopre che un contrario non si lascia vincere, o suprar dall'altro di pari et uguali forze, ma pi tosto prendono insiememente l'un per l'altro maggior vigore.



				       LVIIII.


	[348] Le mani, appresso i sacerdoti d'Egitto, erano in significamento d'attioni et d'operationi, conciosia cosa che di quelle si vagliano le persone quasi in tutte l'opere che nella vita humana sono necessarie. Da quelli che davano opera a' sogni era stato osservato che 'l rappresentarsi ad altrui dormendo le mani, e massimamente belle, era segno et augurio che a colui dovessero succeder felicemente tutte l'imprese sue. Atanasio dice che all'huomo sono state date le mani et per /c. 74r/ servigio delle cose a lui necessarie et perch, porgendo preghi a Dio, le innalzi al cielo. Aristotele disse la mano essere instrumento di tutti gl'instrumenti. [349] Per le mani ancora, prese metaforicamente, si possono intendere le forze dell'ingegno, s come s'intende per quelle la potenza del potentissimo Iddio, l dove  scritto: "Extendisti manum tuam super nos, Deus, et salvos nos fecit dextera tua". Questo vuol dire: "Distendesti, Signore, sopra noi la tua forte mano, et quella ci ha renduti salvi". 



			             LX.


	[350] La dipintura di questa medaglia ne riduce alla memoria la riguardevol usanza che teneva Alessandro il Magno in divider et trapassarMDRV il tempo della sua vita, il quale, havendo sempre l'animo desto et pronto alle cure et a' governi grandi di tutto 'l suo regno, era usato, quando si poneva sopra 'l letto per ricreare alquanto col sonno le stanche membra, di prender'una palla d'argento in mano et di tener con quella il braccio fuor del letto sopra un baccino d'ottone, acci che, quando ei si fosse addormentato, il sonno non pigliasse di maniera le forze sue sopr'a lui che non lo lasciasse signore di se medesimo, ma che quando pel sonno /c. 74v/ i sentimenti quasi abbandonassero le membra, uscendoli la detta palla di mano, cadesse con percossa et rumore tale che di subbito lo svegliasse dal sonno et lo richiamasse alle consuete faccende et gravi imprese ove continuamente teneva la mente impiegata.



				        LXI.


	[351] Infra l'altre corone militari che i romani havevan ordinate in segno d'honore a' loro valorosi capitani et soldati, fu quella composta di gramigna, quale  questa che veggiamo hora in quest'altro rivercio, la quale erano usati di dar'in premio del lor valore a coloro c'havessero liberata dall'assedio de' nimici alcuna citt, o vero da quello si fussero renduti salvi et sicuri. L'ordinarono di gramigna acci fusse intessuta di quello che nascer potesse dentro al luogo dove fossero stati rinchiusi gl'assediati.



			             LXII.


	[352] L'imprese grandi pur che possano recar con seco honor'et gloria, non ispaventan mai gl'animi delle persone prodi et generose, riguardando sempre in quello che fu detto: "Di cui se regger ben non /c. 75r/ seppe il freno / da bello et alto ardir venne pur meno".



				      LXIII.


	[353] E' ricercato da' bell'ingegni per qual cagione Fidia, eccellentissimo scultore, fabricando agl'elei la statua di Venere d'oro et d'avorio, le ponesse appresso la testuggine calcata col destro piede della dea. Ma communemente per gl'intendenti si crede che con somma prudenza quell'huomo avvertir ne volesse che le donne vergini deono esser tenute con molta custodia et le maritate haver cura delle cose famigliari della casa et nel parlarMDRV esser parche. [354] Il che  detto per ammaestramento ancora da Plutarco l dove tratta di quello che intorno alle cose della moglie et del marito sia convenevole, dicendo che alle donne fa di mestieri esser di natura diversa da quella della luna, la quale quando lontana si truova dal sole si scorge lucida et chiara, quando poi a quello s'avvicina et sotto gli si pone sparisce ogni suo lume et isplendore. Ma la modesta et prudente donna al contrario dee operare, lasciandosi veder dagl'altri solamente presente il marito suo, et quello stante lontano da lei doversi dar da fare nella casa et in quella celarsi. [355] Costumarono le donne /c. 75v/ anticamente portar'immagini di testuggini dedicat'a Venere. Et ci si renda manifesto per la testimonianza che ne fanno le donne in Tessaglia, dalle quali con le testuggini di legno fu ammazzata quella cotanto nominata Lidia meretrice, mosse et sospinte da fierissima gelosia che per cagion di lei sentivano de' lor mariti.



				       LXIIII.


	[356] Se fu da numerare infra le faticose fatiche d'Ercole quella ch'ei fece del tirar fuor dell'inferno il feroce et spaventevol mostro di Cerbero descrittone da' poeti, non minor opera in vero si  il tirar ad amorose voglie animi per natura in tutto a quelli nimici et rubelli, et ci ben si sa da colui che lo 'ntende per prova.



				        LXV.


	[357] Si vedevano gi nel Campidoglio in Roma davanti alla cappella di Minerva, come riferiscono degni scrittori, tre statue, o figure, le quali sopra le ginocchia loro si stavano appoggiate. Furon chiamati Nixidici per esser reputate quelle deit soprastanti et favorevoli alle donne ne' dolori et nelle gravi pene che sentono nel par/c. 76r/torire. Sono alcuni che vogliono tali figure essere state portate a Roma da Marco Attilio, poi che hebbe superato Antiocho re della Siria. Altri dicono che doppo la presura di Corinto.



				       LXVI.


	[358] La rosa con le spine insieme, mostrataci in questa presente figura, tiene significamento di bene che da male sia accompagnato. Quasi n'ammonisca che tutti i piaceri et le dolcezze di questo mondo sieno sparse di qualche amaritudine, et che perci non  cosa punto agevole il saper dalle cose ch'advengono altrui pigliar di maniera tutto quello ch'in s ritengono di bene et di diletto, che non si senta punto del male et dell'incommodo che di natura va loro appresso.



			            LXVII.


	[359] I medesimi sopranominati Cortigiani Ferrai(u)oli nel medesimo sopradetto trattenimento introdussero ancora la Fama per guida delle Ninfe di tutt'et sette i Cori di quelle, da cui in alcune leggiadrissime ottave rime fu sposto alle gentildonne ivi presenti che ella non riconosceva per tanto dono a lei da' fati conceduto che merc sua s'oda in ogni parte il grido /c. 76v/ di tutto ci che sia degno di memoria nel mondo, et che ancora vivano per lei coloro che gi mill'anni son sepolti sotterra, quanto veramente l'havere nella lor presenza condotte quelle dee, perci che (diceva ella), quantunque fosse pervenuto all'orecchie di quelle il nome et la fama chiara delle bellezze singolari di tali donne et perci dovessero lasciarsi spinger'a contemplarle et riverirle, tuttavia il conoscersi elle di tal belt che non teme il corso de' cieli, n 'l variar del tempo, faceva s che lor non paresse che veruna fosse di esse donne d'agguagliarsi a loro. [360] Ma poscia che havevano inteso da Giove proprio essere stato lor proveduto di remedio tale che perpetue rendeva et immortali le lor bellezze, et oltr'a ci che 'l Tempo stesso ancora s'era lor sottoposto, haveva con somma letitia ciascuna di esse lasciati i suoi fonti, gl'alberi, i fiumi, il mare, i prati, i boschi, e' monti et era venuta dietro a la voce di lei per render loro ogni sorte d'alti et meritati honori et per servirle come maggiori dee et insieme insieme offerir loro de' lor presenti et de' doni. [361] Cos ciascuna delle dette Ninfe, finite le parole e 'l canto della Fama, port a presentare a le nobil donne di quella sorte di cose c'haveva pi belle et migliori sotto la sua potest et /c. 77r/ giurisditione, vestite parimente in habito tutt'alla deit loro convenevole et con somma leggiadria et maestria ornate.



				       LXVIII.


	[362] Non  al mondo animale niuno d'impiet, di fierezza, n di crudelt tanto simile a quella delle crudelissime tigri, dipinte nella medaglia che hora habbiamo in mano tiranti il carro d'Amore, che tardi, o per tempo, poco, o molto non senta sopra s qual sieno le forze di quello et ch'al fine a lui cedendo et al suo peso soggiacendo, humil, benigno et mansueto non si renda.



				       LXIX.


	[363] Si dimostra per Venere trionfante la somma et invincibil potenza d'amore: in cielo, per Giove con l'aquila, in terra, per il satiro col leone, in inferno, per Plutone con Cerbero. Ch in tutti questi luoghi cantarono i poeti quello haver dimostrate le forze sue, soggiogando al suo imperio tutti coloro che qui secondo quelli regnavano.



				       LXX. /c. 77v/


	[364] Prezzavano tanto il dignissimo legame dell'amicitia i populi della Scitia, che infin col sangue proprio lo stringevano infra di loro. Appo i quali si costumava, qualhora due persone volevano congiugnersi et insieme unirsi con vera famigliarit et santa amicitia, di forarsi amendue le vene et di versar'il sangue in un vaso, dentro al quale intignevano appresso un'asta ferrata per ciascuno in segno della conventione et del patto loro.



				      LXXI.


	[365] Non si dir hora che la voce Urania venga da quella che nella lingua greca significa celeste, et che a tal significato si possa comprendere che accenni la forma della sfera material del cielo figurata nell'altra parte della presente medaglia. N si far mentione ch'una delle nove Muse fosse appellata Urania, et ch'ella sia presa per la facolt dell'astrologia, et come et quanto ancora essa della poesia faccia a proposito. [366] N meno si far parola niuna in dimostrar con quanta ragionevole speranza fosse imposto il predetto nome alla donna veramente pi celeste che terrena per cui dal Fato fu segnato /c. 78r/ questo rivercio, lasciando tutte queste cose particolarmente intender'appieno a chiunque di lei habbia mai, o per veduta, o per fama, vera et certa conoscenza.



				      LXXII.


	[367] Sono le presenti figure segni di religione cos della falsa de' pagani, come anche della verissima nostra cattolica christiana, perci che v' il lituo detto da' nostri pastorale, l'acerra, appresso noi turribile, et la mitria, oggi chiamato il regno papale, supremo ornamento et corona del capo della Chiesa de' christiani. [368] Della mitria si vede che 'ntende la parola del motto di questa medaglia glorioso regno, s come pi con l'opere che col desiderio s'ingegna ad ogni suo potere d'esser, come altri del suo ottimo lignaggio, in tutto meritevole colui ad honor del quale  stato dalla fatal providenza quella figurata.



				      LXXIII.


	[369] Chiunque  mai entrato nella strada d'amore, n si lascia velare gl'occhi da' bassi pensieri et dalle smoderate passioni dell'anima /c. 78v/ per dritto sentiero agevolmente si condurr al nobil regno della virt.



				      LXXIIII.


	[370] Che 'l ginocchio piegato segno sia d'humilt et dia inditio di riconoscer'altrui superiore, non credo ch'a niuno sia oscuro. Nelle divine lettere: "Mi restano settemila persone, che non hanno piegato il ginocchio a Baala". Et altrove: "Io piego il ginocchio del mio cuore", et altre simili per isprimere et significare humilt.



				      LXXV.


	[371] Cornelia, madre de' due famosi Gracchi, fu donna di cotanto valore in Roma, per molte parti et virt in lei nobilissime, che 'l Senato (cosa verissima per antiche memorie) le dedic una statua publica. Il caduceo, che questa nostra tiene in mano, denota l'eloquenza, di che ella fu maravigliosamente ornata, la quale eloquenza fu appieno ne' due suoi figliuoli riconosciuta, huomini de' lor tempi eloquentissimi, a' quali essa madre et maestra havea le /c. 79r/ buone lettere insegnate.



				      LXXVI.


	[372] Il cappello fu significatione della libert nel tempo de' romani, s come per pi mezzi ciascuno se ne pu certificare. Molte medaglie hoggi si truovano dove  scolpito il cappello col motto della libert, qual  quello di Tito Claudio, dove  una figura che, tenendo la sinistra insieme col braccio distesa, nella destra ha un cappello col motto: LIBERTAS AVGVSTA. In quella d'Antonino ha nella dritta un cappello, nella sinistra un'asta. Il motto: LIBERTAS COS. IIII. Appo gl'istorici si legge i servi essere stati talhora chiamati al cappello, cio fatti liberi. Et appo il comico poeta: "Dio voglia, che hoggi col capo raso pigliar'io possa il cappello", cio mi sia donata la libert. [373] Questa, quanto naturalmente sia da tutte le spetie degl'animali amata et cercata, sarebbe opera perduta il volervi spendere alcune parole. Hora ben si pu far giuditio di qual sorte sia quella servit, della libert fierissima avversaria, la quale pi del viver libero  havuta in pregio, /c. 79v/ anzi che per lei desiderato  di perder la vita libera. Et questo pare il vero sentimento che ne scuopre il rivercio della medaglia c'habbiamo hora alle mani.



				      LXXVII.


	[374] Questo tempio  quello della Pudicitia, ch'era anticamente in Roma, ritratto dalla pianta che n'ha lasciata in disegno [...], celebre autore, dicendo esso: "Nella figura della citt, seguendo la comune oppinione, v'habbiamo posto questo tempio della Pudicitia, la cui lunghezza  di piedi cinquantasei et la larghezza di ventisei".



				      LXXVIII.


	[375] Tutto quello che di sopra fu toccato nel rivercio di Mercurio che tien per mano Cupido, della forza et virt che 'n s ritenga il facondo et accorto parlare per guadagnarsi l'animo, l'amore et la gratia altrui, si potrebbe ancora addurre agevolmente con altre cose appresso in proposito del presente rivercio d'Anfione, quale  quello quivi dipinto con la lira /c. 80r/ in mano, che al dolce suono della sua arguta cetera edific (come si legge) le mura della citt di Tebe. [376] Ma bastine, aggiugnendo, accennare il vigore che molto pi grande ancora si manifesta nell'ornate parole che con dolci numeri et armonia son composte, et con dolce et suave voce appresso cantate. Le quali chi non sa che di piegare et di smuovere hanno potere ogni quantunque indurato, o selvaggio cuore? Donde struggendo ogni ghiaccio che mai l'havesse congelato, hanno forza di accendervi dentro un caro et lieto fuoco d'amore. [377] Non  s duro cuore che lacrimando, pregando, amando talhor non si muova; ma non m' conceduto hora luogo di dover mostrar pur'in qualche parte gl'effetti belli, nuovi et grandi che cagioni ne' cuori delle persone il gratioso et prudente parlare, et i miracoli che 'n amor discuoprono spesse volte l'ornate prose, i vaghi versi et le leggiadre rime, quali non ha contrasto essere per ogni parte quelle et queste di colui, al quale del detto rivercio  stato fatto dignissimo dono.



				      LXXIX.


	[378] Fu detto intorno al rivercio dell'albero guardato dal dragone /c. 80v/ che questo animale era stato consegnato per custodia delle cose ricche et di pregio, il che pu valere ancora a quanto fa in proposito della presente medaglia, che ci scuopre innanzi un vaso, od una cassa da tener conservati i tesori: ch alla guardia parimente di questi si truova il medesimo dragone essere stato proposto.



				      LXXX.


	[379] Fu edificato in Roma da Marco Marcello il tempio dell'Honore avanti a quello della Virt, di maniera ch'a volervi pervenire bisognava in prima per quello della Virt passare. Questo voleva dire che senza la scorta della Virt non si pu giamai alcun condurre ad operation niuna honorata. [380] Ch'Amore ancora guidi gl'animi belli et gentili ad imprese alte et d'honore,  manifesto per molti honoratissimi spiriti, et pi d'ogn'altro lo manifesta il vero seguace d'Amore messer Francesco Petrarca con chiarissime voci dentro il suo celeste Canzoniere in pi et diversi luoghi, s come a chi lo legge et lo avvertisce divien manifesto. /c. 81r/



				      LXXXI.


	[381] Ogni bella et lodevole attione merita sempre d'esser con qualche notabil segno riconosciuta, ma infra tutte l'altre quella d'honestissimo amore, il quale d'ogni pi honorata palma certamente  dignissimo.



				      LXXXII.


	[382] La virt bisogna che discuopra sempre in qualunche luogo il suo splendore infin nel primo principio del nascer suo. Et quantunque allhora si dimostri di piccola luce, tuttavia (come disse quel gran poeta): "Poca favilla gran fiamma seconda".



				      LXXXIII.


	[383] Quella veramente  vera pace che da niuna banda teme d'esser turbata, per qual si voglia accidente ogn'hora franca et sicura. L'armi significano sicurezza nella presente figura, pace l'ulivo, honest i topatii e ' diamanti, ch per honest et pudicitia furon prese queste pretiose pietre dal Petrarca: "A la qual d'una in mezzo Lethe infusa / catena di diamanti e di topatii / che s'us fra le donne, hoggi non s'usa". /c. 81v/



				      LXXXIIII.


	[384] La favola delle figliuole di Danao n' ricordata per la presente pittura. Le quali, per il grave fallo commesso d'ammazzar'in letto i lor mariti, furono (come scrivono i poeti) condannate all'inferno a portar'acqua in vasi senza fondo, o vero in crivelli da grano, come vogliono alcuni.



				       LXXXV.


	[385] Si ritruova appresso gl'ebrei che per un paio di tortore era significata da loro la pudicitia. Et il gran Basilio riferisce che nella circoncisione appo quelli era in costume d'offerir'un paio di tortore, o di colombe, s come appare ancora per la scrittura evangelica. Et ci era per inditio di pudicitia et per esempio di vita continente. [386] Origene ancora lasci scritto che allhora noi offeriamo in dono a Dio un paio di tortorelle quando noi congiugnamo col verbo di Dio, quasi a vero consorte, la nostra mente, s come si narra che s fatta spetie d'ucelli  consueta di tenere et di preservar sempre pudico et casto il suo congiugnimento. Le divine lettere intendono ancora per la tortorella qualunche anima che di /c. 82r/ castit sia ornata.



				      LXXXVI.


	[387] Non  punto minor fatica ed opera smorzar'affatto gli sdegni et quietar del tutto l'ire ch'ad ogn'hora par che nascano in amore, che fosse quella d'Ercole mostrataci hora in questo luogo in recider le teste dell'idra, che tagliatane una ne surgevano indi sempre molte di nuovo. Poscia che fra gl'amanti nata una volta qualche cagione d'ira, o di sdegno, molte et molt'altre appresso par che ne nascano prima che a quella si possa imporre l'ultimo fine.



				      LXXXVII.


	[388] Fu costume negl'antichi tempi di scrivere et d'intagliare negli scudi da guerra i fatti grandi et memorevoli; et coloro che non havessero ancora operata cosa egregia et forte usavano di portar lo scudo tutto puro et bianco, per descrivervi poi i fatti loro degni di memoria. Erano donati s fatti scudi dagl'impera(t)ori per segno d'honore a' lor soldati et agli dei ancora, onde si legge non rade volte appo Tito Livio essere stati donati a' tempii et consegrati agl'iddii scudi /c. 82v/ d'argento.



				     LXXXVIII.


	[389] Era gi in Egira citt dell'Achaia la statua della Fortuna col cornucopia, appresso la quale sedeva Amore alato; il che era per darne inditio che la fortuna non ha manco potere et luogo nelle cose amorose ch'in molt'altre humane.



				     LXXXIX.


	[390] Certissima cosa  il serpente prendersi per la prudenza. Per che il divino avvertimento: "Siate prudenti come serpenti et puri come colombe". Cose che non cos ad ogn'hora, n in ogni persona si ritruovano insieme congiunte.



				     LXXXX.


	[391] Par che la parte di poi della presente medaglia voglia inferire l'uffitio del Grand'Ammiraglio, che debba tosto, con la sua inclita et magnanima virt, esercitar questo eccellentissimo figlio di tutta quanta la generosa armata in mare del singolarissimo Gran Duca suo padre. /c. 83r/



				     LXXXXI.


	[392] Fra l'altre cose ch'osservavano di fare gl'antichi ne' loro sposalitii era di dar'ad assaggiare a la sposa novella mela cotogna, avanti che con lo sposo entrasse nel letto a consumar'il matrimonio. Et ci era anche per comandamento di Solone, volendo darne ad intendere che i primi saggi, o la prima gratia che nasce dalla bocca della sposa debba esser tutta ben composta, grata et soave, o vero potiamo dire ancora perch'ella temperasse ogn'asprezza che nello sposo ritrovar si potesse et all'amor di lei giocondamente quello allettasse. Era questo pomo anche a Venere dedicato.


				     LXXXXII.


	[393] Questa figura che hora ci s'offerisce davanti  quella di Prometeo, diritto in piedi appresso un'alta rupe, il qual tiene in dito un anello di ferro, tratto dalla catena che sta quivi pendente. Dicono Prometeo per haver'involato et tolto agli dei il fuoco dal cielo, et fattone parte agli huomini in terra, fu dal sommo Giove legato con durissima catena nel monte Caucaso et che poi dal medesimo, mosso a compassion di lui, ne fu disciolto et liberato. [394] Per che Prometeo, in /c. 83v/ memoria d'un tanto benefitio, prese un anello della catena che l'havea tenuto legato, in cui aggiunta una pietra del medesimo monte, se lo ripose in dito. Quindi poi si dice c'havesse origine l'usanza del legar le pietre negl'anelli. Da che avviene che solamente l'anello di ferro possa render'il significato della memoria de' ricevuti benifitii: il che  stato detto dimostrarsi nella figura del presente rivercio.



				     LXXXXIII.


	[395] La donna che 'n questa medaglia leva la benda dagl'occhi d'Amore  la Ragione, la quale, tenuta dall'huomo nel suo dovuto seggio et con la dovuta potest, non si lascia mai vincere, o superar da voglia, affetto, o passion veruna, amando sempre le cose secondo la natura loro et quella ogn'hora dirittamente stimando, et levandone ogni sorte di velo che dal senso et dall'appetito vi sia giamai posto sopra.



				     LXXXXIIII.


	[396] Questi che hora ci si fanno incontra a cavallo sono i due fratelli et /c. 84r/ gemelli binati Castore et Polluce, de' quali da varii autori varie cose ne sono raccontate, et in varii modi si truovano effigiati et nella medaglia d'Adriano et in quella di Massimino impera(t)ori. Ma tutti pure col cappello in capo et una stella sopra essi, come quelli che con le stelle loro apparendo in cielo, rechino segno di salute a' naviganti. Dicono alcuni che mentre questi erano in vita fra gl'huomini si dilettarono grandemente et riposer molto studio nella bell'arte et honorata del cavalcare.

